L’Uzbekistan nella Maggioranza Globale: Protagonista della Ri-globalizzazione?

Frank Maracchione

School of Economics, Politics and International Relations, University of Kent, Canterbury, Regno Unito

Abstract. La policrisi globale ha sollevato interrogativi sulla tenuta della globalizzazione economica e sulle dinamiche di deglobalizzazione, con implicazioni per le economie della Maggioranza globale. L’Uzbekistan, tradizionalmente protezionista sotto Islam Karimov, ha avviato dal 2016 un percorso di liberalizzazione economica sotto il presidente Shavkat Mirziyoyev. Tuttavia, le recenti crisi globali pongono dubbi sulla sostenibilità di questa traiettoria. Adottando una prospettiva costruttivista nell’ambito dell’Economia politica internazionale, questo articolo analizza come attori nazionali e internazionali costruiscano il significato della crisi economica e politica. Basato su documenti ufficiali e 54 interviste, il lavoro sostiene che l’Uzbekistan, lungi dal seguire un processo di deglobalizzazione, sta rafforzando l’integrazione nelle reti economiche globali, con un’enfasi sui legami sud-sud e sul ruolo della Cina. La liberalizzazione uzbekistana emerge così non come semplice adattamento, ma come una riformulazione normativa che ridefinisce la posizione del Paese nel quadro di una globalizzazione guidata dalla Maggioranza globale.

Keywords: ri-globalizzazione, Uzbekistan, deglobalizzazione, WTO, Cina.

Index

1. Introduzione

2. La liberalizzazione dell’Uzbekistan e l’economia politica della guerra in Ucraina: deglobalizzazione?

3. L’economia politica dell’Uzbekistan da protezionismo a globalizzazione: caso studio, metodologia e dati

4. Connettere e diversificare l’Uzbekistan: infrastrutture e connettività sud-sud oltre le vie della seta

5. L’Uzbekistan nella maggioranza globale: narrazioni globali sulla crisi del sistema liberale occidentale

6. Narrative uzbekistane sulla liberalizzazione: da periferia delle vie della seta, a centro di produzione globale

7. Conclusioni

Bibliografia

1. Introduzione

La cosiddetta ‘policrisi’ globale ha sollevato interrogativi fondamentali sulla tenuta della globalizzazione economica e sulle possibili dinamiche di deglobalizzazione, con implicazioni significative per le economie della Maggioranza globale.1 L’Uzbekistan, un attore di crescente rilevanza nell’Asia centrale, offre un caso di studio emblematico per analizzare questi processi. Tradizionalmente caratterizzato da un’economia protezionistica sotto la presidenza di Islam Karimov (1990-2016), il Paese ha intrapreso un percorso di liberalizzazione economica con l’elezione di Shavkat Mirziyoyev nel 2016, favorendo un’integrazione più profonda nelle reti commerciali globali. Tuttavia, le crisi globali recenti, in particolare la guerra in Ucraina, creano interrogativi sulla traiettoria di liberalizzazione dell’Uzbekistan nel nuovo contesto geopolitico.

Questo articolo si inserisce nel dibattito dell’Economia politica internazionale (IPE) adottando una prospettiva costruttivista per esaminare la liberalizzazione dell’Uzbekistan alla luce del contesto globale. In particolare, si interroga sulla narrativa della deglobalizzazione e sul modo in cui attori internazionali e nazionali contribuiscono a costruire il significato di crisi economica e politica. L’analisi si basa su una combinazione di dati documentali e interviste. Il corpus principale comprende documenti ufficiali pubblicati dal governo uzbekistano e dall’Organizzazione mondiale del commercio (OMC) tra il 2022 e il 2024, con un focus sui discorsi di Shavkat Mirziyoyev e della direttrice generale dell’OMC, Ngozi Okonjo-Iweala. Inoltre, il lavoro incorpora dati provenienti da 10 interviste condotte nell’ottobre 2024 in Uzbekistan con rappresentanti del settore imprenditoriale e istituzioni statali, nonché analisi quantitative basate su documenti ufficiali del Ministero degli Esteri uzbekistano e altre 44 interviste a stakeholder politici ed economici (2022-2023).

L’articolo sostiene che, contrariamente alla narrazione occidentale rispetto deglobalizzazione indotta dalla guerra in Ucraina, e altre parallele crisi globali, l’Uzbekistan sta rafforzando il proprio impegno nei processi di globalizzazione economica attraverso strategie di integrazione nelle filiere produttive globali e un rafforzamento dei legami economici Sud-Sud, con un ruolo centrale della Cina. In tal senso, la liberalizzazione dell’Uzbekistan non rappresenterebbe un semplice adattamento alla pressione internazionale, ma il risultato di una nuova costruzione normativa liberale che ridefinisce il posizionamento del Paese nell’economia globale come parte di un nuovo round di globalizzazione guidato dalla Maggioranza globale.

2. La liberalizzazione dell’Uzbekistan e l’economia politica della guerra in Ucraina: deglobalizzazione?

Questo contributo si inserisce nella disciplina dell’Economia politica internazionale (IPE – International Political Economy) di stampo costruttivista che si è concentrata sulla necessità di comprendere l’evoluzione delle norme economiche globali in particolare nell’ambito di crisi globali e soprattutto di esaminare il processo di costruzione normativa di queste crisi. In particolare, mi focalizzo sul concetto di globalizzazione (e deglobalizzazione) nell’ambito di crisi economiche e geopolitiche. Colin Hay (2002, 388) ha famosamente criticato l’uso egemonico del concetto di globalizzazione, che descrive come un “processo senza soggetto”, suggerendo che riscoprire i soggetti del processo di globalizzazione permette di comprendere i meccanismi causali che spingono gli attori a promuovere la globalizzazione dell’economia mondiale. Inoltre, Hay (2002) promuove la rinuncia all’inevitabilità collegata al concetto stesso di globalizzazione nel discorso neoliberale. Nell’ambito della guerra in Ucraina, queste discussioni portano alla necessità di analizzare non solo gli effetti economici del conflitto, ma anche la costruzione da parte degli attori internazionali nell’Occidente dell’invasione russa dell’Ucraina, e la guerra (Europea) che ne è scaturita, come crisi globale, che causerebbe inevitabilmente processi di polarizzazione e deglobalizzazione.

Bishop e Payne (2021), nella loro critica alla letteratura sulla ‘deglobalizzazione’, iniziano con aggiungere complessità al concetto stesso di globalizzazione, distinguendola dalla neo-liberizzazione, riconoscendo che gli obiettivi, le finalità e le visioni del mondo degli attori globali, ciò che Amitav Acharya (2018) chiama ‘agency normativa’, possono creare diverse forme di ‘(ri)globalizzazione’ per correggere le deviazioni del neoliberismo attraverso una qualche forma di ‘embedment’ (radicamento, incorporamento) soprattutto nel tessuto normativo del Sud globale. Collegando l’embedment della globalizzazione e la spinta accademica per la produzione di ricerca non eurocentrica, una tradizione della letteratura che si colloca tra gli studi sullo sviluppo internazionale e gli studi d’area, esamina non solo le grandi potenze come architetti di norme e politiche globali, ma anche l’agency degli Stati “minori” nell’influenzare le narrazioni economiche e le priorità di investimento degli attori stranieri, con un focus sugli investimenti cinesi nella Maggioranza globale (Calabrese e Cao 2021; Wang Yuan 2022). Il contributo di questa agenda di ricerca risiede anche nella pluralizzazione degli attori attivi nel plasmare i processi economici, oltre lo stato e le élite finanziarie. Per esempio, molti degli aspetti discussi in queste analisi si concentrano sul ruolo di società civile e popolazioni locali nel resistere gli aspetti negativi degli investimenti cinesi, con il risultato di influenzarne lo sviluppo (Van der Kley 2020).

Tutti questi lavori riconoscono gli effetti negativi dell’interazione tra élite capitaliste transnazionali e il potere statale (autoritario) e correlata violenza, comune alla letteratura sul cosiddetto ‘neoliberal authoritarianism’ (neoliberismo autoritario).2 Tuttavia, concentrandosi sulla Maggioranza globale, dedicano meno attenzione all’oppressione e più alla resistenza, sia degli Stati, sia soprattutto a livello della società civile, una tendenza che condividono con la letterature ‘critica’, il cui obiettivo normativo è emancipatorio, nella direzione di un “futuro liberato dalle catene economiche e politiche del neoliberismo” (Tansel 2017, 19; Wigger 2019; Lawreniuk 2021). La mia strategia analitica è quella di collegare il concetto di ‘ri-globalizzazione’ di Bishop e Payne (2021) a queste opere emancipatorie sulle forze di embedment nella Maggioranza globale tramite i concetti costruttivisti di ‘localizzazione’ e ‘sussidiarietà’3 per discutere il ruolo dei cosiddetti attori della globalizzazione (Hay 2002), evitando di escludere attori tradizionalmente ignorati dalla disciplina dell’economia politica internazionale, per esempio gli attori dell’Asia centrale e dell’Uzbekistan.

3. L’economia politica dell’Uzbekistan da protezionismo a globalizzazione: caso studio, metodologia e dati

La review della letteratura in IPE relativa all’Uzbekistan di Galdini (2022) offre importanti spunti sul perché il Paese rappresenti un buon caso di studio per crisi e cambiamento. Una discussione centrale riguarda il puzzle della gestione economica relativamente positiva del Paese alla caduta dell’Unione sovietica, rispetto al collasso osservato nel resto dell’Asia centrale, collegata alle politiche protezionistiche del primo presidente, Islam Karimov al potere dal 1990 al 2016 (Popov 2013). Fazendeiro (2015) e Galdini (2022) portano invece la conversazione a un livello globale: il primo introducendo un carattere relazionale all’economia politica uzbekistana, analizzando il ruolo delle relazioni estere nella costruzione del concetto uzbekistano di ‘autosufficienza’ (mustaqillik), il secondo discutendo il ruolo delle multinazionali straniere (in particolare Daewoo/General Motors) nella promozione e nel profitto dei settori nazionalizzati dell’Uzbekistan, quindi collocando il cosiddetto protezionismo uzbekistano in un ambito di accumulazione del capitalismo globale. Lombardozzi (2021) discute inoltre i partenariati dell’Uzbekistan con attori stranieri e un ruolo di coordinamento dello Stato. Queste analisi che si occupano dell’Uzbekistan pre-2016, anno della morte di Karimov, principale sostenitore del dirigismo uzbekistano.

L’elezione di Shavkat Mirziyoyev a presidente dell’Uzbekistan nel 2016 ha prodotto un’ondata di riforme politiche ed economiche che potremmo definire liberiste (Maracchione 2023; Bodio 2020; Kangas 2018). Lombardozzi (2023) descrive l’economia politica dell’Uzbekistan di Mirziyoyev come ‘capitalismo di Stato’ (state capitalism), sottolineando la centralità degli attori statali nel guidare il processo di riforma neoliberista, e criticando l’idea che il controllo statale sia sempre una forza contraria alla transizione di mercato (Lombardozzi 2023). Lombardozzi afferma infatti che la limitazione dell’ingresso “non regolamentato del capitale finanziario, al fine di stabilizzare un’accumulazione di capitale guidata dallo Stato” (Lombardozzi 2023, 2), ha permesso all’élite uzbekistana di gestire l’ingresso del Paese nel mercato globale dopo il 2016, tramite “sovrapposizioni istituzionali tra forme pre-neoliberali e attuali ibridi tra Stato e capitale all’interno della globalizzazione neoliberale” (Lombardozzi 2023, 13).

Questo articolo segue un percorso simile, analizzando istanze di cambiamento nel ruolo degli attori politici uzbekistani, ma non concorda sulla collocazione dell’ingresso dell’Uzbekistan nell’economia globale nel 2016. La prospettiva marxiana di Galdini offre la critica più completa a questa concezione, analizzando il ruolo del capitale globale nel plasmare quella che definisce ‘backward industrialisation’ (industrializzazione arretrata) in Uzbekistan tramite il ruolo delle multinazionali straniere nei monopoli statali (2022). Sottolineo infine che l’agenda del presidente Mirziyoyev stia promuovendo un pacchetto di riforme neoliberali sostenute da organizzazioni finanziarie internazionali, che stanno cambiando il collocamento strutturale del Paese nell’economia globale rendendolo più malleabile a quella che i neomarxisti definirebbero una global neoliberal whip (la frusta neoliberale globale).

Tornando alle nostre crisi, la pandemia di Covid-19 prima e la guerra in Ucraina dopo, sono considerate ostacoli alla liberalizzazione politica e alle riforme economiche liberali dell’Uzbekistan (Eurasianet 2020; Godwin 2020; Hedlund 2022). In Occidente, l’invasione unilaterale dell’Ucraina da parte della Russia è stata descritta nel 2022 come un momento di verità per la politica estera dell’Uzbekistan (Allayarov 2022; Pannier 2022). L’Uzbekistan è stato notoriamente più ambivalente rispetto ad altre repubbliche neo-indipendenti nelle sue relazioni internazionali dopo il crollo dell’Urss, cambiando spesso alleanze tra il campo occidentale/americano e quello russo, mantenendo al contempo strette relazioni economiche e politiche con la Repubblica popolare cinese (Maracchione 2023) e non aderendo all’integrazione economica guidata dalla Russia (Gleason 2008). Tuttavia, la Russia ha un ruolo centrale nell’economia uzbekistana e i due Paesi sono economicamente interconnessi attraverso commercio, industria e in particolare migrazione lavorativa/economica, con le rimesse che nel 2022 rappresentavano il 21% del PIL uzbekistano (Gazeta.Uz 2023; Dadabaev e Djalilova 2021). Osserviamo dunque un Paese il cui percorso economico è in processo di cambiamento e riforma e le cui relazioni con Russia e Occidente sono contestate.

I dati su cui si basa la mia ricerca sono documenti pubblicati tra il 2022 e il 2024 dal governo dell’Uzbekistan e dell’OMC, con un focus su discorsi di Shavkat Mirziyoyev e Ngozi Okonjo-Iweala, Direttrice Generale dell’OMC. Utilizzo anche informazioni raccolte attraverso 10 interviste con rappresentati di business (locali e internazionali), e istituzioni statali (inclusi i ministeri dell’Economia e dell’Università, Scienza e Innovazione) condotte nell’ottobre del 2024 in Uzbekistan durante una visita preliminare, nonché da discussioni informali nell’ambito di incontri e conferenze a cui ho partecipato nello stesso periodo. Altri dati derivano dalla mia ricerca di dottorato basata sull’analisi quantitativa di 26.391 documenti ufficiali pubblicati dal Ministero degli Esteri dell’Uzbekistan e su 44 interviste con esperti di relazioni internazionali e stakeholder politici (ministeri, Parlamento) ed economici (investitori, business) dell’Uzbekistan.

4. Connettere e diversificare l’Uzbekistan: infrastrutture e connettività sud-sud oltre le vie della seta

La promozione di ‘connettività’ e ‘diversificazione’ è una delle tradizionali direzioni della politica estera dell’Uzbekistan fin dai tempi di Karimov. La connettività attraverso le infrastrutture era infatti una delle poche aree in cui l’Uzbekistan protezionista accettava investimenti esteri, per esempio dalla Cina (vedi gasdotti, tunnel ferroviari, autostrade). Inoltre, la spinta per la diversificazione dai legami strutturali con la Russia e per consentire l’accesso a porti esteri, alleviando i vincoli geografici derivanti dalla mancanza di uno sbocco sul mare, fa parte delle politiche dell’Uzbekistan almeno dalla fine degli anni ‘90. Questi due concetti sono diventati ancora più rilevanti dopo l’elezione di Shavkat Mirziyoyev nel 2016.

Nel 2022, Javlon Vakhabov, allora ambasciatore dell’Uzbekistan negli Stati Uniti, nell’ambito di una conferenza presso il Davis Center dell’Università di Harvard, si è concentrato precisamente sulla connettività infrastrutturale.4 La tematica della conferenza era la partnership strategica Uzbekistan-Stati Uniti, con un focus sulla connettività verso l’Europa (Figura 1). L’occidente è un tradizionale promotore del ridimensionamento della dipendenza strutturale dell’Asia centrale dalla Federazione russa,5 promuovendo vie di trasporto alternative come il cosiddetto Middle Corridor (Corridoio di mezzo) che attraversa il Mar Caspio (Caspian Policy Center 2024). Tuttavia, molti dei progetti discussi da Vakhabov erano relativi a partner regionali al di fuori sia della Russia che dell’Europa occidentale (Figura 2). Nel 2021, Akromjon Nematov e Azizjon Karimov, dell’Istituto per gli Studi Strategici e Regionali (maggiore istituto statale uzbekistano), hanno pubblicato l’articolo Uzbekistan’s Strategy for Building Greater Trans-regional Connectivity, dove il Middle Corridor non è nemmeno citato. Il rafforzamento del collegamento Europa-Cina via Asia centrale, non è né l’unico, né il principale interesse nella prospettiva uzbekistana, che ragiona in un’ottica di diversificazione che non riguarda soltanto un allontanamento dalla Russia, ma una sorta di equidistanza da tutte le grandi potenze.

Figura 1. Mappa utilizzate dall’Amb. Javlon Vakhabov alla conferenza all’Università di Harvard. Foto dell’autore.
Figura 2. Mappa utilizzate dall’Amb. Javlon Vakhabov alla conferenza all’Università di Harvard. Foto dell’autore.

Se questo bilanciamento è stato analizzato in senso strategico nella letteratura sul multivettorismo (Sciorati 2021; Maracchione 2023), questo articolo ne analizza invece il punto di vista normativo, visto come riforma dell’identità dell’Uzbekistan come parte della Maggioranza globale. Dunque, l’identità dell’Uzbekistan globale rinuncia ad essere cooptata in narrative egemoniche nella competizione tra le grandi potenze.6 Non sorprende dunque che la narrativa di connettività della presidenza Mirziyoyev presenti due focus principali: l’Afghanistan e l’Asia centrale. L’attenzione verso l’Afghanistan di Ashraf Ghani e poi dei talebani è una direzione centrale della politica estera del Paese e del policymaking in politica economica che mira al collegamento non con l’Occidente, l’Oriente o la Russia, ma con l’Asia del sud. Il secondo punto focale riguarda l’attenzione primaria del Paese verso i proprio vicini dove la presidenza uzbekistana si è mossa per risolvere molte aree di conflitto, elevando la cooperazione regionale ad obiettivo primario e iniziando una serie di incontri bilaterali e multilaterali che rappresentano un unicum nella storia dell’Asia centrale indipendente, almeno dagli anni ‘90 (Costa Buranelli 2024).

5. L’Uzbekistan nella maggioranza globale: narrazioni globali sulla crisi del sistema liberale occidentale

Il 24 febbraio 2022, la Russia ha invaso l’Ucraina. Gli attori internazionali, in particolare in Occidente, hanno reagito rapidamente denunciando l’invasione unilaterale e imponendo sanzioni economiche alla Federazione russa e ai suoi alleati e avviando un processo di decoupling per ridurre la dipendenza dalla Russia. Studiosi di economia politica descrivono il processo come parte del processo globale di deglobalizzazione, ovvero il processo attraverso cui la guerra, insieme ad altri processi globali, starebbe creando barriere nell’economia globale tramite sanzioni e reazioni (Kagarlitsky et al 2022; Posen 2022; King 2018). Altrove ho affermato che il presente contesto di cosiddetta ‘crisi globale’ dimostra, piuttosto, un processo di evoluzione del processo di globalizzazione in una direzione diversa dalla visione tradizionale del sistema liberale che vede l’occidente (post)coloniale come centro normativo del liberalismo internazionale (Maracchione 2024).

La reazione dei Paesi della Maggioranza globale, per esempio l’Uzbekistan, alla spinta occidentale per la deglobalizzazione, è stata caratterizzata dallo sviluppo di una narrativa sussidiaria (Acharya 2018), che si centra sull’idea di ri-globalizzazione. Nelle parole della Dott.ssa Ngozi Okonjo-Iweala, Direttrice generale dell’OMC,

la ri-globalizzazione sta approfondendo, diversificando e deconcentrando le filiere internazionali per includere luoghi e persone attualmente ai margini della divisione globale del lavoro. Luoghi che erano ai margini della prima ondata di globalizzazione, tra cui l’Asia centrale.

Lo stesso concetto è stato sviluppato da Tony Payne e Matthew Bishop (2021) come critica al concetto di deglobalizzazione, con il progetto emancipatorio di produrre una globalizzazione più inclusiva delle idee dei Paesi della Maggioranza globale, e diversa dalla globalizzazione neoliberista. In questo articolo adotto questa prospettiva, ma avanzo una teoria che vede alcune declinazioni del discorso della Maggioranza globale rispetto alla ri-globalizzazione mantenere un linguaggio e un impianto generale comune alle teorie liberali, emancipandole però dalla centralità dell’occidente. Di conseguenza, questo articolo è un primo passo verso un tentativo di worlding (mondializzare), o in qualche modo decolonizzare, la nostra immagine di quali siano gli attori che rappresentano il motore normativo delle politiche di integrazione dell’economica globale.

Nuovi leader delle organizzazione internazionali provenienti dalla Maggioranza globale, per esempio la Dott.ssa Okonjo-Iweala, sfidano il tradizionale ruolo dei partner occidentali di stabilire l’agenda liberale, soprattutto viste le numerose politiche illiberali e protezionistiche che i Paesi occidentali, inclusa l’Unione europea, stanno implementando a livello globale.7 Oltre al carattere normativo, un risultato materiale di questo ribilanciamento del potere normativo, si può vedere nell’ambito delle sanzioni collegate alla guerra in Ucraina, dove nonostante molte aziende centrasiatiche, spesso nuove compagnie aperte con fondi russi, abbiamo violato ripetutamente violato le sanzioni occidentali che vietano il commercio di beni e tecnologie a duplice uso, militare e civile (Ismailov 2023), le risposte internazionali sono state deboli con qualche sanzione imposta su un numero limitato di aziende (Eurasianet 2023; Gazeta.Uz 2024a; Kun.Uz 2024). Discutendo il motivo per l’Ue non ha adottato sanzioni contro questi Paesi, un diplomatico Ue ha affermato che bisogna stare attenti che le sanzioni “non spingano i Paesi di cui parliamo tra le braccia dell’India, della Cina o della Russia” (Barigazzi et al. 2023). L’Europa, dunque, non sta chiedendo all’Asia centrale di schierarsi politicamente.

6. Narrative uzbekistane sulla liberalizzazione: da periferia delle vie della seta, a centro di produzione globale

Una narrazione alternativa, dunque, vede i cambiamenti globali dettati dalle crisi poliedriche del sistema liberale a guida occidentale, rafforzare un processo di ‘ri-globalizzazione’ che starebbe portando Paesi e regioni precedentemente considerate come periferie mondiali a tornare al centro dell’economia mondiale. Questa narrativa è stata indubbiamente adottata dalla presidenza di Shavkat Mirziyoyev, e dalle istituzioni statali del Paese, provocando un cambiamento normativo e narrativo fondamentale sulla liberalizzazione dell’economia uzbekistana. In supporto a questa narrativa identitaria, l’Uzbekistan ha compiuto progressi significativi verso l’adesione all’OMC, concludendo con successo il processo multilaterale di adesione e portato avanti numerosi negoziati del parallelo processo bilaterale, firmando già 23 accordi. L’adesione dell’Uzbekistan all’OMC è in ballo dal dicembre 1994, ma la prima svolta significativa si è verificata nel 2017, quando il presidente Shavkat Mirziyoyev ha annunciato l’intenzione di riattivare la procedura di adesione.

Nonostante ciò, l’accessione non è stata mai discussa durante le mie interviste nel 2022 e 2023. Piuttosto, le narrative legate alla protezione dell’economia locale dagli attori esteri erano argomenti centrali nelle mie discussioni. Nell’ambito di discussioni rispetto al ruolo degli investimenti esteri nel Paese, in particolare in riferimento ad investimenti cinesi, i miei interlocutori sottolineavano il pericolo di sviluppare relazioni di dipendenza con potenze estere, soprattutto con la Cina, collegati allo sbilanciamento import/export e al debito pubblico, nonché all’indipendenza tecnologica e industriale e alla battaglia contro i cosiddetti land grabs, l’acquisto di terreni agricoli e commerciali da parte di potenti attori esteri. È particolarmente interessante notare come impianti legislativi protezionistici della passata gestione Karimov, tra cui il monopolio sulla proprietà terriera e i numerosi limiti imposti all’attività d’impresa estera, venissero utilizzati come contrappeso alle ‘narrative sulla minaccia cinese’ (China threat narratives) e per giustificare il successo dei rapporti sino-uzbekistani.

Due anni dopo, la storia era completamente cambiata. Durante il mio ultimo viaggio nell’ottobre del 2024 la questione della liberalizzazione ai fini dell’accessione era diventata l’argomento centrale delle mie conversazioni. Nelle parole del presidente Mirziyoyev:

in passato, la nostra economia aveva bisogno di una certa protezione, ma proseguire su questa strada limiterà le nostre opportunità. La crescita economica non sarà all’altezza delle aspettative e non ci integriamo nelle catene di produzione globali.

Non si parla più dunque soltanto di corridoi commerciali, come le varie versioni delle (nuove) vie della seta, infrastrutture che collegano l’Uzbekistan al mondo soltanto come luogo di passaggio tra un centro di produzione ed un altro, ma dell’Uzbekistan come uno dei nuovi centri della produzione mondiale, almeno seguendo le narrative governative.

La Cina in questa storia ha un ruolo centrale, soprattutto grazie al progetto cardine dello sviluppo industriale dell’Uzbekistan, la nuova joint venture tra BYD, gigante cinese nella produzione di auto elettriche, e UzAuto, l’azienda statale monopolista della produzione di auto in Uzbekistan. Per far capire la rilevanza del progetto, si deve sottolineare che gli importatori privati hanno ottenuto il permesso di importare e vendere automobili in Uzbekistan soltanto dall’inizio del 2023, rompendo il monopolio della cordata UzAuto-General Motor che con le sue Chevrolet bianche copriva il 95% del mercato automobilistico dell’Uzbekistan (Donaev 2023; Figura 5). Entro la fine dell’anno le importazioni di auto dalla Cina sono aumentate cinque volte, raggiungendo le 58.000 unità, di cui circa metà erano veicoli elettrici, spezzando il monopolio (Figura 3, Figura 4 e Figura 6).

Figura 3. Visita dell’autore alla fabbrica BYD a Jizzakh, ottobre 2024.
Figura 4. Visita dell’autore alla fabbrica BYD a Jizzakh, ottobre 2024.
Figura 5. Marea di macchine bianche Chevrolet (UzAuto/General Motors) nel traffico di Andijan, Uzbekistan, estate 2023.
Figura 6. Macchine BYD sulle strade di Tashkent (2024). Foto dell’autore.

La prima fabbrica BYD Uzbekistan è stata inaugurata nel luglio 2024, dando il via alla produzione di massa di due modelli ibridi per la vendita regionale. Nell’ambito dell’accordo col governo, BYD promuove anche normative e politiche di certificazione per i veicoli elettrici, stimolando lo sviluppo dell’intera filiera industriale dei NEV, anche attraverso il trasferimento della conoscenza delle tecnologie BYD ad esperti locali (BYD 2024), come sottolineato nelle mie discussioni e interviste in Uzbekistan nell’autunno del 2024 quando ho visitato la fabbrica BYD. È interessante però che le narrative per giustificare la chiara direzione cinese che il mercato automobilistico uzbekistano sta intraprendendo, non utilizzassero un linguaggio protezionistico, concentrato sui limiti imposti agli investitori stranieri, ma uno liberista, concentrato sulla concorrenza, che giustifica l’investimento cinese come caratterizzato dall’introduzione di regole del libero mercato. Secondo questa narrativa dunque qualunque compagnia potrebbe ottenere lo stesso trattamento di BYD se offrisse le stesse condizioni, perché nel ‘nuovo Uzbekistan’ tutti gli attori commerciali subiscono lo stesso trattamento.8

7. Conclusioni

I limiti e le problematiche di questa nuova narrativa liberale locale e globale sono evidenti nelle stesse parole dei leader che la propongono, nonché nelle numerose incongruenze politiche che la caratterizzano. Rimanendo sul nostro esempio delle auto elettriche, il coinvolgimento di Uzavtosavnoat non sorprende i conoscitori dell’economia dell’Uzbekistan. Un’altra mossa non proprio sorprendente è quella che, alla fine del 2023, ha portato le autorità a lavorare su modifiche legislative per limitare l’importazione di auto da parte di privati e restituire i diritti di importazione e vendita ai concessionari ufficiali. La motivazione di tale decisione includeva secondo i promotori il rischio di frodi, e la qualità del servizio. I commentatori locali la definiscono invece come un tentativo di ristabilire il monopolio di UzAuto sul mercato automobilistico (Donaev 2024). Anche a causa di queste abitudini difficili da scardinare, l’adesione all’OMC presenta ancora delle sfide.

Inoltre, “alcuni Paesi più sviluppati richiedono che l’Uzbekistan soddisfi condizioni simili a quelle imposte alle nazioni più avanzate, il che complica ulteriormente il processo di adesione” (Gazeta.uz 2024b). Questo significa che nonostante il cambiamento di percezione del sistema normativo globale, interpretato come garante di maggiore spazio di manovra a regioni precedentemente ignorate dell’integrazione economica globale, le istituzioni come l’OMC, ancora funzionano da gatekeeper per certi attori dell’economia internazionale attraverso i loro complicati processi multilaterali e le complicate richieste bilaterali. Altri limiti di questa narrativa a livello multilaterale, vengono invece da visioni tradizionali del ruolo dell’Uzbekistan che promuovono un subliminale eurocentrismo. Per esempio, tornando alle parole di Okonjo-Iweala (OMC), la discussione sul Middle Corridor, citato come un passo positivo nella direzione di trasformare l’Uzbekistan in un luogo di passaggio nella “rete di rotte stradali, ferroviarie e marittime che collega la Cina ai mercati europei”, mostra ancora l’influenza centrale di determinate idee di connettività globale.

L’OMC rimane poi un attore saldamente neoliberista, e il linguaggio dell’accessione è quello delle vecchie riforme strutturali, termine che viene ancora usato dall’organizzazione nella guidance per le riforme verso l’accessione (Yi 2019). Di conseguenza, esempi dei risultati delle negoziazioni in Uzbekistan sono l’abolizione dei dazi doganali per medicinali e dispositivi medici, l’abolizione dei diritti esclusivi nei settori della metallurgia, chimica, energia e telecomunicazioni, e l’eliminazione dei privilegi per i produttori locali negli appalti pubblici per le attrezzature elettriche. Tutte misure che espongono le aziende uzbekistane a una forte competizione straniera. Non è strano, dunque, che la prima domanda delle giornaliste di Daryo (2024) alla direttrice generale dell’OMC, siano state proprio riguardo i discutibili risultati di simili riforme strutturali sui Paesi vicini come il Kirghizistan, già membri della OMC.

Nonostante ciò, la conclusione finale dell’articolo è che in questo processo, almeno in senso normativo e identitario, l’Uzbekistan prende posto all’interno della Maggioranza globale. Va a rompere così l’immagine isolata dei Paesi ex-sovietici dell’Asia centrale, normalmente coperta dalle ombre di vicini e lontani imperi (Russia/Europa e Cina) e accettando il proprio ruolo nel dinamico, complesso e problematico progetto di ri-globalizzazione e riforma del sistema liberale verso un modus operandi più inclusivo, incentrato su visioni e priorità di Africa, Asia, America latina e di tutte le piccole e grandi regioni depredate o ignorate durante i precedenti round di globalizzazione.

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1 Il termine si riferisce ai Paesi non appartenenti all’occidente, il nord globale, spesso descritti nella letteratura come sud globale, o Paesi in via di sviluppo nella tradizione liberale degli studi su sviluppo e cooperazione.

2 Si veda Bruff e Tansel (2018), per un’introduzione.

3 La ‘localizzazione’ è il processo attraverso il quale gli attori locali selezionano attivamente le norme globali per una varietà di ragioni (attrattiva, utilità, legittimità) e le adattano alle prospettive, norme e identità locali, producendo così una norma ibrida. La ‘sussidiarietà normativa’ è la produzione di norme e idee nuove/originali con l’intento di sfidare lo status quo, con il fine di resistere a norme egemoniche (ipocrisia degli attori egemonici, esclusione, dominio, negligenza, Acharya 2018).

4 Conferenza e intervista con Javlon Vakhabov, April 2022.

5 Si noti nelle figure 1 e 2 che tutti i canali esistenti verso occidente passano per la Federazione russa.

6 Questo punto è stato sviluppato e confermato in interviste anonime con rappresentanti del Ministero degli Esteri, dell’Istituto di Studi regionali e strategici sotto la presidenza dell’Uzbekistan, dell’Accademia delle scienze dell’Uzbekistan, e di numerose università nella capitale, Tashkent.

7 Si vedano i dazi imposti da Stati Uniti ed Unione europea nei confronti della Repubblica popolare cinese dal 2016, e le nuove guerre commerciali promosse in entrambe le amministrazioni del presidente americano Donald Trump.

8 Interviste con rappresentanti di Ministero dell’Economia e della Ricerca, e imprenditori, inclusi UzAuto e BYD.