Received: May 6, 2025; Accepted: January 26, 2026; Published: May 12, 2026

Oral Data Use and Reuse

«Die waren beide in Wien geboren». I luoghi nelle interviste narrative dell’Austrian Heritage Archive

Isabella Ferron

Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, Italy

isabella.ferron@unimore.it

Abstract. This article investigates the role of place in narrative interviews from the Austrian Heritage Archive (AHA) through a close reading of two exemplary accounts by Austrian Jewish citizens who fled National Socialism. Drawing on a systematic analysis of spatial and temporal references, deictic expressions, position and motion verbs, epistemic markers, and instances of code-switching, the study elucidates the role of both private and public places, paying particular attention to childhood locations in Vienna, – as anchors for memory, narrative organisation, and discursive positioning. The findings demonstrate how spatial references enable speakers to integrate individual, familial, and historical experiences, performing agency and negotiating identity within the framework of autobiographical narrative.

Keywords: narrative interview, places, positioning, identity.

1. Introduzione

Il contributo si prefigge di analizzare la dimensione linguistica della rappresentazione dei luoghi e degli spazi nelle interviste narrative dell’Austrian Heritage Archive (AHA), al fine di comprendere come tali elementi contribuiscano alla costruzione dell’identità e del posizionamento degli intervistati1. L’analisi linguistica delle fonti orali permette di valorizzare la dimensione viva e situata del parlato, offrendo nuove prospettive sulla variazione linguistica e sulle dinamiche di trasmissione della memoria.

Gli intervistati sono cittadini austriaci ebrei2 che raccontano la loro vita prima e dopo l’Anschluss, segnata da discriminazione, persecuzione e fuga verso la Palestina mandataria o gli Stati Uniti d’America. In queste interviste, i luoghi e gli spazi non compaiono come semplici scenografie, ma come coordinate narrative fondamentali che permettono di collocare eventi, relazioni e memorie. Essi fungono da punti di riferimento discorsivi attraverso i quali gli intervistati ricostruiscono la propria esperienza, organizzano il ricordo e negoziano identità e ruoli all’interno dell’interazione con l’intervistatore (cfr. Larrory-Wunder 2023, 111–16).

Linteresse della linguistica per la descrizione dei luoghi e degli spazi si inserisce in un più vasto dibattito teorico. A partire dallo spatial turn in sociologia (cfr. Günzel 2010, 90–99; Crang 2008, 409–38) e dal topological turn in geografia (cfr. Wagner 2010, 100–9), fino agli studi biografici (cfr. Becker 2019, 1–33) e narratologici (cfr. Keating 2015, 244–61), il concetto di spazio è stato progressivamente integrato nella riflessione sociolinguistica (cfr. Busch 2010, 9–33; Franceschini 2010; Tuan 1991, 145–50; Fauconnier 1997). In tale contesto, la definizione di luogo proposta da Doreen Massey (1995, 188), inteso come prodotto di reti di relazioni spaziali e sociali inserite nella dimensione storica, risulta particolarmente rilevante. I luoghi, infatti, assumono unidentità multipla e dinamica, mediata dalle relazioni di potere, dai racconti che li costituiscono e dalla memoria degli eventi che vi si svolgono.

L’analisi proposta si focalizza su tre dimensioni interconnesse: gli spazi di percezione, ossia la modalità con cui lintervistato organizza la propria esperienza dello spazio; gli spazi di azione, ovvero la rappresentazione delle possibilità di intervento o movimento dell’intervistato all’interno di tali spazi; e l’agentività (agency), che mostra come il linguaggio consenta all’intervistato di posizionarsi attivamente nella narrazione e di negoziare il proprio ruolo rispetto agli eventi descritti e all’intervistatore (positioning; cfr. Davies e Harré 1990, 43–63; Harré e van Langenhove 1999, 14–31).

Il lavoro si articola come segue: in primo luogo, viene presentata una descrizione del corpus di riferimento e della metodologia; successivamente, viene condotta un’analisi dettagliata di due interviste considerate rappresentative per la descrizione degli spazi di percezione, di azione e dell’agentività come elementi costitutivi della narrazione.

2. Il corpus

Il corpus delle interviste è parte del progetto Austrian Heritage Archive (AHA), avviato alla fine degli anni Novanta dal Leo Baeck Institute di New York e di Gerusalemme con lobiettivo di documentare l’esperienza di fuga ed esilio degli ebrei austriaci perseguitati dal nazionalsocialismo. Giovani volontari austriaci dell’associazione Gedenkdienst hanno raccolto interviste biografiche in forma di video e audio, a cui si sono aggiunti documenti personali come lettere, diari e fotografie3. Attualmente le interviste trascritte sono 40: non sono state trascritte secondo convenzioni specifiche di analisi conversazionale, ma in una forma semplificata: riportano infatti soltanto il testo verbatim e, alla fine di ogni pagina, la durata in minuti, senza annotazioni prosodiche e con minime descrizioni di elementi paralinguistici (risate, sospiri, gesti). Questa scelta rispondeva a un intento documentario e archivistico più che analitico: rendere leggibile e accessibile il contenuto delle interviste. La tabella seguente riassume i dati complessivi del progetto:

Tabella 1. Descrizione del corpus AHA.
Categoria Dati
Numero totale degli intervistati 2192
Numero delle interviste trascritte finora 40
Numero degli intervistati/e trascritti/e 40 (20 donne, 20 uomini)
Profilo degli intervistati cittadini ebrei nati tra il 1900 e il 1930
Residenza al momento dell’intervista 2140 negli USA
Luogo di nascita (distribuzione) Vienna: 1617; Polonia: 99; Boemia/Moravia/Cecoslovacchia: 37; Bucovina: 10; Ungheria: 16; Germania: 19; Bassa Austria: 34; Burgenland: 15; Austria: 16; Stiria: 15; Tirolo: 4; Carnia: 3
Periodo in cui sono state effettuate le interviste 1996–2014
Durata media delle interviste 2–4 ore ca.
Lingue delle interviste inglese e tedesco (alcune con passaggi in ebraico e yiddish)

Il subcorpus alla base del presente lavoro è costituito dalle 29 interviste in lingua tedesca (aha_interviews_deutsch) delle 40 trascritte: gli intervistati (15 donne e 14 uomini) sono tutti cittadini austriaci. Di queste 29 si sono scelte due interviste quelle con Georg Berlstein e George Czucka considerate rappresentative per la descrizione dei luoghi (cfr. Bamberg e Georgakopoulou 2008, 377–96).

3. Metodologia

L’analisi proposta si basa sul metodo del close reading (cfr. Kohler Riessman 2008), mutuato dalla critica letteraria e applicato all’analisi del parlato nelle scienze sociali (cfr. Deppermann 2001, 45–60). Il close reading viene qui usato non solo per descrivere i riferimenti spaziali presenti nelle interviste, ma anche per interpretarli come pratiche discorsive mediante le quali gli intervistati elaborano il proprio rapporto con il passato e si collocano temporalmente e socialmente all’interno della loro storia. Nel presente lavoro si è scelto di non approfondire la dimensione prosodica delle interviste. Sebbene gli aspetti prosodici rivestano un ruolo importante nella costruzione del significato e nell’interpretazione delle narrazioni orali, l’analisi qui proposta si concentra sulle micro-strutture testuali, in particolare la deissi, i verbi di posizione e di movimento, i marcatori discorsivi e le strategie di collocazione spaziale, al fine di mostrare come esse contribuiscano alla costruzione narrativa di luoghi, identità e posizionamento.

Per descrivere i luoghi nelle interviste si adotta la distinzione di Schwitalla (2012, 162–63) tra Wahrnehmungsraum (‘spazio della percezione’) e Handlungsraum (‘spazio dell’azione’). Il primo si riferisce allo spazio percepito visivamente e deitticamente intorno al corpo, mentre il secondo comprende lo spazio in cui è possibile agire e interagire. Schwitalla (2012, 167) definisce questo processo umliche Situierung, cioè la collocazione spaziale nel racconto. Dal punto di vista linguistico, tale collocazione si realizza soprattutto attraverso verbi di posizione (stehen, sitzen), verbi di movimento (hin-/rein-gehen, kommen), costruzioni locative con il verbo sein e deissi spaziale (Schwitalla 2012, 165–66). A questi concetti si collegano quelli di positioning, o posizionamento, e di agency, o agentività. Con positioning (cfr. Davies e Harré 1990, 43–63; Harré e van Langenhove 1999, 14) si intende la costruzione discorsiva del sé all’interno della narrazione. Bamberg (1997, 337) distingue tre livelli di posizionamento: 1. tra gli attori dell’evento narrato; 2. tra narratore e interlocutore; 3. del narratore rispetto a sé stesso e ai discorsi dominanti. Per l’analisi qui proposta risultano centrali il secondo e il terzo livello, perché consentono di osservare le strategie linguistiche e discorsive attraverso cui gli intervistati si collocano nella narrazione e negoziano la propria identità (cfr. Deppermann 2013, 9). Infine, il concetto di agency (cfr. Duranti 2004, 453) rimanda alla capacità del parlante di esercitare controllo sulla propria azione linguistica. Nelle interviste questa capacità è sempre parziale, poiché le espressioni linguistiche veicolano anche significati non intenzionali. L’agentività si manifesta quindi nel modo in cui gli intervistati si presentano come soggetti attivi della propria storia, pur nei vincoli imposti dal contesto discorsivo (cfr. Duranti 2012, 18). In questo contributo si distingue tra agentività narrativa e agentività discorsiva: la prima descrive la capacità del parlante di costruire la propria storia selezionando eventi, dettagli e modalità di racconto; la seconda si riferisce alla possibilità di posizionarsi all’interno della conversazione, modulando la relazione con l’intervistatore. Questa distinzione consente di osservare come gli intervistati non solo raccontino ciò che è accaduto, ma come gestiscano il racconto attraverso scelte linguistiche che intrecciano memoria, spazio e identità.

Figura 1. Pagina del sito AHA relativa alle interviste. (https://austrianheritagearchive.at/de/facetedsearch, ultimo accesso: 20.04.2025).

4. Analisi delle interviste

4.1. Intervista con George Berlstein

Nato a Vienna nel 1929 e cresciuto nel quarto distretto, Berlstein lasciò la città nel 1939 con un Kindertransport diretto nel Regno Unito, seguito poco dopo dai genitori. Alla fine del 1940 la famiglia riuscì a emigrare negli Stati Uniti, dove Berlstein frequentò la scuola e si laureò in legge all’Università di Yale.

Le domande dell’intervistatore costituiscono per Berlstein veri e propri punti di ancoraggio nella narrazione: orientano il racconto verso dettagli spaziali e temporali, stimolano precisazioni e consentono di articolare la memoria in sequenze coerenti. La narrazione viene integrata da ricordi quotidiani, dettagli sensoriali e riflessioni metanarrative. La memoria è guidata da marcatori epistemici come «ich glaube» (‘credo / penso’), «ich erinnere mich (nicht)» (‘ricordo / non ricordo’) o «ich weiß es (nicht)» (‘lo so / non lo so’) che ne segnalano incertezze e conferme.

In (1), Berlstein racconta le proprie origini, la nascita a Vienna, la scuola vicino a casa e le radici familiari polacche/ucraine:

(1) intervista di Paul Schober (PS) a George Berlstein (GB) (New York, 29 novembre 2005 – AHC3576, durata dell’intervista 02:12:06)4

GB: Na gut, das ist eine lange Geschichte. Ich bin in Wien geboren und in die Schule gegangen. Wir wohnten im 4. Bezirk, Belvederegasse 11, und die Schule, an die ich mich noch erinnere, das war am Karolinenplatz [heute St.-Elisabeth-Platz], ganz in der Nähe, zwei Blocks entfernt. Wir sind… mein Vater kam von Polen… also war damals Polen, heute ist es Ukraine […]5.

Fin dall’inizio, Berlstein situa con precisione sé stesso e i familiari nello spazio, attraverso complementi di stato in luogo («im 4. Bezirk, Belvederegasse 11»; «am Karolinenplatz, zwei Blocks entfernt») e deissi locale («da», «drüber»), distinguendo tra luoghi direttamente esperiti e luoghi mediati da informazioni familiari. L’uso del pronome di prima persona plurale «wir» collega la narrazione all’esperienza familiare, mentre avverbi come «ganz» enfatizzano la percezione della vicinanza tra casa e scuola. Il riferimento alla scuola, ripreso più volte nell’intervista, delinea uno spazio di percezione definito, collocando luoghi e azioni attraverso verbi di posizione, complementi di luogo e deissi locale. Questi elementi linguistici segnalano un controllo cognitivo e percettivo dello spazio e rafforzano la costruzione dell’identità e la memoria corporea. Berlstein esercita in questo modo un’agentività narrativa collocandosi attivamente nei luoghi della memoria.

La domanda che apre la citazione successiva evidenzia il posizionamento di Berlstein con il suo interlocutore, mentre il marcatore epistemico («ich glaube») riflette la negoziazione della credibilità narrativa e dei limiti del ricordo:

(2) (AHC 3576, 9)
PS: Wissen Sie noch den Namen von der Schule, wo Sie hingegangen sind?
GB: Das war die Hochschule [meint:
high school] am Karolinenplatz. Ich kann mich nicht erinnern […]
PS: Sind Sie lange in die Schule gegangen? Sind Sie zu Fuß gegangen?
GB: Ja, zu Fuß. Das war ganz in der Nähe. Ich glaube, die Belvederegasse ging vom… wie heißt… Prinz-Eugen-Straße rüber, zwei, drei Blocks, und dann war der Karolinenplatz, und da war schon die Schule
6.

La casa e la scuola sono spazi noti in cui l’intervistato sa come muoversi. Il linguaggio struttura la memoria spaziale in relazione all’identità familiare: la narrazione colloca il padre, nato a Kolomyja (Polonia), a Vienna per gli studi di legge, dove si è poi stabilito; la madre, come si evince da un altro passaggio dell’intervista («In Wien geboren, ja»), è nata a Vienna:

(3) (AHC 3576, 2)
GB: Mein Vater ist 1892 geboren und war im Gymnasium in Kolomea, in Polen, und dann kam er zur Universität in Wien und hat dort Jura studiert. Und er ist in Wien geblieben
7.

La breve biografia del padre, con riferimenti a Kolomyja e Vienna, evidenzia la costruzione dello spazio di azione, dove i luoghi mediati e vissuti consolidano identità familiare e appartenenza culturale. La ripetizione dei percorsi e delle localizzazioni rafforza la continuità della memoria.

La memoria spaziale di Berlstein si arricchisce di dettagli sensoriali e percettivi, come nella descrizione dell’appartamento familiare, dove integra termini inglesi («living room») quando non ricorda la parola tedesca:

(4) (AHC 3576, 4)
PS. Was sind ihre ersten Erinnerungen an Ihr Elternhaus?
GB: Es war eine Wohnung im zweiten Stock. Gegenüber war eine Fabrik. Ich kann mich erinnern, da waren Lichter. […]
PS: Wieviel Zimmer hatte das ganze Apartment?
GB: Ein Esszimmer, ein
living room, separiert mit Doppeltüren. […] Und ich glaube, ich hatte ein Schlafzimmer, die Eltern ein Schlafzimmer… so fünf oder sechs… Küche, so8.

Il code-switching non colma solo lacune lessicali, ma funziona come strategia narrativa per modulare la memoria, mostrando come l’intervistato costruisca la narrazione in tempo reale e quindi l’agentività discorsiva. Lo “zoom” nella narrazione passa dalla visione generale della casa ai dettagli delle stanze, intrecciando memoria spaziale, esperienza corporea e racconto, e coinvolgendo sensorialmente chi ascolta (cfr. Schwitalla 2012, 165, 174, 177).

Berlstein ricorda anche luoghi pubblici legati a eventi storici e alla storia familiare, come il Belvedere, la Karlskirche, la Votivkirche e la Pestsäule, evidenziando come i luoghi rafforzino memoria e senso di appartenenza:

(5) (AHC 3576, 11)
PS: [Gibt es einen Ort] in Wien, an den Sie sich noch ganz besonders… der Belvedere-Park wahrscheinlich… wo Sie Fußball gespielt haben? Oder sonst einen anderen Ort?
GB: Der Belvedere-Park, ja. Ich kann mich an die Karlskirche erinnern. Ich weiß nicht genau, warum. Ich war dort nachher. Ich hatte eine… mein Onkel Emil und Tante Irma, die wohnten in der Nähe von der Votivkirche, einen Block entfernt, und so kann ich mich an die Votivkirche erinnern… und an diese Straße. […] Wir mussten aus der Wohnung raus, nach dem Anschluss. Und so sind wir bei Frau Kepisch eingezogen. Sie hatte eine sehr vornehme Wohnung. Ich kann mich erinnern, wenn man vom Fenster rausschaut, dann sieht man die Pestsäule, die dort am Graben ist
9.

La deissi spaziale («dort») e temporale («nachher») e l’alternanza tra spazi familiari e pubblici mostrano come Berlstein costruisca la memoria storica all’interno della narrazione. I luoghi nominati definiscono lo spazio percepito che struttura i ricordi, mentre la sequenza degli eventi dai giochi d’infanzia agli spostamenti dopo l’Anschluss, fino al discorso di Hitler all’Heldenplatz (6) e alla Notte dei Cristalli (7) prova come Berlstein eserciti agentività e si posizioni come testimone consapevole dei limiti del proprio ricordo. L’uso di marcatori epistemici («ich glaube», «ich weiß nicht», «ich kann mich erinnern») segnala le incertezze della memoria, permettendo al parlante di organizzare la narrazione in modo credibile e decidere quali dettagli confermare, di quali dubitare e come collocare gli eventi nella propria esperienza senza perdere autenticità narrativa:

(6) (AHC 3576, 14)
PS: Können Sie sich an den Einzug Hitlers auf der Mariahilfer Straße oder an die Heldenplatz-Aussprache erinnern?
GB: Ja, ich kann mich erinnern. Ich glaube, er kam… war es Mariahilfer Straße oder Schwarz-
PS: über den Westbahnhof, glaube ich, ist er über die Mariahilfer Straße
GB: und er wohnte dann im Hotel Imperial. Da war ich dort. Irgendwie habe ich mich… ich weiß nicht, ob ich das alleine gemacht habe, ich habe gesehen, alle Leute schriehen, und da waren alle diese Banners, rot-weiß mit dem Hakenkreuz. […]
PS: Waren Sie bei der Ansprache am Heldenplatz dabei?
GB: Ich glaube, ich war dabei. Ich weiß nicht, ob allein oder mit meinen Eltern, aber ich kann mich erinnern, dass… ich glaube, ich habe es gesehen. Erinnerung ist etwas Komisches. Manchmal glaubt man ganz gewiss, dass man etwas gesehen hat, was nicht der Fall ist. Ich glaube, ich habe es gesehen
10.

Anche in (7), alla domanda sulla Notte dei Cristalli, Berlstein risponde che si ricorda solamente che il padre non era a casa. Sollecitato dall’intervistatore, rammenta di aver visto le vetrine distrutte dei negozi e le scritte diffamatorie nei confronti degli ebrei.

(7) (AHC 3576, 16)
PS: Können Sie sich an die Reichskristallnacht erinnern?
GB: Ich erinnere mich nur, dass mein Vater irgendwo anders war […]
PS: Können Sie sich an das Zerstören von Geschäften auf den Straßen erinnern?
GB: Ja, dass man es in der Zeit nachher gesehen hat… gebrochene Fenster und ‘Juden’ und alles beschmiert und so, das kann ich mich erinnern
11.

La collocazione temporale («in der Zeit nachher») rafforza il carattere vivido dell’esperienza. L’uso di verbi percettivi («erinnern») e descrittivi («sehen») rende concreto un evento storico, trasformando lo spazio in àncora mnemonica. Qui il linguaggio combina memoria individuale e collettiva, e le scelte verbali indicano il ruolo del parlante come testimone diretto e partecipante.

L’esperienza dell’esilio, prima a Londra e poi a New York, introduce un ulteriore livello di complessità narrativa. Berlstein descrive Londra durante i primi mesi dell’esilio come «ganz unangenehm» (‘spiacevole, angosciante’):

(8) (AHC 3576, 21)
PS: In welchem Jahr sind Sie nach Amerika gekommen, nach New York?
GB: Nach New York 1940… […] und das war entweder Oktober oder November 1940. Meine Mutter mussten nach London gehen, um die notwendigen Unterlagen anzufertigen und vorzubereiten, und der Blitz hat angefangen im August, so, dass
wir diese paar Monate unter bombardment waren. Und das war am Anfang ganz unangenehm, aber, es ist komisch, man gewöhnt sich an fast alles. Man hat so einen shelter…das war so eine corrugated Eisensache und six inches of dirt. Es ist gegen Schrapnell hauptsächlich, und wenn eine Bombe da drauf landet, dann ist man weg. Aber man hörte die sirens, und dann wusste man, dass es eine Attacke ist. Dann geht man runter, und es ist schwer z’u schlafen, aber wenn man klein ist, dann kann man immer wo schlafen12.

Il rifugio sotto bombardamento diventa il centro della narrazione, assumendo un ruolo chiave nella costruzione dello spazio percepito: i riferimenti materiali (la struttura in ferro ondulato, lo strato di terra: «einen shelter das war so eine corrugated Eisensache und six inches of dirt») e sensoriali (il suono delle sirene, la difficoltà a dormire: «Aber man hörte die sirens […] und es ist schwer zu schlafen») permettono di esperire concretamente lo spazio vissuto e di organizzare visivamente e sensorialmente la memoria. La sequenza delle azioni quotidiane scendere nel rifugio, osservare l’ambiente circostante, tentare di dormire viene resa attraverso scelte linguistiche che strutturano temporalmente e spazialmente l’esperienza, mostrando come il linguaggio consenta di rappresentare con precisione il vissuto dell’esilio. In questo contesto, Berlstein trasmette non solo la percezione fisica del luogo, ma anche il disagio iniziale e il processo di adattamento («man gewöhnt sich an fast alles»).

New York è descritta da Berlstein come un’esperienza emotivamente travolgente («etwas ganz Besonderes, ganz emotional, überwältigend»), simbolo dell’inizio di una nuova vita e metonimia per l’America:

(9) (AHC 3576, 22)
PS: Sie sind in New York angekommen. Gibt es irgendwie so einen magischen Moment, die Freiheitsstatue taucht auf?
GB: Ja, es war… wenn man bedenkt, was man alles gemacht hat, getan hat, gebombt wurde, und dann kommt man nach New York, und man sieht die Statue of Liberty… wenn ich daran denke, werde ich immer noch ganz emotional, weil das wirklich etwas ganz Besonderes war. Dann wohnten wir zwei Tage mit einem Verwandten in der Bronx […]
und dann sind wir zu Verwandten in Brooklyn gegangen… East 14th Street.
PS: Was waren Ihre ersten Eindrücke von Manhattan […]
PS: Was waren Ihre ersten Eindrücke, wie Sie durch die riesige Stadt gegangen sind, mit Ihren Eltern?
GB: […] Es war etwas überwältigend. Ich meine, erstens einmal ist man irgendwie müde, man hat nicht genug geschlafen und so viel Lärm und so viele
Leute. In London hat es auch viele Leute gegeben, aber es war etwas überwältigend. Aber in Brooklyn war es viel… nicht so viele große Gebäude, viel kleiner. Das war ein zweistöckiges Haus, wo die Verwandten wohnten13.

A differenza della descrizione di Vienna, Berlstein associa Londra e New York a stati emotivi specifici, mostrando come il linguaggio costruisca simultaneamente memoria spaziale e percezioni emotive. La narrazione dei primi giorni a New York – la vista, all’arrivo, della Statua della Libertà, il soggiorno nel Bronx e poi a Brooklyn, e le prime impressioni su Manhattan – struttura l’esperienza in sequenze coerenti, mentre i dettagli materiali (le dimensioni degli edifici, il numero di piani delle case: «Aber in Brooklyn war es viel… nicht so viele große Gebäude, viel kleiner. Das war ein zweistöckiges Haus, wo die Verwandten wohnten») e sensoriali (il rumore, la folla, la stanchezza: «Ich meine, erstens einmal ist man irgendwie müde, man hat nicht genug geschlafen und so viel Lärm und so viele Leute») aiutano a rendere concreta la percezione della nuova città. In questo modo, Berlstein utilizza il linguaggio per modulare memoria, spazio e stati emotivi, rendendo tangibile l’impatto della città sul suo vissuto.

4.2. Intervista con George Czuczka

George Czuczka nacque a Vienna nel 1925 e visse con i genitori nel Karl-Marx-Hof, edificio simbolo della Vienna Rossa e dell’edilizia popolare degli anni Venti. L’intervista mostra come i luoghi dell’infanzia assumano un ruolo centrale nella costruzione della memoria e dell’identità. A differenza di Berlstein, Czuczka posiziona sé stesso con maggiore precisione spaziale e temporale, collocandosi all’interno del tessuto sociale viennese e nelle esperienze successive, dalla fuga negli Stati Uniti al ritorno in Europa come soldato. Le domande dell’intervistatore svolgono un ruolo strategico nel guidare la narrazione: spesso Czuczka riprende termini e riferimenti presenti nella domanda, integrandoli con informazioni sulla propria famiglia o su eventi storici. A livello linguistico, questi si manifestano soprattutto nella ripetizione ed espansione di complementi di luogo, deissi spaziale e temporale e l’uso di verbi modali.

All’inizio, la narrazione della nascita e della prima infanzia, con l’indicazione precisa di luoghi e numeri civici («in Margareten», «Nr. 71»), rappresenta un esempio di posizione spaziale e di costruzione dello spazio di percezione. La deissi spaziale («dort») permette a Czuczka di ancorare la propria identità ai luoghi dell’infanzia, rafforza il senso di appartenenza, mostrando come egli costruisca una mappa narrativa che integra informazioni genealogiche e sociali:

(1) Intervista di Philipp Rohrbach (PR) e Konstantin Wacker (KW) a George Czuczka (Washington, 5 giugno 2008, AHC 3994, 04:38:24 ore)14:

GC: Ich wurde am 3. Juli 1925 in Wien, im Sanatorium Loew, geboren. Meine Mutter war eine geborene Felsenburg, mein Vater hieß Fritz Czuczka. Seine Familie stammte aus Mähren, die Familie meiner Mutter stammte aus der Slowakei. Die waren beide in Wien geboren, in den [18]90er-Jahren. Meine frühe Jugend habe ich in Margareten verbracht. Mein Vater war Architekt, er hatte ein Atelier in der Margaretenstraße Nr. 71 und dort wohnten wir zu dritt, ungefähr fünf Jahre lang15.

La ripetizione del verbo «stammen» collega le radici familiari alla città di Vienna, mostrando come lo spazio radichi identità e appartenenza culturale. Questo legame emerge anche quando Czuczka parla dell’identità sociale dei genitori:

(2) (AHC 3994, 3)
sie [die Eltern] hätten vielleicht emigrieren sollen, aber sie haben es nicht getan. Und der Grund, warum sie es nicht getan haben, ist, meines Erachtens, dass sie einfach Wiener waren und Wien ist nun einmal eine Stadt, die einem unter die Haut geht und da will man nicht weg. Und es ist auch Heimat16.

In questa citazione, Czuczka descrive il rapporto dei genitori con la città di Vienna che, implicitamente, influisce anche sulla formazione della sua identità: l’espressione fraseologica «meines Erachtens» e la locuzione idiomatica «jdm. unter die Haut gehen» permettono di veicolare opinioni soggettive, mentre la scelta di termini come «Heimat» (‘patria’) evidenzia la centralità della città nel processo identitario.

In (3), Czuczka racconta il trasferimento nel quartiere Heiligenstadt, nel complesso municipale Karl-Marx-Hof. Durante la rivolta del 1934, l’edificio fu bombardato dall’esercito e dalle forze austrofasciste, episodio che Czuczka ricorda come il primo evento drastico («einschneidend») della sua vita:

(3) (AHC 3994, 2)
Im Jahre 1929 – oder [19]30 – zogen wir um, und zwar in den Karl-Marx-Hof in Heiligenstadt, wo wir eine Dreizimmerwohnung im Erdgeschoss bekamen […] Das erste einschneidende Erlebnis, an das ich mich erinnern kann –
dort jedenfalls…an das ich mich von dort erinnern kann, war dann die Belagerung vom Karl-Marx-Hof. Mein Vater, der im Ersten Weltkrieg gewesen war, sagte meiner Mutter – weil sie behauptete, dass der Karl-Marx-Hof unter Artilleriebeschuss wäre – das kann nicht sein, man schießt nicht auf bewohnte Gebäude mit Kanonen. Meine Mutter, die nicht im Ersten Weltkrieg war, behielt allerdings Recht, denn es war mit Kanonen auf den Karl-Marx-Hof geschossen worden17.

La ripetizione di «an das ich mich erinnern kann» e l’uso di deissi spaziale («dort», «von dort») stabiliscono un legame corporeo con il luogo, trasformandolo in elemento strutturante del ricordo. Il luogo storico diventa mezzo per rappresentare eventi traumatici. Particolarmente significativa è la riproduzione del dialogo tra i genitori: il padre, forte della sua partecipazione alla Prima Guerra Mondiale, ritiene impossibile che un edificio abitato potesse essere bombardato, mentre la madre, che non era stata al fronte, si rivela nel giusto. Il Karl-Marx-Hof diventa così un luogo nodale della memoria, dove esperienza personale, politica e storica si intrecciano. L’edificio è associato non solo all’infanzia di Czuczka, ma anche al ruolo sociale della sua famiglia:

(4) (AHC 3994, 3)
Nun war es so, dass im Karl-Marx-Hof wohnte man… ja es war so, dass… Juden im Karl-Marx-Hof machten einen kleineren Prozentsatz aus als Juden in Wien allgemein und ich glaube, es waren in dem Teil des Karl- Marx-Hofs, wo wir wohnten, waren höchstens fünf jü
dische Familien von, was weiß ich, 150 oder mehr. Antisemitismus im Karl-Marx-Hof war nonexistent, das gab es nicht und wir hatten… wir kannten die paar Juden, die da waren. Die waren sowieso Genossen, so wie wir, und in dieser Hinsicht waren die nicht Juden zuerst, sondern Genossen zuerst18.

Alla domanda sull’antisemitismo a Vienna, Czuczka sottolinea che nel complesso abitativo vivevano pochissime famiglie ebree («höchstens fünf… von 150 oder mehr»), ma che non vi era antisemitismo («Antisemitismus im Karl-Marx-Hof war nonexistent»), poiché gli abitanti si percepivano innanzitutto come socialisti. Tale senso di appartenenza emerge nella deissi «wirdie», che distingue tra le poche famiglie ebree e gli altri residenti, e nella ripetizione del termine «Genossen», esteso anche agli ebrei («Die waren sowieso Genossen, so wie wir»). Questo passaggio mostra il posizionamento di Czuczka rispetto a sé stesso, ai discorsi dominanti e l’agentività discorsiva.

A differenza di Berlstein, che ricorda più ambienti familiari e scolastici, per Czuczka il Karl-Marx-Hof è il luogo dinfanzia che ritorna in più punti dell’intervista, fungendo da elemento di confronto con esperienze successive. Il bombardamento del 1934 è infatti rievocato anche attraverso il paragone con l’11 settembre 2001: un evento «unglaublich» e «unmöglich», definito come «the end of innocence»:

(5) (AHC 3994, 15)
Es war so… würde ich sagen, der Februar [19]34 für uns damals war… wird ein bisschen so gewesen sein, in der
psychologischen Wirkung, wie 9/11 hier, denn es war unglaublich… unmöglich […] Und deshalb muss das schon ein ganz gehöriger Einschnitt gewesen sein in meinem Leben und auch in dem Leben meiner Eltern und von 10.000 anderen natürlich. […] Ja, ich würde denken, es war, was man auf Englisch nennt: the end of innocence. Und was ich damit meine ist, wenn auch das Leben im Karl-Marx-Hof nicht irgendwie verklärt ist in der Erinnerung, dass es […] es war ein Leben unter Gleichgesinnten und ein Leben in einer gewissen Art von Frieden. Österreich war zu dieser Zeit gewiss nicht das glücklichste Land der Welt, aber es war doch ein Land, das friedlich vor sich hinlebte. Und es war gewissermaßen dieser Februar [19]34 im Karl-Marx-Hof […] ein wesentlicher Einschnitt im Leben der Menschen und der ganzen Nation letzten Endes19.

La drammaticità del ricordo è rafforzata dal verbo modale «ssen» che, in funzione epistemica («das muss ein ganz gehöriger Einschnitt gewesen sein»), esprime valutazione soggettiva, sottolineando consapevolezza dei limiti della memoria e funzione interpretativa della narrazione. Czuczka si posiziona come testimone riflessivo, modulando l’intensità della cesura storica senza imporre certezza assoluta. L’uso della litote («Österreich war zu dieser Zeit gewiss nicht das glücklichste Land der Welt»), insieme all’avverbio «gewissermaßen» e alla ripetizione di «Einschnitt» connotato dall’aggettivo «wesentlich», consente a Czuczka di riflettere sull’Austria di allora: non un paese ideale, ma uno spazio dove si poteva vivere pacificamente.

Il confronto con eventi successivi, come l’Anschluss e l’esperienza dei campi di concentramento, mostra come la narrazione dei luoghi sia strumentale alla costruzione della propria identità e al posizionamento come testimone. Con l’Anschluss il padre di Czuczka viene deportato a Dachau, mentre lui vive con la madre presso una famiglia ebrea a Döbling. Dopo la liberazione del padre, la famiglia emigra gli Stati Uniti, percepiti come per Berlstein come la terra della libertà. Arruolato nell’esercito americano, grazie alla conoscenza del tedesco, rientra in Europa per documentare i crimini nazisti e assistere ai primi processi, raggiungendo anche Dachau, luogo legato alla memoria paterna:

(6) (AHC 3994, 8)
Und da kam ich, wie vor mir mein Vater, nach Dachau, nur eben auf der anderen Seite vom Zaun. Und mein Vater lebte zu der Zeit noch […]
er wusste, was das bedeutet, und ich wusste, was das bedeutet. […] Wenn du nicht ein Viech [Vieh] bist, dann weißt du ja doch – oder glaubst du zu wissen – wie das sein kann oder muss, wenn man jemanden hinter Stacheldraht sitzen lässt und einmal im Monat oder einmal in der Woche einen Brief schreiben lässt. […]20.

La deissi temporale («vor mir») e spaziale («auf der anderen Seite») evidenzia la posizione corporea e sociale rispetto all’evento, permettendo a Czuczka di distinguere il proprio ruolo da quello del padre. La metafora animale «Vieh» funziona come dispositivo identitario e discorsivo, indicando distanza dai nazisti ed enfatizzando drammaticità e percezione del contesto. Le frasi iterative «er wusste, was das bedeutet, und ich wusste, was das bedeutet» e «oder glaubst du zu wissen» rafforzano il valore testimoniale della sua posizione, sospesa tra certezza e consapevolezza dei limiti della memoria. I luoghi dell’infanzia e quelli legati agli eventi storici (Karl-Marx-Hof, Dachau) diventano per Czuczka strumenti linguistici attraverso i quali egli mostra agentività, posizionamento sociale e identità, confermando come lo spazio percepito e quello dell’azione siano centrali nella narrazione autobiografica e nella memoria storica.

Nei due casi analizzati, emerge chiaramente come i luoghi fungano da ancore mnemoniche e da strumenti di agentività narrativa. Quartieri, strade, case, scuole, parchi e spazi urbani vengono nominati con precisione e, attraverso questi riferimenti, la memoria acquista concretezza. Gli eventi sono collocati nello spazio, più che nella sequenza temporale, e le persone vengono ricordate in relazione ai luoghi in cui si svolgono le loro azioni. Anche nella descrizione dei luoghi o di altri momenti vengono usate strategie linguistiche simili (ripetizioni, espressioni connotate emotivamente o marcatori epistemici): in modo particolare, le ripetizioni e le autocorrezioni («Wann? Naja… es musste vor dem Ersten Weltkrieg sein») rivelano che il tempo non costituisce un asse narrativo stabile, ma viene ricostruito retrospettivamente, con margini di incertezza e oscillazioni.

5. Conclusioni

L’analisi delle interviste di George Berlstein e George Czuczka mostra come i luoghi costituiscano una struttura portante del racconto autobiografico, fungendo da strumenti privilegiati per organizzare memoria, identità e posizionamento discorsivo. Il metodo del close reading ha permesso di osservare come la narrazione non si limiti a riportare eventi o dati biografici, ma costruisca attivamente spazi di percezione e azione attraverso strategie linguistiche precise.

In particolare, la deissi spaziale e temporale, i verbi di posizione e movimento, i marcatori epistemici e pratiche di code-switching sono stati letti come indicatori di agentività narrativa e di posizionamento. Gli intervistati non si limitano a descrivere i luoghi, ma li utilizzano per posizionarsi rispetto agli eventi, agli altri attori e all’intervistatore, modulando la propria identità e costruendo credibilità narrativa. I quartieri, le case, le scuole e i luoghi pubblici diventano nodi attraverso cui si integrano memoria individuale, memoria familiare e memoria storica, confermando la centralità dello spazio nella costruzione narrativa dell’esperienza di esilio e persecuzione.

L’analisi ha inoltre confermato che i luoghi costituiscono un’àncora narrativa più stabile della dimensione temporale, spesso fluttuante e incerta. Le coordinate spaziali forniscono continuità e concretezza alla narrazione, permettendo ai parlanti di integrare eventi complessi e traumatici senza perdere coerenza e credibilità. In questo senso, i luoghi operano come mediatori tra memoria individuale e collettiva, consentendo agli intervistati di negoziare la propria posizione e di articolare una narrazione identitaria che integra percezione, azione e riflessione.

Pur basandosi su un corpus limitato, l’analisi evidenzia come l’attenzione ai luoghi e alle strategie linguistiche impiegate per rappresentarli sia decisiva per comprendere la costruzione narrativa della memoria. L’ampliamento dello studio all’intero corpus AHA potrà verificarne la tenuta, offrendo un quadro più ampio delle modalità con cui spazio e memoria vengono articolati nelle narrazioni autobiografiche degli intervistati.

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1 La citazione del titolo proviene dall’intervista con George Czucka, risorsa online: www.austrianheritagearchive.at/interviews/person/74 [ultimo accesso: 04.08.2025], trad. it.: ‘erano entrambi nati a Vienna’. Se non indicato diversamente, tutte le traduzioni sono di chi scrive.

2 Per ragioni di leggibilità, in questo testo viene impiegato il maschile generico, da intendersi come riferito a persone di qualunque sesso e identità di genere.

3 Per una storia dettagliata del progetto si veda: Klösch (2002, 23539); Lichtblau (2012, 13536).

4 Cfr. www.austrianheritagearchive.at/interviews/person/641 [ultimo accesso: 28.04.2025]. Le informazioni relative all’intervista analizzata vengono fornite alla prima citazione, nelle seguenti si indicano tra parentesi il numero di Signatur e il numero di pagina del file della trascrizione.

5 GB: Ebbene, è una lunga storia. Sono nato a Vienna e sono andato a scuola lì. Abitavamo nel quarto distretto, nella Belvederegasse 11, e la scuola, di cui ricordo ancora lesistenza, era in Karolinenplatz [oggi St.-Elisabeth-Platz], molto vicina, a due isolati di distanza. Eravamo… mio padre veniva dalla Polonia… allora era Polonia, oggi è Ucraina.

6 ‘PS: Ricorda il nome della scuola che ha frequentato?

GB: Era l’università [vuol dire: liceo] in Karolinenplatz. Non ricordo […].

PS: Ha frequentato la scuola per molto tempo? Andava a piedi?

GB: Sì, a piedi. Era molto vicino. Credo che Belvederegasse vada da… come si chiama… Prinz-Eugen-Straße, dall’altra parte, due o tre isolati, e poi c’era Karolinenplatz, e la scuola era già lì’.

7 ‘Mio padre è nato nel 1892 e ha frequentato il ginnasio a Kolomea, in Polonia, per poi andare all’università di Vienna e studiare legge. Ed è rimasto a Vienna’.

8 PS. Quali sono i suoi primi ricordi della casa dei suoi genitori?

GB: Era un appartamento al secondo piano. Di fronte c’era una fabbrica. Ricordo che c’erano le luci. […]

PS: Di quante stanze era composto l’appartamento?

GB: Una sala da pranzo, un soggiorno, separati da doppie porte. […] E credo che io avessi una camera da letto, i genitori avevano una camera da letto… circa cinque o sei… cucina, così’.

9 ‘PS: [C’è un luogo] a Vienna che ricorda in particolare… il Parco Belvedere probabilmente… dove giocava a calcio? O qualche altro luogo?

GB: Il parco del Belvedere, sì. Ricordo la Karlskirche. Non so esattamente perché. Sono stato lì in seguito. Avevo un… mio zio Emil e mia zia Irma vivevano vicino alla Votivkirche, a un isolato di distanza, e quindi ricordo la Votivkirche… e questa strada. […] Abbiamo dovuto lasciare l’appartamento dopo l’Anschluss. Così ci trasferimmo dalla signora Kepisch. Aveva un appartamento molto elegante. Ricordo che guardando fuori dalla finestra vedevo la colonna della peste sul Graben’.

10 ‘PS: Ricorda l’ingresso di Hitler in Mariahilfer Straße o il discorso a Heldenplatz?
GB: Sì, me lo ricordo. Penso che sia arrivato da Mariahilfer Straße o da Schwarz…
PS: Credo che sia passato per Mariahilfer Straße attraverso la Westbahnhof.
GB: e poi ha alloggiato all’Hotel Imperial. Io ero lì. In qualche modo, io… non so se l’ho fatto da solo, ma ho visto tutta la gente che gridava e c’erano tutti questi striscioni rossi e bianchi con la svastica. […]
PS: Era presente al discorso in Heldenplatz?
GB: Credo di esserci stato. Non ricordo se ero da solo o con i miei genitori, ma ricordo che… Credo di averlo visto. La memoria è una cosa strana. A volte si pensa di ricordare con certezza qualcosa, ma non è così. Credo di averlo visto’.

11 ‘PS: Ricorda la Notte dei cristalli?

GB: Ricordo solo che mio padre era da un’altra parte […]
PS: Ricorda la distruzione dei negozi nelle strade?
GB: Sì, che si poteva vedere dopo… finestre rotte e la scritta “ebrei” e tutto imbrattato e così via, me lo ricordo’.

12 ‘PS: In che anno è arrivato in America, a New York?
GB: A New York nel 1940…[…] era l’ottobre o il novembre del 1940. Mia madre dovette andare a Londra per sbrigare le pratiche necessarie e prepararsi; il blitz iniziò in agosto, quindi fummo sotto i bombardamenti durante quei pochi mesi. All’inizio fu piuttosto spiacevole, ma è strano, ci si abitua a quasi tutto. Hai un rifugio… era una costruzione di ferro ondulato e sei centimetri di terra. Serve soprattutto contro le schegge, e se una bomba ci finisce sopra, sei finito. Ma si sentivano le sirene e si capiva che era un attacco. Poi si scendeva ed era difficile dormire, ma se si è piccoli si può sempre dormire da qualche parte’.

13 ‘PS: Siete arrivati a New York. C’è un momento magico come quello in cui appare la Statua della Libertà?
GB: Sì, è stato… quando pensi a tutto quello che hai fatto, a tutto quello che hai fatto, a essere stato bombardato, e poi arrivi a New York e vedi la Statua della Libertà… quando ci penso, mi commuovo ancora perché è stato davvero speciale. Poi siamo stati da un parente nel Bronx per due giorni […] e poi siamo andati da dei parenti a Brooklyn… sulla 14esima strada est.
PS: Quali sono state le sue prime impressioni su Manhattan […]
PS: Quali sono state le sue prime impressioni nel camminare per la grande città con i suoi genitori?
GB: […] È stato un qualcosa di travolgente. Voglio dire, prima di tutto, sei un po’ stanco, non hai dormito abbastanza e c’è così tanto rumore e così tanta gente. Anche a Londra c’era molta gente, ma era un po’ opprimente. Ma a Brooklyn c’erano molti… non molti edifici grandi, molto più piccoli. Era una casa a due piani dove vivevano i parenti’.

14 Cfr. www.austrianheritagearchive.at/interviews/person/74 [ultimo accesso: 04.05.2025].

15 ‘GC: Sono nato il 3 luglio 1925 a Vienna, nel sanatorio Loew. Mia madre era nata a Felsenburg, mio padre si chiamava Fritz Czuczka. La sua famiglia veniva dalla Moravia, quella di mia madre dalla Slovacchia. Sono nati entrambi a Vienna negli anni [18]90. Ho trascorso la mia prima giovinezza a Margareten. Mio padre era un architetto, aveva uno studio in Margaretenstraße 71 e noi tre abbiamo vissuto lì per circa cinque anni’.

16 ‘I genitori sarebbero dovuti emigrare, ma non lo hanno fatto. E il motivo del perché non l’hanno fatto è, secondo me, che erano semplicemente viennesi. Vienna è una città che ti entra nella pelle e dalla quale non si vuol più venire via. Ed è anche patria’.

17 Nel 1929 o [19]30 ci trasferimmo al Karl-Marx-Hof di Heiligenstadt, dove prendemmo un appartamento di tre stanze al piano terra […] La prima esperienza drastica che ricordo almeno lì… che ricordo di lì fu l’assedio del Karl-Marx-Hof. Mio padre, che aveva partecipato alla Prima Guerra Mondiale, disse a mia madre perché lei sosteneva che il Karl-Marx-Hof era sotto il fuoco dellartiglieria che non poteva essere così, non si spara con i cannoni su edifici abitati. Tuttavia, mia madre, che non aveva partecipato alla Prima Guerra Mondiale, aveva ragione, perché i cannoni erano stati sparati contro il Karl-Marx-Hof’.

18 ‘Ora, era il caso che la gente vivesse nel Karl-Marx-Hof… sì, era il caso che… gli ebrei nel Karl-Marx-Hof costituivano una percentuale minore rispetto agli ebrei di Vienna in generale e credo che nella parte del Karl-Marx-Hof dove vivevamo ci fossero al massimo cinque famiglie ebree su, non so, 150 o più. L’antisemitismo a Karl-Marx-Hof era inesistente, non esisteva e noi… conoscevamo i pochi ebrei che c’erano. Erano comunque compagni, proprio come noi, e in questo senso non erano prima ebrei, ma compagni’.

19 ‘È stato come… Direi che il febbraio del ’34 per noi è stato un po’ come l’11 settembre qui, in termini di effetto psicologico, perché era incredibile… impossibile. Ed è per questo che deve essere stato un punto di svolta nella mia vita e naturalmente anche in quella dei miei genitori e di altre 10.000 persone. Sì, penso che sia stata the end of innocence, come si dice in inglese. Quello che voglio dire è che, anche se la vita nel Karl-Marx-Hof non è glorificata nella mia memoria, era comunque una vita tra persone che la pensavano come me e, in un certo senso, pacifica. All’epoca l’Austria non era certo il Paese più felice del mondo, ma era un Paese che viveva in pace. In un certo senso, quel febbraio del 1934 nel Karl-Marx-Hof fu un punto di svolta importante per il popolo e per l’intera nazione’.

20 ‘Poi sono arrivato a Dachau, come mio padre prima di me, ma dall’altra parte della barricata. Mio padre era ancora vivo all’epoca e sapeva cosa significava, così come lo sapevo io. […] Se non sei un bruto, allora sai, o pensi di sapere, cosa può significare lasciare qualcuno dietro il filo spinato e fargli scrivere una lettera una volta al mese o alla settimana’.