Terra, acqua, oro: interazioni economiche e culturali tra nomadi e sedentari nel bacino del Kuban tra VII e V sec. a.C.
Università degli studi di Napoli l’Orientale, Italy
Abstract. Starting in the 7th century BCE, north-western Caucasia - centred on the basin of the Kuban River - witnessed the nearly simultaneous arrival of two distinct migratory movements. The first consisted of Greek colonists, who established a series of important coastal settlements; the second of nomadic Scythian groups, who, returning from their Mesopotamian campaigns, occupied the hinterland along the middle and upper reaches of the Kuban. Both came into contact with the native sedentary population, the Meotians. By exploiting the region’s abundant resources - chiefly cereals, but also commodities from the Eurasian hinterland such as slaves and metals - nomads and sedentary peoples developed not only a profitable economic relationship but also a remarkable cultural and artistic symbiosis, most clearly reflected in the rich assemblages of elite Meotian and Scythian tombs.
Keywords: Scythians, Meotians, economic and cultural interactions, kurgans, Koban, nomadism.
Index
La Caucasia è sicuramente una delle regioni euroasiatiche più affascinanti e allo stesso tempo complesse: marcata da imponenti catene montuose, da una grande varietà ambientale e da un ricchissimo panorama etnolinguistico, ha, sin dalle prime fasi dell’età del bronzo, rappresentato non solo un punto di incontro tra orizzonti culturali differenti – da quelli vicino-orientali al mondo greco-romano – ma ha soprattutto manifestato una pluralità di significative e peculiari evidenze, dalle culture di Kura-Arasse e Majkop dell’Antico Bronzo per arrivare fino ai regni di Urartu, di Iberia e della Colchide nel I millennio a.C.
Uno degli elementi che maggiormente caratterizzano questa regione, amplificandone l’importanza storica, è la convergenza di numerosi e diversificati asset economici: abbondanti risorse minerarie nella Caucasia meridionale (dall’ossidiana all’oro), ampie distese pianeggianti e fertili nella zona settentrionale, ricchi pascoli estivi nelle aree montuose e invernali lungo la costa caspica. Altrettanto significativa è la fitta rete di vie di comunicazione terrestri, fluviali e marittime che collegavano l’entroterra euroasiatico con i porti mediterranei, permettendo quindi di accedere anche ai beni tipici del mondo delle steppe e delle foreste euroasiatiche, quali pellicce, schiavi e metalli.
Il controllo di queste variegate risorse ha da sempre suscitato l’interesse dei principali soggetti politici operanti nel contesto euroasiatico. Se la Caucasia meridionale, attigua territorialmente al Vicino e Medio Oriente, ha subito diverse dominazioni esterne, tra cui si possono annoverare gli imperi achemenide, romano, bizantino, sasanide, per arrivare infine ai califfati musulmani, la parte settentrionale è stata da sempre più esposta alle ondate nomadiche provenienti dal corridoio euroasiatico tra Caspio e Urali. Solo per brevi fasi storiche nell’antichità e nel Medioevo ci furono formazioni politiche sufficientemente forti per resistere alle pressioni esterne e a sviluppare un’autorità politica stabile, come, ad esempio, il Regno del Bosforo o la Rus’ di Kyiv; più raramente, furono gli stessi nomadi a creare delle formazioni politiche coese, caso ben rappresentato dal khanato khazaro.
La Caucasia settentrionale fu pertanto maggiormente interessata da una penetrazione economica piuttosto che politica: la volontà di accedere alle ricche e variegate risorse della regione del Mar Nero spinse numerosi soggetti economici del mondo mediterraneo, dalle colonie greche dell’Antichità fino ai fondaci genovesi e veneziani nel Medioevo, a stabilire dei punti di appoggio lungo la costa attraverso cui creare delle sinergie commerciali con le comunità locali e le tribù nomadiche.
Nel presente lavoro intendiamo concentrarci sulla fase compresa tra l’VII e il V secolo a.C., poiché si tratta del primo periodo in cui fu particolarmente significativa l’interazione, sia economica che culturale, tra il mondo nomadico e quello sedentario: il primo è rappresentato dagli Sciti e il secondo dalle colonie greche e dalle popolazioni native della Caucasia.
Mancando totalmente fonti storiche che permettano di tracciare l’emergere di popolazioni nomadiche nelle steppe euroasiatiche, solo un’attenta (e moderna) analisi del contesto archeologico permette di delineare i passaggi cronologici principali. A differenza dell’abbondante corpus di datazione al C14 per i contesti siberiani, l’evidenza nomadica nelle steppe europee ha fornito purtroppo poche datazioni al carbonio (Alekseev 2003, 33-35). Ad oggi, i contesti apparentemente più antichi sono il tumulo di Steblev, nell’Ucraina orientale e datato intorno alla metà dell’VIII secolo (Kločko and Skorij 1993) e le sepolture di Slobodzeja, in prossimità del basso corso del fiume Dniester (Jarovoj et al. 2002), a cavallo tra fine IX e inizio VIII a.C.
I primi gruppi nomadici arrivarono nella Caucasia settentrionale probabilmente già nella prima metà dell’VIII secolo a.C. (Alekseev 2003, 129-152; Guljaev 2018, 388-457), benché le evidenze storiche e archeologiche del periodo siano principalmente collegate alle azioni nel Vicino Oriente, dove, a partire dalla metà dell’VIII secolo, le fonti mesopotamiche registrano la penetrazione di Cimmeri prima e Sciti poi (Ivantchik 2001). A queste menzioni si accompagna un buon corpus di ritrovamenti, specialmente oggettistica bellica ritrovata soprattutto in contesti funerari nella Caucasia meridionale (Mehnert 2008; Makhortykh 2022). Molto probabilmente Cimmeri e Sciti rappresentavano due distinti gruppi nomadici, fortemente affini culturalmente e, forse, anche etnicamente. Oggigiorno è difficile stabilire un confine netto tra i due: innanzitutto, i Cimmeri non possono essere differenziati archeologicamente dagli Sciti viste le forti somiglianze nell’oggettistica. Inoltre, nei testi neobabilonesi i termini Gamir/Gimir (=Cimmeri) e forme simili designano sia gli Sciti europei che i Saka dell’Asia centrale, riflettendo la percezione, diffusa tra gli abitanti della Mesopotamia, che Cimmeri e Sciti rappresentassero un unico gruppo culturale ed economico (Dandamayev 1979, 95–105). La stessa associazione è presente nelle fonti achemenidi, dove il termine Saka persiano è tradotto come Gamir nella versione babilonese.
Nella Caucasia settentrionale questi gruppi nomadici incontrarono un ambiente intensamente antropizzato, espressione di tre orizzonti culturali chiave: la cultura meotica nella zona più occidentale e lungo il bacino del Kuban; la cultura Koban diffusa nella zona centrale e, nella zona più orientale, la cultura Mugergan.
Il presente lavoro sarà incentrato principalmente sulla regione del Kuban per una serie di fattori concomitanti: innanzitutto è quella che offre la più abbondante documentazione storica e archeologica, grazie soprattutto alle importanti colonie greche ivi presenti, che successivamente daranno origine al Regno del Bosforo. Inoltre, le evidenze relative agli Sciti sono maggiormente concentrate nel bacino del fiume Kuban stesso, dove si registra altresì l’ampia evidenza relativa alla popolazione nativa dei Meoti.
Non è possibile in questa sede affrontare modalità ed evidenze della presenza greca nella regione del Mar Nero, sulla quale esiste una pluralità di studi1, mentre si rende necessario tracciare brevemente le caratteristiche principali dell’elemento scita e meotico. Queste due entità culturali sono parzialmente differenziate da alcune precise evidenze archeologiche quali, ad esempio, le zone di occupazione, la cultura materiale e le caratteristiche di siti abitati e funerari. Esistono però anche molti punti in comune, specialmente nell’evidenza elitaria, che rendono a volte difficile tracciare un confine netto tra le due comunità. Queste evidenze verranno trattate più dettagliatamente nelle pagine a seguire.
All’inizio del I millennio a.C., la popolazione principale stanziata nel Kuban era costituita dai Meoti, un concetto geografico collettivo sotto il quale inserire tutte le comunità che vivevano sulla costa orientale del Mar Nero e nella regione del basso e medio Kuban. Non è possibile proporre valide interpretazioni relativamente alla loro etnia, benché alcune informazioni presenti nelle fonti lascino intendere dei labili legami sia con l’universo linguistico iranico sia con quello circasso/caucasico (Chandrasekaran 2013, 100-102).
I Meoti sono ampiamente attestati nelle fonti greche e romane. Quella verosimilmente più antica risale tra VI e V secolo, quando Ecateo di Mileto riporta il nome di una tribù meotica, i Dandari2. L’etnonimo Meoti appare per la prima volta in Erodoto in riferimento alla campagna di Dario in Scizia (Erodoto IV.123). La descrizione più dettagliata è però quella, molto più tarda, di Strabone, il quale riporta la presenza di diverse tribù (Strabone, Geo. XI.2.11). La prima menzione delle comunità meotiche nei monumenti epigrafici del Regno del Bosforo risale invece al IV sec. a.C. sotto il regno di Levkon I (KBN 6, 6a, 1037, 1038).
Lo studio della cultura meotica è piuttosto recente e tendenzialmente confinato all’ambito accademico russo (Erlich 1994, 2007; Kameneckij 2011).
Benché la cultura meotica copra un arco cronologico dall’VIII secolo a.C. fino al III d.C., nei limiti del presente lavoro verrà posta attenzione soltanto alla fase arcaica, ossia il periodo compreso grossomodo tra VII e V secolo a.C.
Attualmente, l’evidenza archeologica del periodo può essere suddivisa in tre varianti regionali principali (costiera, centrale e pedemontana) e comprende una trentina di necropoli con oltre 500 tombe ed almeno una decina di insediamenti (Figura 1).
L’evidenza funeraria principale è rappresentata da necropoli con semplici tombe a fossa o a cista, soprattutto singole, prive di segnacoli o altri elementi esterni. Le sepolture delle élite, invece, sono caratterizzate da tumuli con ricchi corredi, a volte realizzati rioccupando strutture funerarie delle epoche precedenti. Per la fase arcaica è particolarmente significativo il kurgan 1 di Uašchitu (Erlich 1994). Scoperto nel 1988, il tumulo racchiudeva una fossa sepolcrale di 13 x 7 m a una profondità di ca. 2 m, a sua volta coperta da una struttura in legno a forma di tenda. Sfortunatamente, la tomba venne saccheggiata già in antico, tuttavia furono recuperate placchette di bronzo e lamine d’oro; nella zona meridionale non toccata dai saccheggiatori vennero ritrovati i resti di un carro cerimoniale e quattro cavalli.
Altrettanto importante è la necropoli di Fars (Leskov and Erlich 1999), verosimilmente riservata a una comunità militarizzata, in quanto tutte le tombe sono maschili e con corredi di armi. Particolarmente importante è l’alta presenza di sepolture elitarie: circa il 40% delle tombe presenta infatti deposizioni di cavalli interi, mentre il restante 60% è riservato a guerrieri ordinari armati di lancia e spada.
La presenza di cavalleria nel mondo meotico è abbastanza comune. Nella fase arcaica le tombe hanno fornito soprattutto morsi e altri elementi delle briglie e ossa equine, soprattutto arti e crani. La presenza di cavalli interi, rara nella fase arcaica, aumenta sensibilmente a partire dal IV secolo a.C., quando sono attestati diversi casi in cui più cavalli sono deposti per un singolo defunto, che può essere anche di sesso femminile.
Un’evidenza peculiare del mondo meotico sono i complessi cultuali, ossia dei peculiari santuari all’aria aperta rappresentati principalmente da piattaforme di terra o pavimentate con ciottoli di fiume, sulle quali venivano compiuti sacrifici e altre azioni rituali. Particolarmente ricchi sono i complessi del VI-IV secolo, come quelli di Uljap, in cui sono stati rinvenuti numerosi oggetti in metallo prezioso, oppure di Tengin (Erlich 2011), dove sono stati documentati sacrifici di cavalli e di altri animali domestici e selvatici, nonché umani.
Benché i contesti funerari siano la più ricca fonte di informazioni sulla cultura meotica, importanti evidenze provengono anche dalla struttura insediamentale, per quanto questa sia indagata in misura minore. Attualmente sono conosciuti più di 200 insediamenti, ma solo una trentina riferibili alla fase arcaica. Si tratta principalmente di piccoli villaggi non fortificati situati sulla riva sinistra del Kuban o lungo la zona costiera (Kameneckij 2011, 221-235). A partire dal VI secolo inizia anche l’allargamento meotico sulla riva destra del basso e medio Kuban, dove, dal IV secolo in poi, i siti sono tutti fortificati e di dimensioni notevoli (Limberis, Marčenko 2010, 191). La diffusione di strutture difensive è probabilmente da ricondurre alla prima penetrazione sarmata.
La cultura materiale meotica è molto ricca e variegata. Nella fase arcaica la ceramica è principalmente ordinaria, modellata a mano e spesso con decorazioni geometriche. La metallurgia invece si caratterizza per una ricca oggettistica bellica, la quale comprende soprattutto un ampio repertorio di armi offensive in bronzo e ferro. Numerose sono le attestazioni di oggettistica scita nelle tombe, specialmente morsi di cavallo, armi e oggetti in stile animalistico, mentre sono più scarse le importazioni dal mondo greco, le quali appariranno progressivamente solo dalla fine del V secolo in poi.
La cultura materiale meotica raggiunge il suo massimo splendore nel IV secolo a.C. quando l’influenza ellenica del nascente Regno del Bosforo si fa via via più marcata. La ceramica è realizzata al tornio e spesso dipinta, mentre sono numerose anche le importazioni di vasellame greco. Altrettanto importante è l’influenza sulla metallurgia, la quale aumenta sensibilmente sia in qualità che in quantità, con numerosi oggetti in metallo prezioso realizzati da botteghe localizzate nelle città del Bosforo o della Grecia stessa. Anche l’oggettistica bellica ne è influenzata: diminuisce quella scita, ma aumentano panoplie ed elmi di tipo greco.
Ad esclusione di qualche vago riferimento in Erodoto (Erodoto IV.11), l’arrivo degli Sciti nella Caucasia settentrionale non è documentato nelle fonti.
La presenza scita e le sue fasi di sviluppo possono pertanto essere ricostruite solo a partire dallo studio dei contesti archeologici, principalmente tumuli appartenenti all’aristocrazia. Ulteriori importanti evidenze sono rappresentate dalla diffusione di oggettistica tipicamente scita (armi, morsi di cavallo, oggetti in stile animalistico) e dalla presenza di steli antropomorfe.
Nella regione del Kuban possiamo distinguere tre grandi zone di distribuzione dei monumenti funerari sciti: la riva sinistra e la zona pedemontana; la riva destra e la zona steppica fino al delta del Don; la penisola di Taman e la zona costiera (Figura 2).
Il primo gruppo comprende i monumenti più significativi, la maggior parte dei quali però fu indagata tra fine ‘800 e inizio ‘900, purtroppo spesso con metodologie approssimative. La necropoli più famosa è sicuramente quella di Kelermes, formata da una trentina di kurgan di epoche differenti e da una necropoli di tombe a fossa, espressione di una comunità locale di Meoti (Galanina 1997). Sei kurgan datano intorno alla metà del VII secolo e si caratterizzano per la deposizione di numerosi cavalli sacrificati e ampia oggettistica in bronzo e oro, tra cui si segnalano diversi oggetti con raffigurazioni di ispirazione mesopotamica. Sono generalmente considerati come sepolture di membri dell’élite scita. Altrettanto importante è il coevo tumulo di Kostromskoj (Ol’chovskij 1995), purtroppo saccheggiato già in antico, ma nel quale fu rinvenuta la famosa placca aurea raffigurante un cervo nella tipica posa scitica. Di alcuni decenni posteriori sono i tumuli di Ul’ (Ivantchik and Leskov 2015), forse dei santuari più che delle sepolture, in quanto nelle undici strutture indagate non furono rinvenute ossa umane, bensì significative deposizioni di cavalli sacrificati, il cui numero arriva addirittura a 400 nel kurgan 1.
Altri tumuli elitari della fase arcaica, come Krasnoe Znamja (Petrenko 2006) e Novozavedennoe-II (Petrenko et al. 2000), sono invece localizzati più a oriente, nella Caucasia centrale, dove si trovano anche diverse necropoli scite con tombe ordinarie, tra cui spiccano senz’altro i cimiteri di Nartan I-II (Batačaev 1985; Kerefov, Karmov 2009).
Il secondo gruppo territoriale, ossia la regione steppica della riva destra tra Kuban e Don, oltre ai tumuli sciti posteriori di Voronežskaja (OAK 1903, 71–75) e Ust–Labinskaja (OAK, 1903, 69–70), presenta decine di complessi funerari (Alekseev and Rjabkova 2010, 246-249); nella fase più arcaica, nella prima metà del VII secolo, i corredi sono piuttosto poveri, con scarse armi e nessuna briglia di cavallo. Dalla seconda metà del VII invece si registra un aumento dei corredi, soprattutto dell’oggettistica bellica.
Il terzo gruppo comprende le evidenze localizzate lungo la zona costiera (Alekseev and Rjabkova 2010, 249). Quelle della fase arcaica sono poche e malamente documentate, mentre ben più significative saranno le evidenze del V e del IV secolo, tra cui si segnalano i kurgan di Bol’šaja Bliznica, alcuni del gruppo “Sette Fratelli”, Karagodeuašch e, sulla riva opposta, Kul’Oba (Artamonov 1966, 62-73).
Per tracciare l’area di diffusione dei gruppi sciti, un altro elemento importante sono le sculture in pietra antropomorfe e le “pietre cervo”, la cui comparsa nell’Europa orientale e nel Caucaso settentrionale è senza dubbio associata a gruppi di popolazioni che migrarono dalla regione dell’Asia centrale dal X secolo agli inizi del VIII (Ol’chovskij 2005, 92-93). È interessante evidenziare come la diffusione delle steli mostri una parziale discrepanza territoriale con la localizzazione dei tumuli funerari, soprattutto quelli aristocratici. Secondo alcuni studiosi, le steli apparentemente segnavano il confine territoriale dei gruppi nomadici e il fatto che non ne siano state recuperate a ovest del fiume Belaja potrebbe suggerire una mancanza di gruppi stabili sciti nel bacino del basso Kuban; infatti, sulla stessa appartenenza dei famosi tumuli di Kelermes agli Sciti è stato avanzato qualche dubbio (Erlich 1994, 44).
Vista la forte interazione tra i due gruppi, non è sempre facile stabilire un confine netto tra la cultura scita e quella meotica. Ampia e variegata oggettistica scita è stata rinvenuta in contesti meotici, così come importazioni meotiche, soprattutto ceramica, provengono da contesti funerari chiaramente sciti. Data la stretta contiguità territoriale tra contesti funerari, è possibile che esistesse una forte collaborazione, se non addirittura un’alleanza militare, tra le élite scite e meotiche, che diverrà poi ancora più marcata nelle fasi successive. A partire dalla fine del VI secolo, infatti, per la regione del Kuban è più appropriato parlare di fase “meotico-scitica”, la quale raggiungerà il massimo splendore nei due secoli successivi.
Un esempio importante di simbiosi è dato dai kurgan dei “Sette Fratelli”, nei pressi di Anapa, e datati dalla metà del V secolo alla fine del III (Artamonov 1966, 36-38; Gorončarovskij 2014). Scavati purtroppo nel 1875-1876 – epoca in cui le metodologie di indagine erano piuttosto approssimative – hanno rivelato ricchi corredi funerari, tra cui oggetti in metallo prezioso di ispirazione greca, meotico-scitica e achemenide. Molto probabilmente questi erano i luoghi di sepoltura dell’aristocrazia dei Sindi, una tribù meotica particolarmente attiva nelle interazioni tra colonie greche della costa e gruppi nomadici dell’entroterra (Gorončarovskij, Ivantchik 2010). Oltre che nell’oggettistica ritrovata nei tumuli elitari, la forte influenza greca e scita si manifesta anche nell’onomastica dei re sindi a noi noti dalle fonti: Ecateo, che portava un nome greco, diede a suo figlio il nome scita di Oktamasad (Tokhtas’ev 2006, 5).
La fine della presenza scitica nella regione di Kuban non si può determinare con chiarezza: già a partire dal V secolo il baricentro dell’interesse dei gruppi nomadici si sposta progressivamente dalla Caucasia alla costa settentrionale del Mar Nero, soprattutto nell’area compresa tra i fiumi Don e Buh, da cui proviene la maggioranza dell’evidenza scita del cosiddetto periodo classico. È infatti proprio a quest’epoca che risale la stragrande maggioranza dei monumenti sciti conosciuti: dei 2.300 monumenti registrati nelle steppe scitiche all’inizio degli anni ‘80, circa 2.000 sono stati datati al IV secolo a.C. (Černenko et al. 1986, 345).
Nella Caucasia settentrionale l’evidenza artistica e archeologica suggerisce invece una progressiva fusione tra l’elemento scita e quello meotico, con una finale prevalenza di quest’ultimo. A poco a poco i gruppi sciti furono assorbiti dai Meoti per dissolversi definitivamente intorno al IV secolo, periodo in cui la cultura meotica acquisì il suo aspetto classico (Kantorovič, Erlich 2006, 13).
Il primo aspetto da prendere in esame per definire le interazioni economiche riguarda il territorio e le risorse che esso può offrire.
Il fiume Kuban divide essenzialmente due grandi eco-regioni. La parte settentrionale è una zona principalmente pianeggiante e steppica, che rappresenta la propaggine meridionale della vasta prateria Pontico-Caspica. La parte meridionale, invece, presenta un ambiente più variegato: la zona montuosa è caratterizzata da ampi pascoli alpini, strette vallate e pendii ricoperti di vasti boschi di conifere, mentre nella parte centrale le vallate si allargano e ampi boschi di latifoglie si estendono su un ambiente perlopiù collinare. A est di Krasnodar il fiume vira verso occidente, creando un’ampia zona pianeggiante e particolarmente fertile grazie alla presenza di un suolo ricco di sostanze organiche, il chernozem (=terra nera).
L’area più occidentale rientra storicamente nella regione del Bosforo, la quale si estende lungo la costa orientale del Mar Nero, grossomodo dallo stretto di Kerch fino alla città di Adler. Una parte della fascia costiera si snoda in contiguità con la catena del Caucaso maggiore, la quale protegge la costa dai venti freddi settentrionali, garantisce abbondanti precipitazioni e offre numerosi e brevi corsi d’acqua che dalle montagne si gettano nel mare.
L’ambiente geografico antico era sostanzialmente simile a quello odierno, ma con alcune importanti differenze: la prima era l’assenza della penisola di Taman, in quanto in antico era presente solo un arcipelago di basse isole; la seconda era la posizione della linea costiera, probabilmente cinque o sei metri al di sotto di quella moderna (Lozovoj and Dobrovol’skaja 2010).
La diffusione e il sostentamento di gruppi pastorali sempre più numerosi fu probabilmente agevolato da un favorevole cambiamento climatico occorso sul finire del II millennio in Caucasia, Anatolia orientale e zona Caspica (Issar and Zohar 2007, 165; Özfırat 2005; Ökse 2017). Questa evidenza si ricollega a una tendenza simile già messa in luce per l’Asia centrale che potrebbe spiegare, almeno in parte, l’emergere del nomadismo euroasiatico all’inizio del I millennio a.C. (van Geel et al. 2004).
Combinando dati storici e archeologici sappiamo però che, sul finire del I millennio a.C., nell’area del Kuban si è accentuato un processo regressivo dell’ecosistema locale a causa di una serie di concomitanti fenomeni naturali e antropici (terremoti, regressione del mare, aumento dell’abrasione costiera, disboscamento), il quale portò a una significativa steppificazione dei territori dell’area, alla salinizzazione del suolo e alla quasi completa distruzione delle aree boschive.
La risorsa principale del Kuban è l’ampio terreno fertile e perlopiù pianeggiante, presente soprattutto lungo la riva destra e il suo più grande affluente, il Laba. Grazie a delle precipitazioni sostanzialmente regolari e a una popolazione perlopiù sedentaria, la regione poteva offrire rese elevate di cereali con un livello relativamente basso di sviluppo infrastrutturale. Le principali colture erano frumento, orzo, miglio e varie tipologie di legumi (Garbuzov 2010).
Evidenze di attività agricole sono ampiamente attestate nelle comunità meotiche, anche per le fasi più arcaiche, benché l’aumento esponenziale avvenga dal V secolo in poi (Kameneckij 2011, 248-254). Anche i villaggi della cultura Koban, nella Caucasia centrale, praticavano l’agricoltura, principalmente terrazzata (Korobov, Borisov 2013). Con la fondazione delle colonie greche, la chora venne intensamente sfruttata, con ampi investimenti e allargamento delle superfici coltivabili. La produzione cerealicola crebbe sensibilmente, anche per soddisfare il netto aumento della popolazione locale.
Oltre ai prodotti agricoli, il Kuban offriva altri asset economici, primo fra tutti l’allevamento: sia la zona steppica sulla riva destra del fiume sia i pascoli nelle zone collinari e montane erano luoghi adatti a sostenere varie e diversificate mandrie di animali, molte delle quali erano verosimilmente gestite dai gruppi nomadici. Oltre ai cavalli, erano sfruttate anche altre risorse: pelli conciate, lana, carne e latticini potevano trovare facili sbocchi nei mercati della costa o negli insediamenti meotici.
Inoltre, tutto il Mar Nero orientale e la Caucasia potevano offrire legname e altri prodotti forestali, come resine e pece. Secondo Strabone (XI.2.15) tutto il Caucaso era ricco di foreste e legname di ogni tipo, in particolare quello utilizzato nelle costruzioni navali, e i fiumi permettevano il trasporto del legname fino alla costa (XI.2.17). Quando Mitridate VI Eupatore conquistò la zona, è proprio da qui che ricevette “la maggior parte degli aiuti per la sua flotta” (XI.2.18). Il commercio del legname sembra però aver avuto un orizzonte principalmente locale e regionale, in quanto molte altre zone del Mediterraneo, dall’Italia alla Macedonia e dalla Ionia al Levante, erano ricche di foreste di conifere (Meiggs 1982; Hannestad 2007).
Scarse sono invece le risorse minerarie locali, con solo qualche deposito aurifero e piccoli depositi di ferro di scarsa qualità nella zona centrale (Košelenko and Kuznecov 2010, 221). Ricchi e variegati sono invece i depositi minerari della Caucasia meridionale, sia sul versante georgiano del Caucaso maggiore sia in tutto il Caucaso minore, soprattutto nella zona di confine tra Armenia e Azerbaijan, dove si trovano abbondanti giacimenti di oro, rame e ferro. Diversi passi montani permettevano il collegamento con la regione della Colchide (Raev 2006), mentre un’altra importante via di comunicazione collegava la zona centrale tramite il passo di Darial, lungo il medesimo percorso della famosa “Strada Militare Georgiana”.
Altrettanto importante è il ruolo dei materiali da costruzione. L’ampia disponibilità di argilla garantiva una produzione di mattoni a basso costo in tutta la regione del Mar Nero. Più problematico era invece l’approvvigionamento delle pietre da costruzione necessarie alla realizzazione degli edifici monumentali delle città del Bosforo, per le quali esistono numerose attestazioni nell’evidenza storica e archeologica. Alcune città come Gorgippa, Torikos e Dioscurias, localizzate in prossimità della catena del Caucaso, potevano accedere facilmente a depositi di pietre varie, ma quelle nella penisola di Taman o nel basso Don dovevano per forza importare il materiale da costruzione dalla Crimea o dal Caucaso. Una dimensione internazionale del commercio era rappresentata invece dal marmo, assente nel Mar Nero settentrionale e orientale (Košelenko and Kuznecov 2010, 210-213).
L’acqua della regione è fondamentale per una molteplicità di aspetti, a partire dalle precipitazioni, tendenzialmente abbondanti e ben distribuite: esse permettono uno sfruttamento agricolo abbastanza regolare e contribuiscono a creare un ricchissimo sistema idrografico incentrato sul Kuban e i suoi numerosi affluenti. Altrettanto importanti sono i numerosi e brevi corsi d’acqua che dal versante meridionale del Caucaso maggiore si gettano nel Mar Nero, in quanto è lungo questi assi fluviali che si snodano le principali vie di comunicazione tra Colchide e Caucasia (Raev 2006, Figura 1). Numerosi passi montani e rotte fluviali permettevano di collegare i due versanti del Caucaso maggiore, dove le città costiere della Colchide fungevano da ulteriori poli economici. Le tre poleis principali erano Phasis, Gyenos e Dioscurias, che si identificano con le moderne Poti, Ochamchire e Sokhumi. La rotta principale seguiva verosimilmente il fiume Phasis, parzialmente navigabile, e l’omonima città era il porto di entrata principale per tutti i numerosi oggetti greci importati e diffusi nell’attuale Georgia (Lordkipanidze 2002).
Fondamentali sono pure i distanti bacini del Don e del Volga, ai quali era però possibile accedere facilmente vista la contiguità territoriale tra questi fiumi e l’ampia distesa steppica che si dipana verso settentrione a partire dalla riva destra del Kuban.
Oltre ai fiumi, è ovviamente il mare a offrire i collegamenti più significativi. La fondazione di varie colonie greche nella regione orientale del Mar Nero permise di stabilire un collegamento diretto tra la Caucasia e tutto l’ecumene ellenico. I primi contatti sporadici risalgono già alla fine del VII secolo, quando nel Kuban, così come in tutta la regione del Mar Nero settentrionale, appaiono le prime importazioni greche, principalmente di anfore da Clazomene (Monachov 2003).
Con la fondazione di varie colonie tra VI e V secolo gli scambi diverranno più intensi e regolari, coinvolgendo sia le comunità meotiche del medio e basso Kuban sia i gruppi nomadici.
Per ricostruire il fitto sistema di scambi tra i vari gruppi della Caucasia bisogna innanzitutto suddividerlo in tre ambiti territoriali: commercio locale, regionale e internazionale.
Il commercio locale avveniva su brevi distanze tra comunità abitanti le medesime nicchie ecologiche. È principalmente rappresentato dagli scambi tra le città greche e il loro immediato entroterra, oppure dalle interazioni tra gli insediamenti meotici e i gruppi nomadici nel medio Kuban. Essendo rappresentato soprattutto da beni primari, in particolar modo cibo e prodotti di artigianato non elitario, ha lasciato poche impronte sia nelle fonti che nel contesto archeologico. Particolarmente significativo è però lo stretto rapporto tra Meoti e Sciti. I primi fornivano prodotti agricoli e artigianali ai gruppi nomadici, evidenza ben espressa dall’abbondante ceramica meotica rinvenuta in tombe scite. I secondi, invece, pare abbiano condiviso soprattutto oggettistica bellica, forse anche cavalli, visto l’alto numero di armi scite e briglie rinvenute in tombe meotiche.
Il commercio regionale coinvolge più direttamente tutti i soggetti. Per il periodo arcaico generalmente mancano prove di scambi commerciali tra le diverse colonie del Mar Nero. L’unica evidenza significativa è una placca di piombo inscritta del 530–510 a.C. proveniente da Fanagoria sulla penisola di Taman, che dimostra l’esistenza di un commercio di schiavi con Olbia (Vinogradov 1998, 160–163).
I gruppi sciti acquisivano materiale prodotto o importato nelle colonie greche della costa, mentre gestivano l’afflusso di prodotti provenienti dal bacino del Volga e dell’Ural, soprattutto metalli, che venivano poi reindirizzati verso le zone a maggiore antropizzazione, ossia il delta del Don e del Kuban.
Il commercio internazionale è quello più significativo e maggiormente attestato, sia nelle fonti sia nei rinvenimenti. Il ruolo principale è ricoperto dalle colonie greche della costa, sia per l’esportazione che per l’importazione di beni.
Le merci importate dai gruppi dell’entroterra, nomadi inclusi, comprendevano soprattutto vino e olio d’oliva. Le prime anfore della regione di Kuban trovate nei tumuli sciti risalgono tra VI e V secolo. Un altro bene importato sono gli oggetti di lusso, dall’oreficeria ai tessuti. Alcuni sembrano realizzati da artigiani locali seguendo modelli greci o da artigiani greci residenti, ma i migliori furono verosimilmente prodotti in Grecia, molto probabilmente ad Atene (Sokol’skij 1971). A partire dal V secolo anche le armi di tipo greco vengono importate, soprattutto elmi e corazze.
I cereali sono probabilmente il principale prodotto esportato, benché fonti e dato archeologico suggeriscano che le esportazioni di grano dalle colonie greche del Mar Nero settentrionale iniziarono solo nel V secolo a.C. (Noonan 1973, 232). La più antica menzione di commercio del grano è infatti presente in Erodoto in riferimento alla campagna di Serse in Grecia, dove è indicato un generico “Ponto” come luogo di provenienza delle navi frumentarie (Er. VII.147). Bisogna sottolineare come il ruolo e l’importanza del Mar Nero nel commercio cerealicolo mediterraneo sia un tema ancora discusso, e secondo alcuni anche troppo sopravvalutato (Braund 2007). Sarebbe un errore supporre che tutta la regione fosse orientata allo scambio con il mondo egeo, e con Atene in particolare, alla quale veniva dedicato un costante surplus cerealicolo.
Le stesse fonti greche del V e IV secolo menzionano solo brevemente l’importanza del grano del Mar Nero e non riportano la presenza di significativi e costanti carichi dalla regione. Mancano inoltre precisi riferimenti alle colonie della zona orientale. L’esportazione di grandi e costanti carichi di cerali era parzialmente limitata da diversi fattori, poiché la produzione effettiva era ben lungi dall’essere sicura, con eccedenze commerciabili, al riparo da siccità, epidemie o precipitazioni irregolari. Non va nemmeno tralasciata l’ipotesi di possibili impatti negativi derivanti da conflitti con le tribù meotiche e scitiche. Ad esempio, ci sono possibili evidenze di una distruzione di Panticapeo da parte degli Sciti a metà del VI secolo a.C. (Tolstikov et al. 2017, 14).
Oltre ai cereali, avevano un grande peso anche i prodotti ittici. Fiumi come il Don e il Kuban creavano grandi delta abbondanti di pesce, il quale non solo veniva esportato dal Mar Nero al Mediterraneo, ma costituiva una parte piuttosto importante della dieta degli Sciti (Gavriljuk 2005). Diversi autori greci fanno precisi riferimenti al pesce proveniente dal Mare d’Azov e dallo stretto di Kerch, soprattutto lo storione, come un bene prezioso per l’esportazione (Erodoto IV.53; Strabone VII.3.18; VII.6.2; XI.2.4). Inoltre, sono state portate alla luce numerose cisterne per lo stoccaggio di pesce salato nelle città della costa (Košelenko and Kuznecov 2010, 209-210). Un’ulteriore risorsa connessa allo sfruttamento ittico è lo sviluppo delle saline e la vendita del sale (Baladié 1994).
Un ruolo economico significativo era poi ricoperto dal commercio di schiavi, attività su cui apparentemente detenevano il monopolio i Meoti, i quali vendevano anche membri della loro stessa comunità (Blavatskij 1969; Avram 2007). In Erodoto ci sono precise menzioni dell’esistenza di fiorenti mercati di schiavi nel mondo meotico; la città di Dioscurias, in particolare, fu descritta da Strabone come il maggiore mercato per molti beni, comprese grandi quantità dei migliori schiavi (Strab. Geo. XI.2.16; XI.5.6). Inoltre, recenti studi hanno sottolineato il ruolo della Colchide (Braud, Tsetskhladze 1989); in alcune ricerche si è appunto posto l’accento sulla rilevanza del commercio di schiavi, visto come il bene principale esportato dagli Sciti (Gavriljuk 2003).
Nell’epoca arcaica gli scambi aumentarono in maniera significativa solo con la fondazione di Hermonassa e Fanagoria nella seconda metà del VI secolo. Le principali relazioni commerciali si dipanavano sull’asse del Kuban e i suoi numerosi affluenti della riva sinistra, combinando rotte fluviali e terrestri. Lungo questo percorso, i primi mercanti greci o intermediari locali cominciarono a spostarsi sempre più verso l’interno, seguendo forse le direttrici utilizzate anche dai nomadi durante le migrazioni. I beni portati dai mercanti erano soprattutto vino e olio in anfore, nonché ceramica elitaria a figure nere, il cui trasporto era certamente più agevole lungo i corsi d’acqua. Difficile è invece tracciare il verosimile scambio di prodotti con scarsa o nulla attestazione archeologica, come tutti i beni ricavabili dall’allevamento animale: latticini, pelli conciate, lana e carne secca.
Il commercio fluviale richiedeva però la presenza di una logistica funzionante, che comprendeva ormeggi, strutture di stoccaggio, imbarcazioni a basso pescaggio servite da squadre di piloti, marinai e guardie. Lungo il corso del Kuban vi erano sicuramente degli empori che fungevano da catalizzatori per i collegamenti con le zone più interne della steppa o delle montagne. Nonostante la ramificazione del sistema fluviale, la consegna delle merci nelle zone più interne veniva effettuata solo su carri trainati da animali. Rinvenimenti di ceramica greca sono attestati in siti meotici e sciti, anche in ambito montano, sin dalla fine del VI secolo (Figura 3, Figura 4).
A partire dalla fine del V e soprattutto nel IV secolo gli scambi si fanno più intensi ed è a questa fase che datano la maggior parte delle evidenze greche in contesti meotici. Cambiano anche i luoghi di provenienza della ceramica. Nella fase arcaica essa proveniva principalmente dal Mediterraneo, mentre dall’inizio del IV secolo acquisiscono più importanza i centri del Ponto meridionale, come Eraclea (25% della ceramica del Kuban) e Sinope (20%) (Košelenko et al 2010, 273).
La prima parte del fitto sistema di scambi era gestita dalle autorità delle città del Bosforo. Le navi mercantili arrivavano nelle città della costa portando soprattutto vino e olio. Nei porti venivano effettuate tutte le operazioni doganali necessarie e, successivamente, i mercanti greci trasportavano i prodotti ai vari empori delle tribù locali. A questo punto erano le élite scite e meotiche a gestire le fasi successive, poiché erano interessate ad aggiudicarsi un profitto partecipando attivamente all’organizzazione e al controllo delle operazioni commerciali. Esse non solo garantivano la sicurezza ai mercanti greci che si spostavano nell’entroterra, ma convogliavano e redistribuivano parte dei beni nei centri sotto il loro controllo, i quali fungevano da veri e propri empori commerciali per le comunità native della Caucasia. Probabilmente il più importante di questi empori si trovava nell’insediamento di Elizavetinskij, nei pressi dei kurgan dei “Sette Fratelli”, nella zona controllata dai Sindi.
Il solido sistema di scambi tra VI e IV secolo portò a un sostanziale aumento della ricchezza sia per le colonie greche sia per le élite nomadiche e meotiche che gestivano il commercio nell’entroterra. Parte di questa ricchezza veniva reinvestita nell’acquisto di oggetti elitari, il cui possesso ed esibizione era un aspetto fondamentale della manifestazione di autorità dei leader tribali. Pertanto, non solo è possibile segnalare un aumento dell’oggettistica di pregio nelle tombe aristocratiche, ma molti di questi oggetti sono realizzati sia da botteghe greche secondo il tipico stile ellenico sia da artigiani locali capaci di ibridare tradizioni artistiche differenti.
L’evidenza artistica propriamente scita è principalmente rappresentata da oggetti realizzati secondo i canoni del cosiddetto “stile animalistico”, uno degli elementi che maggiormente connotano tutto l’universo nomadico euroasiatico dalla Siberia all’Ungheria del I millennio a.C., con diversi sottogruppi su base territoriale.
Lo stile animalistico decora quasi sempre parte di un oggetto, probabilmente non solo per ragioni estetiche, ma anche con lo scopo di conferire magicamente all’artefatto e al suo proprietario le proprietà degli animali raffigurati. La bronzistica è la categoria rappresentata più di frequente, ma ai fini del presente studio si farà riferimento solo all’oggettistica in metallo prezioso.
La variante del Caucaso settentrionale è rappresentata principalmente da oggetti rinvenuti nel Kuban, indipendentemente dal fatto che gli artigiani fossero Meoti, Sciti o di altra origine (Kantorovič 2010, 290), poiché non è facile tracciare un confine netto tra le due tradizioni artistiche. La stragrande maggioranza delle immagini dell’arte meotica del Kuban dell’epoca scitica sono zoomorfe. Lo zoomorfismo fu influenzato non solo dalle tradizioni scite: un ruolo fu giocato anche dallo sviluppo della tradizione proto-meotica, in cui temi geometrici coesistevano con singole immagini zoomorfe.
Nella fase più arcaica, l’oggettistica in metallo prezioso è rappresentata da pochi oggetti provenienti da alcuni tumuli elitari. Vi sono diversi esempi di una chiara influenza od origine mesopotamica risultante dalle attività dei gruppi sciti nel Vicino Oriente (Kisel’ 2003). Oltre ad oggetti direttamente acquisiti durante le campagne mesopotamiche, è possibile che artisti provenienti dall’Anatolia, dalla Ionia, dall’Assiria, dall’Urartu e dall’Iran lavorassero per i loro committenti sciti in qualche centro produttivo della Caucasia settentrionale (Il’inskaja and Terenožkin 1983, 62, 67). Gli esempi più famosi sono costituiti dai set aurei di Kelermes (Figura 5), da varie placchette in oro da Ul’ e dal kurgan distrutto di Semikolennye (Figura 6c). Altrettanto importante è la massiccia placca aurea raffigurante un cervo: essa proviene da Kostromskoj e ci offre una delle più antiche raffigurazioni della tipica posa scita-siberiana del cervo (Figura 6b). Alcuni lo considerano “volante”, sebbene la disposizione delle zampe sia più simile alla fase di riposo. In effetti, tale cervo può essere considerato “giacente”, tenendo conto della posizione del corpo e del collo. Questo ed altri oggetti testimoniano chiaramente la presenza di botteghe artigiane altamente specializzate tra gli Sciti stessi, come tra l’altro testimoniato dall’evidenza archeologica, soprattutto per i secoli successivi (Lifantii 2023).
Dall’inizio del VI secolo l’influenza mesopotamica scompare e si forma gradualmente lo stile tipicamente locale della fase meotico-scitica. Inoltre, parallelamente alla penetrazione greca, si registra l’influenza artistica ellenica, sia con copie locali sia con importazioni.
L’arte meoto-scita è caratterizzata da un repertorio figurativo limitato a quattro gruppi principali: ungulati, animali da preda, uccelli e animali sincretici. Questi elementi zoomorfi vanno a decorare soprattutto oggettistica in bronzo, come morsi di cavalli, armi e piccola gioielleria. Gli oggetti in oro non sono numerosi: si tratta principalmente di placchette usate per decorare vestiti (Figura 7).
Durante il V secolo, le caratteristiche della cultura scitica nel Kuban scompaiono gradualmente a causa dello spostamento di gruppi nomadi nella zona del Mar Nero settentrionale o della loro assimilazione da parte dei Meoti. Di conseguenza, nel IV secolo l’arte zoomorfa del Kuban è significativamente isolata dalle altre varianti locali dello stile animalistico scita (Kantorovič 2010, 290), che ormai vede come centro propulsivo principale la regione del Mar Nero settentrionale.
Perdura però la rappresentazione del cervo nella sua tipica posa. Se nella regione settentrionale del Mar Nero i cervi sono mostrati con il collo verticale e la testa orizzontale rivolta in avanti, nell’arte meotico-scita sono raffigurati principalmente con la testa girata all’indietro, con il collo piegato e il palco aperto frontalmente. Sono inoltre rappresentati tori, cavalli, alci, cinghiali; ci sono poi numerose immagini di animali predatori, tra cui dominano i felini, ma figurano anche riproduzioni isolate di lupi. Tra gli uccelli, i più comuni sono i rapaci, soprattutto aquile e avvoltoi, ma nel IV secolo l’influenza greca e achemenide porterà rappresentazioni di grifoni come leoni alati con testa d’aquila.
Il culmine dell’influenza straniera, soprattutto ellenica, si registra nel IV secolo. Particolarmente importanti sono i rinvenimenti dai tumuli dei “Sette Fratelli” con un ampio set di oggetti in oro e argento (Figura 8); tra di essi spiccano certamente cinque rhytà in argento (Vlasova 2001), uno dei quali di produzione o influenza achemenide. Altrettanto importante è il santuario di Uljap, da cui proviene un rhyton d’argento e oro con un fregio con scene di gigantomachia e un vaso in argento con decorazione geometrica e zoomorfa (Figura 9).
Nel IV secolo si fanno più marcate le importazioni di oggetti realizzati da artigiani greci, verosimilmente operanti in botteghe nel Regno del Bosforo, che rappresentano ormai il grosso dell’evidenza elitaria, come ben dimostrato dai rinvenimenti nei kurgan di Karagodeuašch e Kurdžip. Nel medesimo periodo l’influenza ellenica si fa più forte anche nell’architettura funeraria: la camera sepolcrale dei tumuli è realizzata in blocchi di pietra (Figura 10), seguendo il medesimo stile delle tombe a camera greche, probabilmente emanato da Panticapeo.
La variante Kuban dello stile animalistico scompare alla fine del IV-inizio del III secolo a.C. Non è chiaro se ciò sia dipeso dall’influsso culturale esterno, principalmente greco, dalla pressione sarmata o, semplicemente, da una scomparsa inaspettata insieme all’intera cultura propriamente scita.
Sin dalla fase arcaica, grossomodo dal VII secolo a.C. in poi, la regione del Kuban ha testimoniato uno stretto legame tra elementi sedentari e nomadici, con forti scambi commerciali, influenze culturali, religiose e artistiche.
La fondazione del Regno del Bosforo, ormai entità autonoma e non più lontana periferia dell’ecumene ellenico, contribuì fortemente ai processi di interazione locale e allo sviluppo del commercio internazionale. La forte attrattività economica e culturale delle città sulla costa finirà per esercitare un’influenza significativa sulle comunità meotiche e scite. A partire dalla fine del V secolo a.C. il numero dei kurgan sciti nella Caucasia diminuisce sensibilmente, così come i caratteri propri dell’elemento nomadico. Apparentemente, si registra una più forte simbiosi tra l’elemento scita e quello meotico, con una finale prevalenza di quest’ultimo. I Meoti, infatti, manterranno anche per i secoli a venire un’impronta culturale propria, mentre saranno i gruppi nomadici ad essere via via assimilati, o dai Meoti stessi o dai Greci. Un fenomeno simile si registrò anche nel Mar Nero settentrionale e in Crimea nel IV e III secolo a.C.
All’elemento scita subentrò una nuova ondata nomadica rappresentata dai Sarmati, i quali andranno ad occupare le nicchie ecologiche e gli spazi commerciali precedentemente appannaggio dei gruppi sciti, ravvivando l’intensa interazione tra le varie comunità del Kuban, almeno fino al II-III secolo d.C., quando il Regno del Bosforo e le comunità meotiche non avranno più la forza militare, economica e culturale per opporsi alle continue pressioni esterne di Goti, Alani e Unni.
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1 Tra l’enorme bibliografia sul tema, si segnalano i seguenti volumi editi: Tsetskhladze 1998, Kozlovskaya 2017, Tsetskhladze et al. 2021.
2 Testo perduto, ma vari nomi sono riportati da Stefano di Bisanzio.