Oral Data Use and Reuse

Il ruolo dell’intervistatore nella cooperazione tra parlanti e ricercatori: Il progetto «Voci dell’Adda e della Mera. Archivio sonoro dei dialetti di Valtellina e Valchiavenna»

The Role of the Interviewer in the Cooperation Between Speakers and Researchers: The VAM («Voci dell’Adda e della Mera») Project

Andrea Martocchi1,* , Vittorio Dell’Aquila2 , Fabio Scetti3,4

1 Dipartimento di Studi Letterari, Filologici e Linguistici, Università degli Studi di Milano, Italia

2 Forskningscentrum för Europeisk Flerspråkighet, Finlandia

3 Université du Québec à Trois-Rivières, Canada

4 CRIEM – Université McGill, Montréal, Canada

E-mail: andrea.martocchi@unimi.it; vittorio.dellaquila@unimi.it; fabio_scetti@yahoo.fr

*Corresponding author

Abstract. This paper critically examines the «Voci dell’Adda e della Mera» (VAM) project, an initiative by the Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca (IDEVV) to establish the first oral archive of dialects in Sondrio province, Lombardy. The discussion centres on the methodological, practical, and legal challenges encountered in the production, documentation, and use or reuse of oral materials. In particular, this study explores the collaborative dynamics among researchers, volunteer interviewers, and speakers, which form the foundation of the project.

Keywords: oral data use and reuse, dialectology, ethnography, researchers, interviewers.

Index

1. L’archivio sonoro dei dialetti di Valtellina e Valchiavenna

1.1. Origini, sviluppo e organizzazione

1.2. Tipologia, produzione e catalogazione dei documenti sonori

1.3. Restituzione alla comunità: la pubblicazione di etnotesti online e il trattamento dei dati personali

1.4. Prospettive per una “fase II”: condivisione e accessibilità dei materiali

2. Alla “scoperta del mansionario”: definire e ridefinire i ruoli di ricercatore e intervistatore

2.1. Motivazioni e conseguenze metodologiche del ricorso agli intervistatori volontari

2.2. Un approccio emico alla cooperazione tra ricercatori e volontari in VAM

2.3. Ricerca scientifica e legittimità del ricercatore: le inchieste in Val Masino

3. Conclusioni e prospettive future

Bibliografia

1. L’archivio sonoro dei dialetti di Valtellina e Valchiavenna1

1.1. Origini, sviluppo e organizzazione

L’Istituto di dialettologia e di etnografia valtellinese e valchiavennasca (IDEVV) è nato nel 1999 allo scopo di condurre la “raccolta analitica di tutte le varietà dialettali della provincia, per la realizzazione di un Dizionario etimologico delle valli dell’Adda e della Mera2. Il frutto dei primi decenni di attività dell’Istituto consiste in opere scritte: la collana dei Dizionari dialettali, che conta dieci pubblicazioni di elevato interesse lessicografico ed etimologico-etnografico; la collana Atti e documenti, con gli atti dei convegni nazionali e internazionali organizzati dall’IDEVV e monografie di dialettologia, linguistica storica e toponomastica; i profili linguistici nei volumi dell’Inventario dei toponimi valtellinesi e valchiavennaschi, che già a partire dal volume dedicato al comune di Cercino (Fistolera, Barona, e Bigiolli 1992) erano introdotti da ampi profili dialettali.

L’estensione del dominio di studio alle fonti orali era da tempo auspicata dai membri dell’Istituto e specialmente da don Remo Bracchi (1943-2019), socio fondatore e primo presidente dell’IDEVV. Così, nello scorso decennio è sorta l’idea di lavorare a un archivio sonoro per i dialetti della provincia di Sondrio, il che ha significato non solo reperire e digitalizzare documenti orali realizzati in passato, ma anche e soprattutto intraprendere una campagna di nuove registrazioni. Il rapido declino delle conoscenze tradizionali e lo stato di salute precario delle varietà locali, prossime alla scomparsa oppure soggette a ingenti processi di livellamento dialettale (Martocchi 2022, 88), ha spinto l’IDEVV a dare priorità al secondo aspetto: una raccolta di inchieste di dialetto parlato che fosse diacronica sul piano etnografico e sincronica sul piano linguistico, ossia con memorie orali raccolte nella contemporaneità e nel giro di pochi anni, ma incentrate su attività, mestieri e tradizioni del passato, in un arco temporale che va dalla Seconda guerra mondiale agli anni ’90-2000. Altro aspetto fondativo della ricerca era che la conduzione delle inchieste fosse affidata a intervistatori o raccoglitori3 volontari, parlanti del dialetto che partecipassero alle inchieste intervistando persone del proprio paese dopo aver seguito delle attività di formazione con ricercatori professionisti.

Dopo circa tre anni di incontri preparatori e seminari4, Voci dell’Adda e della Mera. Archivio sonoro dei dialetti di Valtellina e Valchiavenna (di seguito VAM) ha preso il via nell’autunno del 2019 con un finanziamento annuale, poi prorogato a causa della pandemia di Covid-195. Da gennaio 2020 alla fine del 2023 si è proceduto all’acquisto degli strumenti di registrazione, al reclutamento e alla formazione dei volontari, alla raccolta e catalogazione parziale delle prime interviste e alla creazione del sito dell’IDEVV, destinato a ospitare una selezione di etnotesti estratti dai documenti dell’archivio.

Anche dopo la conclusione della prima fase del progetto si è continuato ad acquisire nuovo materiale, giungendo così ai numeri attuali (Tabella 1)6: 32 raccoglitori hanno intervistato 63 informatori provenienti da 33 località in 18 comuni della provincia. La distribuzione delle inchieste (Figura 1) è però molto disomogenea, perché è legata alla disponibilità di raccoglitori e raccoglitrici, un fattore non programmabile a priori in un progetto basato sulla partecipazione volontaria7. Ciononostante, nei primi anni di produzione dei documenti orali si è cercato per quanto possibile di orientare il reclutamento dei volontari sulle zone della provincia che più risentono della mancanza di documentazione scritta e orale, come la cosiddetta “Costiera dei Cèch”, il versante montano retico della bassa Valtellina che dalla val Masino – pronunciato “Màsino” – giunge fino all’imbocco della Valchiavenna.

Figura 1. Voci dell’Adda e della Mera – localizzazione delle inchieste (maggio 2024).
Tabella 1. Voci dell’Adda e della Mera – distribuzione degli intervistati (maggio 2024).
Distretto Comune Località
Valchiavenna (17) Novate Mezzola (15) Codera (3), Mezzalpiano (5), Montagnola (2), Novate centro (5)
Prata Camportaccio (1 )
Piuro (1) Savogno
Morbegno-Traona (32) Civo (3) Cadelpicco (1), Caspano (1), Cevo (1)
Delebio (4)
Mello (1)
Morbegno (1)
Piantedo (5) Giaröö (2), Maròch (1), Scilàp (1), Maròch e Scilàp (1 )
Rogolo (2)
Talamona (3)
Tartano (6) Campo (3), Tartano (3)
Traona (3) Pianezzo (1), Valletta (2)
Val Masino (4) Cataeggio (1 ), Cornolo (1), Filorera (1), San Martino (1)
Sondrio-Valmalenco (13) Lanzada (1)
Montagna in Valtellina (4) Ca Zöjja (1), Montagna (3)
Sondrio (1) Ronchi di Mossini (1)
Poggiridenti (7) Poggi Alta (4), Poggi Piano (3)
Teglio-Sondalo (1) Grosio (1)

Gli organi coinvolti nel progetto VAM sono l’IDEVV, il comitato scientifico e il gruppo di lavoro, a sua volta suddiviso in raccoglitori volontari e addetti alla catalogazione. Accanto a essi sta la figura del coordinatore scientifico che gestisce i contatti tra queste realtà, supervisiona la raccolta e la catalogazione, tiene la maggior parte degli incontri di formazione e assiste i raccoglitori per questioni tecniche e logistiche. La presenza di un coordinatore unico si è rivelata preferibile nel corso del tempo rispetto a un’organizzazione iniziale che prevedeva anche dei referenti di zona8 individuati tra i membri dell’IDEVV, che oltre a effettuare interviste organizzavano gli aspetti pratici del lavoro dei raccoglitori nella propria area. Questo ruolo intermedio è stato abbandonato perché è risultata irrealistica l’idea di affidare ai volontari mansioni che richiedano un impegno costante e prolungato, tanto più che il numero di raccoglitori e di inchieste è per ora tale da poter essere gestito da una sola persona.

1.2. Tipologia, produzione e catalogazione dei documenti sonori

Per i criteri di scelta degli informatori e delle tematiche, la tipologia dei documenti sonori e le modalità di catalogazione dei documenti, è centrale la collaborazione con il Centro di dialettologia e di etnografia (CDE) di Bellinzona. Le linee guida del CDE per le raccolte di fonti orali sono state adottate, con alcune modifiche, per redigere un Prontuario per i raccoglitori sul campo destinato agli intervistatori di VAM, che riassume le indicazioni fornite durante gli incontri di formazione. A seguito del primo incontro con i potenziali volontari, l’IDEVV invia loro il prontuario, i moduli di autorizzazione all’intervista e una checklist, elenco delle azioni e delle verifiche da effettuare prima, dopo e durante le inchieste.

In una tripartizione generale tra interviste libere, strutturate e semi-strutturate, le registrazioni di VAM rientrano quasi sempre nell’ultimo tipo9. Negli incontri di formazione si raccomanda ai raccoglitori di condurre conversazioni a due o al massimo tre partecipanti che vertano intorno a un numero limitato di nodi tematici, senza particolari limiti di durata10. Nelle interviste “1 a 1”, consigliate ai raccoglitori alle prime armi, la conversazione sarà più spesso rivolta ad aspetti narrativi e autobiografici; queste inchieste rappresentano la maggioranza dei documenti prodotti finora. Vi sono poi conversazioni in modalità “1 a 2” (un raccoglitore e due testimoni orali), interviste guidate in cui possono emergere più facilmente, tramite il confronto delle esperienze personali, riflessioni più ampie riguardanti la vita, le attività e altre caratteristiche del paese e dei suoi abitanti, osservando anche eventuali strategie di sorveglianza della varietà dialettale messe in campo dagli informatori. I ricercatori/raccoglitori e alcuni dei volontari più esperti ricorrono talvolta a degli intermediari, persone legate all’informatore da un rapporto di parentela o amicizia e debitamente istruite sugli obiettivi della conversazione, che spesso assume i caratteri di un’interazione “2 a 1”, con l’intermediario nel ruolo di guida e l’intervistatore che si colloca in una posizione defilata e più orientata all’osservazione11. Gli argomenti trattati spaziano tra lavori e mestieri di un tempo (agricoltura e allevamento, artigianato e industrie), storie di vita vissuta (guerra, contrabbando, emigrazione), fino a elementi culturali di vario tipo: usanze religiose e civili, feste e sagre, giochi e passatempi, canzoni, poesie e filastrocche. Non mancano, infine, riflessioni sul dialetto e sul suo rapporto con l’italiano, con le lingue straniere e con i dialetti circostanti.

I raccoglitori selezionano i potenziali informatori sulla base dei criteri suggeriti (Figura 2), li contattano e richiedono un primo consenso informale all’intervista; spesso si tiene anche un incontro preliminare per prendere confidenza con i parlanti e realizzare una semplice scaletta per l’intervista vera e propria, adattando le tematiche della lista generale non solo alla realtà locale ma anche e soprattutto a conoscenze ed esperienze che le persone intervistate possono fornire. Infine, si procede all’intervista dopo aver informato il coordinatore scientifico, che gestisce il calendario e la distribuzione degli 8 registratori Zoom H2n di proprietà dell’Istituto. Tutte le registrazioni hanno formato di output in Broadcast Wave Format (BWF), frequenza di campionamento a 48 kHz e velocità di trasmissione 24 bit/s.

Figura 2. Informatore “ideale” in VAM.

Per le schede catalografiche si seguono i criteri dell’Archivio delle fonti orali della Svizzera italiana e dei Documenti orali della Svizzera italiana (DOSI). A differenza di quanto indica il Vademecum per il trattamento delle fonti orali, in VAM non si distingue tra scheda di rilevazione dell’evento comunicativo e scheda del singolo documento, sonoro o di altro tipo (cfr. Vademecum 2023, 63-67). Un evento comunicativo corrisponde a una intervista e viene descritto in un’unica scheda, i cui campi coincidono in gran parte con quelli previsti dal Vademecum. Se una singola intervista viene registrata in due o più file audio separati, producendo documenti sonori multipli, si provvede a elencare i nomi e le durate di ciascun file in un apposito campo, ma sempre all’interno di una sola scheda di rilevazione; analogamente, nel campo «Documenti complementari» vengono indicati i nomi e la collocazione dei documenti da conservare insieme alla registrazione (scalette delle interviste, fotografie degli informatori, testi raccolti durante la rilevazione).

La scheda di rilevazione comprende un elenco degli argomenti trattati – che di norma consiste in una versione più dettagliata dell’eventuale scaletta iniziale, con l’aggiunta di eventuali digressioni – e un riassunto dell’intervista, suddiviso in paragrafi che corrispondono agli argomenti trattati e dei quali viene indicato il punto d’inizio all’interno del documento sonoro (Figura 3). I partecipanti all’evento comunicativo sono indicati con le iniziali di nome e cognome. I paragrafi sono generalmente compilati in italiano, a eccezione dei toponimi, di alcuni vocaboli dialettali ritenuti meritevoli di segnalazione e/o di concetti che i partecipanti descrivono con accuratezza e che possono essere considerati l’argomento vero e proprio del paragrafo; eventuali commenti o spiegazioni aggiuntive fornite dai redattori dalla scheda vengono inseriti in parentesi quadre.

Figura 3. Paragrafo tratto dal riassunto dell’intervista all’informatore FP (Prata Camportaccio; 07/02/2020).

Per le citazioni in dialetto è in uso un sistema di trascrizione predisposto da Giovanni Bonfadini con alcune modifiche e integrazioni successive, che si basa su quello introdotto nel 1972 dalla Regione Lombardia per le pubblicazioni di taglio etnografico e dialettologico prodotte dall’Ufficio Cultura del Mondo Popolare e adottato nel 1977 dalla Rivista Italiana di Dialettologia (RID) anche per contributi di livello scientifico. Attualmente, in VAM non vengono effettuate trascrizioni integrali delle interviste o degli etnotesti, né è previsto l’impiego della notazione IPA, in parte per via della limitatezza delle risorse a disposizione, in parte perché le modalità di catalogazione ricalcano quelle adottate in DOSI, che non prevedono nessuna di tali operazioni; non si esclude, tuttavia, che queste scelte possano essere ridiscusse nel prossimo futuro.

1.3. Restituzione alla comunità: la pubblicazione di etnotesti online e il trattamento dei dati personali

Un obiettivo cruciale del progetto VAM è di favorirne il radicamento nelle comunità locali elaborando forme di restituzione del patrimonio immateriale12. In quest’ottica è stato creato il sito web dell’Istituto13, che ospita una selezione di brevi etnotesti estratti dalle registrazioni dell’archivio sonoro e liberamente fruibili. Si tratta di conversazioni o monologhi in dialetto che durano da 30 secondi a 4 minuti; i documenti, suddivisi per località, nella prima versione del sito sono stati associati a nome e cognome dei testimoni intervistati, a una traduzione ‘di servizio’ in italiano e alla trascrizione del dialetto parlato.

Il trattamento dei dati personali ha quindi due finalità: l’archiviazione delle inchieste integrali e la pubblicazione sul web di etnotesti a libera consultazione. Ancor più della prima, la seconda finalità solleva la questione di come conciliare il principio della minimizzazione dei dati personali (cfr. Vademecum 2023, 55-56) con la necessità, scientifica e non, di fornire alcuni elementi orientativi ai fruitori quali provenienza, età e sesso dei partecipanti all’evento comunicativo, oltre a nomi e cognomi. Si è quindi lavorato a lungo sulla stesura dei moduli di autorizzazione al trattamento e alla pubblicazione dei dati, così che i parlanti potessero esprimere un consenso differenziato (Vademecum 2023, 53) non solo per le due finalità indicate, ma anche per quanti e quali dati personali associare agli etnotesti online. Buona parte dei testimoni e degli intervistatori ha acconsentito a rendere pubblici i predetti dati personali.

Oltre al consenso esplicito, per ulteriore precauzione la pagina online dedicata all’archivio sonoro non è stata sottoposta a indicizzazione – o per meglio dire a SEO, Search Engine Optimization – affinché le identità dei testimoni siano difficilmente rintracciabili tramite i motori di ricerca. È in fase di implementazione un’altra semplice strategia per proteggere ulteriormente i dati personali: la trasformazione in immagini delle caselle di testo contenenti i dati dei testimoni orali, cosa che rende irrintracciabili le informazioni da parte dei motori di ricerca.

Infine, la protezione dei dati sensibili relativi a terze parti viene effettuata principalmente attraverso una rigida selezione dei contenuti pubblicabili. Di preferenza, vengono selezionati etnotesti privi di riferimenti a terze persone; qualora, invece, vi siano menzioni sporadiche di terze parti all’interno di un brano ritenuto di particolare interesse, si procede come segue: l’esatto momento della menzione di nomi, cognomi e soprannomi che consentirebbero l’identificazione viene censurato con rumore bianco e la pubblicazione avviene solo qualora la censura non abbia compromesso la comprensibilità del brano.

1.4. Prospettive per una “fase II”: condivisione e accessibilità dei materiali

L’obiettivo a lungo termine del progetto VAM è trasformare i documenti sonori in un archivio accessibile tramite credenziali, destinato principalmente ad attività scientifiche. L’impossibilità di accedere ai dati integrali dell’archivio da parte di utenti esterni all’Istituto è quindi una condizione temporanea, le cui ragioni sono la limitatezza delle risorse, sia finanziarie che di personale strutturato, e la necessità di dare priorità assoluta a produzione e acquisizione dei documenti sonori nella prima fase del progetto. Dalle tempistiche e dall’entità dei nuovi finanziamenti – che attualmente restano da definire – dipendono molte delle operazioni da compiere sui dati raccolti, tra cui la scelta delle applicazioni di gestione dei dati più appropriate e l’individuazione di repositories per la conservazione e l’accesso.

Altro tema su cui riflettere nel prossimo futuro è l’eventuale ridiscussione della base giuridica per la liceità del trattamento dei dati personali, in conformità all’art. 6 del GDPR (Vademecum 2023, 32-33). In VAM la legittimità del trattamento è basata sul consenso dell’intervistato, laddove l’indicazione della Oral History Society (OHS) e dell’Associazione Italiana di Storia Orale (AISO) è di appellarsi alla “esecuzione di un compito di interesse pubblico” quando enti e istituzioni come l’IDEVV, che nascono allo scopo dichiarato di acquisire documentazione linguistica ed etnografica, realizzano una raccolta di fonti orali. La base giuridica del consenso è stata scelta all’inizio del progetto, sempre seguendo l’esempio dell’Archivio delle fonti orali della Svizzera italiana, che però si è rivelato inadeguato sul fronte della protezione dei dati – inevitabilmente, dato che la legislazione svizzera è separata da quella della Comunità Europea – fin da quando è iniziata l’applicazione del GDPR nel 2018 e sempre più nel prosieguo della ricerca.

2. Alla “scoperta del mansionario”: definire e ridefinire i ruoli di ricercatore e intervistatore

2.1. Motivazioni e conseguenze metodologiche del ricorso agli intervistatori volontari

La scelta di affidarsi a raccoglitori volontari ha solidi fondamenti metodologici e al contempo ripercussioni teoriche e pratiche non banali; si cercherà qui di riassumere gli uni e le altre.

Punto di partenza è la definizione degli obiettivi della raccolta. Realizzare un archivio sonoro ex novo rappresenta il primo passo di una ricerca per rinvenimento (Iannàccaro 2000, 25), perché i documenti sonori di VAM non vengono prodotti per sottoporre a verifica una o più teorie linguistiche, ma per fornire una base di dati utilizzabile in dialettologia, in etnografia e in certi casi per la storia orale, documentando i processi che hanno portato alla sua costituzione. Da qui lo sforzo di ridurre al minimo l’artificialità delle ‘interviste-esperimento’ e di annotare dettagliatamente le circostanze di produzione di ciascuna inchiesta nelle schede catalografiche, consci del fatto che una certa eterogeneità dei documenti orali ottenuti sarà inevitabile (e in parte anche voluta).

Date queste premesse, giungiamo alla ragione primaria del ricorso ai volontari. È noto l’effetto distorsivo e talora deleterio che il paradosso dell’osservatore può avere sulle raccolte di dati, soprattutto in quelle finalizzate alla ricerca di spontaneità delle produzioni linguistiche (Labov 1972, 113; Carpitelli e Iannàccaro 1995, 104). I ricercatori/raccoglitori autoctoni (come è accaduto, per VAM, a Grosio e in Val Masino) sono agevolati nel raggiungere un equilibrio tra i vantaggi offerti dalla ridotta distanza tra sé e i loro informatori e la necessità scientifica di perseguire un certo grado di straniamento14. Ma i ricercatori valtellinesi e valchiavennaschi sono pochi e anch’essi si scontrerebbero perlomeno con una ‘barriera comunicativa’: l’impossibilità di avere dimestichezza con tutte le realtà linguistiche, sociali e culturali di un’area ampia e varia come la provincia di Sondrio (cfr. Plomteux 1978).

Ora, gli obiettivi e le categorizzazioni di un raccoglitore locale saranno più affini alle aspettative dell’informatore riguardo a oggetto e agli scopi della ricerca, poiché si basano su un common background più vasto e compatibile rispetto a quello che si avrebbe con un ricercatore esterno, che nelle ricerche per rinvenimento e ancor più in quelle di verifica si trova a “contrattare, per così dire, una base teorica comune e accettabile per ottenere dati correttamente interpretabili15”. Attraverso il coinvolgimento nella ricerca scientifica e l’assolvimento dei suoi compiti pratici, gli intervistatori autoctoni possono assorbire una parte delle teorie soggiacenti del ricercatore e meglio comprendere quelle dell’informatore senza rinunciare a una prospettiva ‘interna’ alla comunità, bensì trasferendo dal livello della coscienza a quello della consapevolezza linguistica (Iannàccaro 2002, 75) conoscenze ed esperienze che per loro sono acquisite, ordinarie e praticate senza bisogno di esplicitazione.

Sarebbe però ingenuo credere che l’appello ai volontari elimini con un colpo di spugna quei filtri e diaframmi interpretativi che, quando non riconosciuti e gestiti, ostacolano il processo di traduzione culturale che si attua nell’incontro asimmetrico tra ricercatore e informatore (cfr. Pianta 1980). Al contrario, tali filtri si moltiplicano in una sorta di “doppia diffrazione”: da una parte, la vicinanza tra le teorie soggiacenti del raccoglitore e dell’informatore rischia di rafforzare reciprocamente le aspettative e le opinioni sugli obiettivi della ricerca; dall’altra, se il processo di formazione non è svolto con la dovuta cura, i raccoglitori tenderanno a estremizzare le indicazioni ricevute, ad esempio cercando di bandire l’uso dell’italiano da parte dei testimoni orali e sanzionando eventuali commutazioni di codice, oppure adoperandosi a ogni costo per elicitare il particolare, l’esclusivo, l’arcaico. Il bilanciamento tra queste componenti si gioca nella formazione, dove si cerca di fornire alcune indicazioni concrete ma precise a riguardo16, e nel confronto continuo tra ricercatori e volontari.

Tenendo debito conto di queste avvertenze, l’impiego di volontari diventa una risorsa imprescindibile e assai vantaggiosa per la raccolta, specialmente laddove vi sia piena consapevolezza del fatto che non otterremo dati di parlato spontaneo, bensì semi-spontaneo17. Infatti, l’intervista etnografica è un evento comunicativo, per quanto accettato e spesso gradito ai testimoni orali, che resta comunque non ordinario e soprattutto nella percezione dell’intervistatore include dei ‘convitati invisibili’: la figura del ricercatore – la quale, non essendo presente al momento dell’intervista, rimane perlopiù estranea agli informatori, ma non lo è affatto per i raccoglitori volontari – e un pubblico potenziale assai variegato: la comunità scientifica, gli appassionati di lingua e cultura locale, i propri compaesani. Di conseguenza, nell’intervista avviene una ‘messa in scena’ di frammenti di vita che di norma sono praticati e non descritti o narrati, uniti dall’obiettivo ineludibile di ‘catturare un buon dialetto’.

Questo carattere performativo – che andrà inteso, in questo caso, come affine alla performance di stampo antropologico (Schechner 2006)18 – emerge in passaggi come (1), in cui si tratta la costruzione dei muretti a secco, praticata per decenni dall’informatore EM19. L’intervistatrice GB, che conosce in generale il procedimento, inizialmente non riesce a ottenerne una spiegazione ragionata; perciò, si inserisce nei commenti di EM per elicitarla in una modalità narrativa, che risulti al contempo meno forzata per l’informatore e più comprensibile a interlocutori esterni (i futuri fruitori della registrazione). Altro aspetto da rilevare è che, siccome il racconto è proseguito senza che l’informatore fornisse altri dettagli sul termine tecnico scpazàda, l’intervistatrice ha provveduto a scriverne una breve definizione dopo l’intervista.

Trascrizione VAM

IPA

Traduzione

(1)

EM: El mür a séch, l’è vès piàn, al zas. Dev… l’a vès… zaràt bén dadré… l’a vès fat zü cóntru mür, chè di dietro… dadré, l’a vès fat sü püsé bén che ‘l davànti! Davànti, an sa tröva ‘n zas che l’… ‘l stà mal, v’ hö a pónta, a ‘nterèsa mìga, però dedré l’a puśà śó bén, ensenò al mür al va śó. Al scta sü pòch.

EM: [el ˌmyr a ˈsek | l ɛ ˈvɛs ˈpjaˑŋ ǝl ᵗsas]. Dev… [l a ˈvɛs… ᵗsaˌraᵗ ˈbeˑn daˈdre… | l a ˈvɛs fat ˈᵗsy ˌkontruˈmyːr] che di dietro… [daˈdre | l a ˈvɛs fat ˈᵗsy pyˌse ˈbeˑŋ ke l daˈʷanti || daˈᵛanti | an ᵗsa ˌtrøˑʰa n ˈᵗsas ke l… l sta ˈmaˑl | l v ˌʰø a ˈponta | a nteˌrɛsa ˈmiˑga | peˌrɔ daˈdre | l a puˌza zo ˈbeŋ | ǝnᵗseˈnɔ | al ˈmyːr al ða ˈzo | al ˌʃta sy ˈpɔk]

EM: [Per] il muro a secco, deve essere piano, il sasso. Dev… deve essere… chiuso bene dietro… deve essere fatto “contro muro”, che dietro… il dietro, deve essere posato meglio del davanti! Davanti, se si trova un sasso che è… non è bello da vedere, viene fuori a punta, non è importante, però dietro deve appoggiare bene, sennò il muro crolla. Sta in piedi per poco.

GB: E se cumìncia da… se fa ‘n fundamént? Cum’è che se cumìncia a fal?

GB: [e se kuˈminʧa da… | se ˌfa ɱ fundaˈmeːnt ? || kuˈmɛ ke se kuˈminʧa ː ˈfaˑ l ?]

GB: E si comincia da… si fa un fondamento, com’è che si comincia a farlo?

EM: Eh, te te hè la spazàda e pö dòpu…

EM: [ˈɛː | het… | te ˈhɛᵗ la spaˈᵗʦaːda e pø ˈdɔːpu… ]

EM: Eh, tu fai la spazàda, e poi…

GB: Cüntom sü bén cùme se fa! Se cumìncia cun la scpazàda…

GB: [ˈkyntom sy ˈbeŋ ˈkume se ˈfa ! || se kuˈminʧa kun la ʃpaˈᵗʦaːda… ]

GB: Raccontami bene come si fa! Si inizia con la scpazàda

EM: Eh, la scpazàda hin che ‘s rüa śó a truà al tarén dür […]

EM: [ˈe… | la spaˈᵗʦaːda ˌhiŋ ke s ruɑ ˈʒø a truˈʷa l tareˑn ˈdyːr […]

EM: Eh, la scpazàda finché non si incontra il terreno duro […]

2.2. Un approccio emico alla cooperazione tra ricercatori e volontari in VAM

La raccolta dei dati sonori di VAM si basa su una cooperazione tra ricercatori e intervistatori volontari che è definibile come attiva e strutturata (Martocchi 2022, 89). Infatti, il volontario non è un mero ‘agente sul territorio’, ma una figura di riferimento con un ruolo attivo nella scelta di informatori e tematiche, così come in alcuni momenti della catalogazione. I volontari però non effettuano tali operazioni da soli, bensì all’interno di un rapporto strutturato, guidati dai ricercatori dell’Istituto e in particolare dal coordinatore. Le fasi di acquisizione, conservazione e disseminazione dei documenti restano poi affidate all’IDEVV; così, il raccoglitore ha il solo compito di ‘realizzare una buona intervista’, senza doversi occupare di aspetti tecnici quali la scelta degli standard per la registrazione sul campo e il controllo delle apparecchiature, il salvataggio e l’editing audio, la trascrizione puntuale di parole singole o di etnotesti20.

L’apporto dei raccoglitori è decisivo in una raccolta di fonti orali che tenga conto di una prospettiva emica (Carpitelli e Iannàccaro 1995, 99), cioè orientata verso le categorizzazioni proprie dei parlanti; e nondimeno, i volontari sono interpellati in qualità di conoscitori e appassionati del proprio paese e del proprio dialetto e spesso non sono estranei ai processi di straniamento antropologico e di autoriflessione che permettono la pratica della ricerca. Tutto ciò si nota fin già nella scelta degli informatori e dei temi. A partire da criteri molto generali, i raccoglitori operano una preselezione semicosciente di ciò che ritengono sia prioritario conservare della propria comunità, con un procedimento né banale né irriflesso: poiché è impossibile ‘registrare tutto e tutti’, si scelgono persone e storie in qualche modo esemplari, prefigurandosi l’esito dell’inchiesta e, come si è visto, un ipotetico pubblico.

Anche certi aspetti strutturali del progetto VAM sono stati riformulati con l’ausilio dei raccoglitori per meglio aderire ai fattori etnici, culturali e sociali che i parlanti ritengono rilevanti e che un ricercatore esterno alla comunità è più facilmente portato a trascurare o fraintendere. Ad esempio, è stata in parte ripensata la categoria di “Località”, un parametro geolinguistico ‘classico’ che si affianca a quello del “Comune”, di natura amministrativa – e quindi etica e non emica – e che di norma coincide con la frazione o la contrada di provenienza del parlante.

Ora, in dialettologia i ‘luoghi’ sono dati linguistici a pieno titolo, non solo quelli di provenienza dei parlanti, ma anche il punto di inchiesta, le coordinate geografiche che corrispondono al luogo in cui essa è avvenuta21; e d’altronde, la variazione diatopica è anche il parametro prevalente nella percezione del cambio linguistico da parte dei parlanti22. Ma vi sono delle eccezioni. Si consideri il caso di Piantedo, il più occidentale dei comuni della bassa Valtellina, situato nel fondovalle, sul versante orobico e ai confini con le province di Como e Lecco. Per la sua posizione e la relativa scarsità di risorse agricole, gli abitanti di Piantedo hanno intessuto nei secoli strette relazioni con allevatori originari della val Gerola e della Vallespluga, valli laterali della bassa Valtellina e della Valchiavenna; ciò ha portato alla compresenza di tre gruppi distinti, identificati da blasoni popolari: i Maròch, ritenuti autoctoni di Piantedo; gli Scilàp dalla Vallespluga; i Giaröö dalla val Gerola23. Tale suddivisione, nettamente percepita a Piantedo, per i locali è più rilevante della ripartizione in contrade o frazioni; perciò la raccoglitrice locale ha intervistato testimoni diversi per i tre gruppi. In sostanza i raccoglitori volontari, agendo in base alle categorie rilevanti e utili per interpretare correttamente la realtà locale, identificano informatori, per così dire, etnolinguisticamente appropriati, cioè che ‘parlano il dialetto di…’, dove ‘di’ può indicare non soltanto un luogo ma anche uno specifico gruppo sociale o etnico.

Infine, il percorso di riflessione metalinguistica e ‘metaetnografica’ dei volontari ha un suo ruolo nella catalogazione, mediato dal dialogo con il coordinatore scientifico per non acquisire in modo acritico concettualizzazioni e giudizi sull’evento comunicativo proposti dai raccoglitori o dai parlanti. I due aspetti che beneficiano del dialogo sono la preparazione del riassunto dell’intervista e la compilazione del campo relativo alla “Valutazione linguistica”.

Scopo primario del riassunto, ben diverso da quelli di una trascrizione integrale, è di fornire una mappatura dei contenuti dell’inchiesta, una sorta di griglia orientativa per la futura utenza dell’archivio. Il riassunto deve quindi essere il più descrittivo possibile, con poche annotazioni di carattere linguistico o etnografico inserite sempre all’interno delle parentesi quadre; e sebbene la compilazione finale non spetti a loro, i raccoglitori sono incoraggiati ad annotare, durante o dopo l’intervista, i vocaboli e i concetti che ritengono più rilevanti e fornire commenti e osservazioni utili alla loro comprensione. Alcuni raccoglitori preparano di persona una bozza del riassunto, dopo aver riascoltato l’intervista.

Quanto alla “Valutazione linguistica”, essa consiste in una sommaria descrizione del dialetto parlato da tutti i partecipanti all’evento comunicativo. Anche per questa voce ci si avvale delle osservazioni dei raccoglitori, tenendo però presente che difficilmente esse andranno oltre dei giudizi impressionistici sulla ‘conservatività’ o ‘innovatività’ di tratti pertinenti all’analisi fonetica o lessicale, quelli che più di frequente sono oggetto di riflessione metalinguistica da parte dei parlanti (Iannàccaro 2000, 56).

2.3. Ricerca scientifica e legittimità del ricercatore: le inchieste in Val Masino

Rispetto alle inchieste di VAM, quello della Val Masino rappresenta un caso particolare di raccolta dati che pure ha contribuito posteriormente all’archivio sonoro dei dialetti della provincia di Sondrio, con la donazione di alcune registrazioni effettuate nel 2017 e selezionate per rappresentare le diverse località della valle. La relativa difformità tra le inchieste della Val Masino e quelle di VAM riguarda sia gli studi realizzati in passato sulle parlate di questa valle laterale della Valtellina del versante retico – più comunemente note con la designazione collettiva di valoc’ – sia l’approccio metodologico alla ricerca sul territorio e la relazione tra ricercatori e informatori.

Il primo a menzionare le parlate della Val Masino e le peculiarità di queste varianti del dialetto gallo-italico valtellinese, ascrivendole al gruppo lombardo occidentale, fu Biondelli (1853); tuttavia, solo un secolo dopo sono giunti i primi studi specifici sul valoc’ con le ricerche sull’abitato di Cevo (Merlo 1952) e su quello di Cataeggio (Valsecchi Pontiggia 1960) che ne evidenziavano le concordanze con il lombardo orientale, in particolare nelle parlate del centro (Cataeggio, Filorera e Cornolo) e della bassa valle (Cevo, comune di Civo). Queste varietà di valoc’ mantengono diversi tratti orientali nei loro sistemi vocalici e consonantici, nonché nella loro struttura e nel loro lessico (Bracchi 1997), se paragonate alle parlate dell’alta valle nell’abitato di San Martino.

Nel panorama valtellinese, la Val Masino è peculiare anche dal punto di vista della ricerca sul territorio, data soprattutto la partecipazione di attori molto diversi tra loro per obiettivi e formazione, a partire dalle opere di Mario Songini detto “Diga” (1931-2019) fino a quelle di Fabio Scetti dagli anni 2010 sotto citate. Il primo, nativo della valle e insegnante della scuola elementare di Cataeggio, si è interessato alla raccolta, alla promozione e alla difesa del suo dialetto locale solo dopo aver partecipato, a suo modo, al processo d’italianizzazione dei giovani delle generazioni del dopoguerra. Il secondo, invece, sociolinguista interessato a migrazioni e contatto linguistico, è tornato a lavorare sul suo dialetto da un punto di vista lessicografico e dialettologico. Infatti, la raccolta dei dati successivamente donati all’archivio sonoro è stata condotta in seno alle ricerche per il progetto Vocabolär del Valoc’ de la Val Mäśen (VVV), iniziato nel luglio del 2017 dal gruppo di lavoro omonimo allo scopo di completare il lavoro di ricerca sul territorio valligiano eseguito da Songini a partire dagli anni 1970.

Songini, con il supporto di don Remo Bracchi, aveva già lavorato sul valoc’ e la sua gente realizzando tre lavori di riferimento: il 23° numero dell’Inventario dei toponimi valtellinesi e valchiavennaschi (Songini 1997) e l’opera etnografica sulla Val Masino e la sua popolazione (Songini 2006), ma soprattutto la raccolta di un consistente corpus di registrazioni orali con la popolazione locale. Queste registrazioni sono state recuperate da vecchie bobine e digitalizzate grazie al lavoro dell’Endangered Language Archive (ELAR) (Scetti 2020). Il gruppo di lavoro VVV ha poi proseguito le ricerche del “Diga” realizzando un secondo corpus, per un totale di 107 registrazioni parzialmente trascritte (823 ore e 45 minuti, ovvero 49.407,22 minuti). Una parte delle interviste sono state archiviate e messe a disposizione nell’archivio sonoro Pangloss – Archive ouverte de langues en danger et sous-documentées24, presso il CNRS di Parigi.

Gli obiettivi del progetto VVV includono la produzione di un dizionario che racchiuda le tre varietà del valoc’ parlate nei quattro villaggi. Come già notava Songini, la varietà centrale è la più rappresentata, seguita dalla varietà di San Martino in alta valle e quella di Cevo in bassa valle. Un’altra dimensione essenziale è legata alla rivitalizzazione o patrimonializzazione della lingua (Scetti e Salamino 2022), con un focus sugli usi, sulle rappresentazioni e le ideologie, ma soprattutto con azioni di promozione alla popolazione come, ad esempio, gli ateliers di scrittura nelle scuole elementari e medie della valle25.

La metodologia utilizzata è conforme agli obiettivi di descrizione e analisi di questo dialetto valtellinese e punta a essere interdisciplinare e qualitativa, sfruttando dati provenienti da un corpus esteso e variegato, come si è visto, insieme a documenti scritti digitalizzati e altri documenti audio ancora da digitalizzare – in particolare le audiocassette con gli scambi tra le famiglie, registrazioni audio inviate dagli immigrati in Argentina per i parenti restati in Italia. Per quanto riguarda le produzioni scritte, i materiali sono più scarsi; sono però stati trovati diari, quaderni di scuola, poesie, canzoni e lettere di corrispondenza con famiglie delle Americhe che mescolavano molto spesso castigliano o inglese con italiano e valoc’.

Dal 2017, avendo deciso di favorire lo scambio tra persone della valle e residenti in altri contesti, soprattutto dovuti alla migrazione, è stata creata una pagina Facebook del gruppo26 (Scetti e Salamino 2020), il che ha permesso di costituire un nuovo corpus scritto online (costituito da status, pubblicazioni e commenti) da studiare e analizzare, specialmente per quanto riguarda le produzioni scritte ‘libere’ in valoc’ e la scelta di temi diversi legati alla quotidianità (sincronia), rispetto alle interviste etnografiche dove i temi trattati sono molto più spesso legati al passato (diacronia). Questo approccio via reti sociali, mostrando una dimensione di attestazioni dialettali in forma scritta, amplia la nostra prospettiva verso la variazione diamesica (scritto vs. orale, scrittura dell’oralità e oralizzazione dello scritto, ecc.), allo stesso modo della variazione diatopica (geoletti) come diastratica (socioletti) e diafasica (registri linguistici) in una prospettiva di sociolinguistica delle pratiche linguistiche, oltre alla sociolinguistica variazionista e lo studio del contatto linguistico.

La ricerca scientifica in Val Masino ha aperto prospettive metodologiche e deontologiche interessanti, in primis nell’analisi critica del ruolo del ricercatore-raccoglitore, molto interessante da sottolineare soprattutto per una questione di appartenenza alla comunità e, inoltre, dal punto di vista pratico per quanto concerne il trattamento delle fonti e la ‘protezione’ dei partecipanti. Per il ricercatore, il fatto di poter realizzare interviste e osservazioni autonome – tranne nel caso di San Martino, dove molto spesso la figura di un intermediario è stata necessaria – senza coinvolgere volontari, ha portato i suoi frutti dal punto di vista della tempistica. Nondimeno, è importante osservare come l’approccio cambi, specialmente in relazione agli obiettivi della ricerca, tenendo in conto il posizionamento del ricercatore tra autenticità delle registrazioni, utilità dei contenuti e aspettative, secondo il già menzionato “paradosso dell’osservatore” laboviano27. Occorre ammettere che il paradosso, intrinseco all’approccio etnografico, va incorporato pienamente nelle analisi (Mondada 1998) e che l’essere membri della comunità locale ha i suoi svantaggi. Come per il Songini, lavorare con la ‘nostra gente’ è un processo complesso dove a volte la persona è percepita in quanto tale e non in quanto studiosa della lingua, in un gioco tra insider e outsider (Mullings 1999) che mette in questione la legittimità della professione di ricercatore.

Resta delicata, come durante le inchieste VAM, la fase di ottenimento del consenso: a volte, è stato necessario accettare un compromesso con i paesani poco abituati a dover ‘firmare la carta’, garantendo però che venisse ottenuto un consenso orale all’inizio o alla fine delle registrazioni. Ancor più problematico è il trattamento dei dati personali per la raccolta di documenti orali di Songini, che interessa un’epoca in cui l’attenzione a questi ambiti era assai inferiore; a ciò si è posto rimedio grazie all’accordo con i familiari delle persone intervistate, ad oggi decedute.

In sintesi, il lavoro sul territorio della Val Masino permette di osservare come la posizione del ricercatore-raccoglitore interno alla comunità si inserisca nel panorama metodologico dell’archivio sonoro IDEVV. Questioni di etica e deontologia della ricerca si intersecano a un ampio lavoro di partecipazione e a una rimessa in discussione che ha delle conseguenze importanti a livello della ricerca e dell’utilizzo delle fonti, ma anche della legittimità del ricercatore in quanto tale nel suo posizionamento dentro e al di fuori della comunità studiata.

3. Conclusioni e prospettive future

La cooperazione tra ricercatori e intervistatori volontari su cui si fonda Voci dell’Adda e della Mera unisce le esigenze pratiche – urgenza della ricerca, limitatezza delle risorse – a un impianto metodologico che include una prospettiva emica, vicina alle categorizzazioni dei parlanti. Il ricorso ai volontari, se è problematizzato e gestito nella formazione e nel dialogo, si rivela prezioso per le raccolte di documenti orali al pari di altre modalità di inchiesta, come quella del ricercatore interno alla comunità che è stata descritta per la Val Masino.

Quanto all’archivio sonoro, molto resta da fare. L’obiettivo di creare una risorsa consultabile dietro rilascio di credenziali è lontano e vincolato all’accesso a nuovi finanziamenti. Nel medio termine sarà prioritario lavorare su tre fronti: l’adeguamento della catalogazione agli standard indicati nel Vademecum per il trattamento delle fonti orali; la ridiscussione dei presupposti giuridici del trattamento dei dati personali; la riduzione dello sbilanciamento nella rappresentatività delle inchieste. L’ultimo aspetto, il più urgente, va gestito intensificando il reclutamento di volontari nei distretti meno indagati (Tirano-Sondalo e Alta Valtellina), ma anche con la digitalizzazione di registrazioni pregresse, ricordando che l’archivio sonoro potrà e dovrà contenere documenti eterogenei, ma accomunati dall’essere ‘voci’ di Valtellina e Valchiavenna.

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1 La presente comunicazione è frutto di una riflessione comune tra gli autori e prima ancora del lavoro svolto dall’IDEVV e dai membri passati e presenti del progetto nel corso di quasi dieci anni. In particolare, per l’impostazione metodologica delle inchieste del progetto «Voci dell’Adda e della Mera. Archivio sonoro dei dialetti di Valtellina e Valchiavenna» – che, come traspare dagli stessi scopi statutari dell’IDEVV, è di carattere a un tempo dialettologico ed etnografico – siamo profondamente debitori di Gabriele Iannàccaro, primo direttore del comitato scientifico del progetto, il quale ne ha tracciato di fatto i presupposti teorici in alcuni importanti contributi (Carpitelli e Iannàccaro 1995; Iannàccaro 2000; Iannàccaro 2002; Iannàccaro e Dell’Aquila 2008). Le osservazioni qui esposte sono state elaborate e condivise, oltre che dai tre autori, dagli altri membri del comitato scientifico (al luglio 2023): Nicola Arigoni (Centro di dialettologia e di etnografia, Bellinzona), Giovanni Bonfadini (Università degli Studi di Milano), Guido Borghi (Università degli Studi di Genova), Jørgen Giorgio Bosoni (NTNU, Trondheim), Elisabetta Carpitelli (Université Grenoble Alpes), Chiara Meluzzi (Università degli Studi di Milano), Matteo Rivoira (Università degli Studi di Torino). Ai soli fini concorsuali, l’attribuzione dei paragrafi è la seguente: Andrea Martocchi per i §§ 1.1, 1.2, 1.3, 1.4, 2.2, 3; Vittorio Dell’Aquila per il § 2.1; Fabio Scetti per il § 2.3.

2 La citazione è riportata nell’aletta posteriore di copertina di tutti i volumi componenti la collana Dizionari dialettali, a partire da Bianchini e Bracchi (2003) in poi.

3 Non verrà approfondita la distinzione tra raccoglitore e intervistatore, che pure è rilevante e non priva di implicazioni metodologiche. Il secondo termine suggerisce una maggiore attenzione all’individualità di chi pianifica e realizza l’inchiesta e alla co-autorialità dei contenuti tra intervistatori e intervistati che caratterizza soprattutto la storia orale (Vademecum 2023, 40); al raccoglitore si associa tendenzialmente un ruolo più ‘passivo’ e meno autonomo, legato a tecniche d’inchiesta quali la somministrazione di questionari (cfr. Iannàccaro 2000). In questo progetto le due espressioni sono usate come sinonimi poiché il ruolo svolto dagli intervistatori è compatibile con entrambe le definizioni.

4 Al seminario estivo dell’IDEVV dedicato agli archivi orali (luglio 2016) è seguita nel gennaio 2017 la creazione del primo gruppo di lavoro, diretto da Giovanni Bonfadini e Gianna Baldini, la successiva elaborazione del progetto e la costituzione del comitato scientifico. Direttore del comitato dal 2019 al 2021 è stato Gabriele Iannàccaro, cui è succeduto Vittorio Dell’Aquila. Alla fine del 2019 è stata introdotta la figura del coordinatore scientifico, ruolo ricoperto da Andrea Martocchi.

5 Bando Cultura e ambiente N. 1/2019 della Fondazione Pro Valtellina Onlus.

6 Sul parametro relativo alle «Località» cfr. § 2.2 “Un approccio emico alla cooperazione tra ricercatori e volontari in VAM”.

7 L’abbondanza di registrazioni in alcune aree è legata a raccoglitori prolifici, alla collaborazione con gruppi di ricerca locali preesistenti oppure a una campagna di registrazioni più estesa in occasione di progetti paralleli, come è accaduto a Novate Mezzola. Qui nel biennio 2021-22 sono state raccolte decine di interviste allo scopo di farle confluire nell’archivio sonoro IDEVV e di pubblicare una collezione di etnotesti (circa 200) sul DVD audio Al nòs parlà e ‘l nòs fà. Parole e storie in dialetto a Novate Mezzola, promosso dall’amministrazione comunale (Martocchi 2022, 97-98). Per poterlo realizzare è stata elaborata una versione dell’autorizzazione all’intervista che include anche il consenso alla pubblicazione su DVD.

8 In numero da uno a due per ognuno dei cinque distretti in cui è stato diviso convenzionalmente il territorio provinciale: Valchiavenna; Morbegno-Traona (bassa Valtellina); Sondrio-Valmalenco (media Valtellina); Teglio-Sondalo; alta Valtellina.

9 Del tipo descritto in Vietti (2003) e sfruttate come strategia di elicitazione di alcune variabili sociofonetiche nel sardo di Cagliari da Mereu (2018, 60). Fanno eccezione all’interno dell’archivio alcune inchieste che contengono parlato recitato, con la lettura a voce alta e controllata di testi in prosa o in poesia prodotti dagli informatori; in certi casi, i raccoglitori hanno scelto di registrare loro stessi mentre leggevano testi di produzione propria.

10 Di fatto, la durata media delle interviste si attesta sui 42 minuti. In fase di catalogazione, il tipo di intervista e la modalità dell’interazione (numero di partecipanti, ruoli ecc.) vengono riportati nell’apposito campo «Metodo rilevazione».

11 Nel caso di ricercatori indigeni o che hanno avuto contatti intensi e prolungati con la comunità indagata, questa modalità di interazione si approssima alla tecnica etnografica dell’osservazione partecipante (Duranti [1992] 2007, 20).

12 Cfr. Ricci (2015) per una riflessione ampia e argomentata (nel dominio antropologico-musicale) sul rapporto tra archivi sonori e restituzione del patrimonio culturale immateriale.

13 Consultabile all’indirizzo: https://istitutodevv.it.

14 Si noti però che entrano in gioco altri importanti fattori, come il riconoscimento della legittimità del ricercatore (cfr. § 2.3 “Ricerca scientifica e legittimità del ricercatore: le inchieste in Val Masino”). I concetti di straniamento e distanza vanno qui intesi in senso antropologico (Fabietti [1999] 2009, 25-27).

15 Iannàccaro (2000, 58). Il presupposto di fondo è la concezione dell’intervista come luogo di incontro e scontro tra le teorie (linguistiche ed extralinguistiche) di chi intervista e di chi è intervistato.

16 Per esempio, quando i volontari chiedono quali caratteristiche debba avere una buona inchiesta si ricorre spesso alla ‘metafora del maiale’, che risulta familiare a chi, come la quasi totalità dei volontari, conosce bene il mondo contadino: in base a questa analogia, nessuna parte del registrato è ‘cattiva’ a prescindere, in quanto tutte possono avere un loro impiego; e tuttavia, alcune parti saranno più pregiate di altre e la qualità complessiva sarà influenzata non solo dalla preparazione alle interviste (‘l’allevamento’ del maiale) ma anche dall’accuratezza della fase di catalogazione (la ‘lavorazione’ delle carni).

17 Le inchieste di VAM non sono lontane dalla “intervista etnografica” che in Mereu (2018, 55) è volta a “creare una situazione comunicativa che induca i soggetti intervistati a produrre un parlato dialogico di tipo naturale, ovvero semi-spontaneo”. Obiettivo dell’elicitazione però, nel nostro caso, non sono stereotipi fonetici ma procedimenti, usanze, narrazioni e opinioni: non si vuole solo “cercare la lingua”, ma “cercare le cose, in lingua”.

18 Deriu (2012, 104), commentando la distinzione proposta da Schechner tra is e as performance, scrive parole illuminanti a riguardo: “[…] pressoché qualsiasi cosa – eventi, comportamenti, perfino oggetti materiali – può essere ‘studiata’ come performance […] in ogni attività umana c’è di solito una pluralità di soggetti ‘giocatori’, ciascuno con differenti punti di vista, sentimenti, scopi, considerarla come una performance (as performance) comporta il vantaggio di poter cogliere le interazioni nella loro dimensione dinamica e ‘teatrale’: quali ruoli vengono assunti e come vengono svolti? Quanto diversi appaiono i ‘giocatori’ da come sono e agiscono normalmente? Come gli eventi e le interazioni vengono controllate, recepite, valutate? […]”.

19 Trascrizione e traduzione sono quelle utilizzate per l’etnotesto online, che è disponibile al link: https://istitutodevv.it/archivio-sonoro_montagna-in-valtellina_ca-zoia/; ad esse è affiancata una proposta di trascrizione in IPA.

20 Il principio di cooperazione in VAM è affine alla “collaborazione scientifica” che per Carpitelli e Iannàccaro (1995, 114) aiuta a muoversi verso “una distribuzione simmetrica dei ruoli di coloro che tradizionalmente sono soggetto e oggetto dell’indagine linguistica”, con la differenza cruciale che le inchieste di VAM prevedono una doppia interazione: ricercatore e intervistatore da una parte, intervistatore e informatori dall’altra.

21 Parafrasando Iannàccaro (2000, 24).

22 Iannàccaro (2002, 199; 210), a proposito della tendenza dei parlanti a ricondurre il cambiamento diacronico (variazione generazionale del proprio dialetto) a quello diatopico, riporta una citazione chiave di Benvenuto Terracini: “In linguistica un ‘quando’ è sempre sostituibile con un ‘dove’”.

23 Fistolera (1988, 11-12). Di questi blasoni, l’unico semanticamente trasparente è Giaröö (o Giröö), collettivo che vale letteralmente ‘della val Gerola’; non risulta, invece, che siano mai state formulate delle ipotesi di etimologia per Maròch e Scilàp, né i parlanti sono in grado di spiegarne il significato.

24 Rif. in Bibliografia.

25 Interventi nella scuola primaria Pierangelo Marchetti in Val Masino e nella scuola secondaria di primo grado Ezio Vanoni di Ardenno, all’imbocco della valle. 

26 La pagina Facebook del Vocabolär del Valoc’ de la Val Mäśen (VVV) è disponibile al seguente link: https://www.facebook.com/VocabolarioValocValmasino.

27 Ciò permette di gestire adeguatamente la modalità di indagine etnografica, garantendo le condizioni affinché il sociolinguista sappia quello che fa, cosa fa con i suoi dati e cosa fa con i suoi intervistati (Gadet 2000).