Published: May 12, 2026
La voce a chi ha raccolto voci
«Bisogna saper ascoltare». Sanzio Balducci intervistato a cinquant’anni dalla tesi di laurea
Università di Urbino ‘Carlo Bo’, Italy
L’intervista a Sanzio Balducci offre una testimonianza preziosa sul clima culturale degli anni Settanta, segnato da un diffuso interesse per il mondo popolare e le sue espressioni linguistiche, e traccia le tappe di un’intera carriera fino agli anni più recenti e alla decisione della donazione del fondo. Formatosi all’Università di Urbino, la figura di Balducci si distingue per un approccio originale alla ricerca linguistica: intreccio di formazione musicale, sensibilità etnografica e curiosità metodologica che lo porta a sperimentare percorsi allora inediti, come l’applicazione dell’analisi statistica alla variazione dialettale. Le sue parole ricostruiscono la nascita di una pratica di raccolta del parlato fondata sulla ricerca del buon informatore, sulla cura della trascrizione e sul rispetto dei supporti, in continuità con l’insegnamento di maestri quali Temistocle Franceschi e Gastone Venturelli. Le riflessioni sulla registrazione analogica, sulla conservazione dei materiali sonori e sulla trasformazione di un corpus privato in archivio pubblico delineano un’etica della ricerca in cui rigore linguistico e responsabilità umana coincidono: “un buon raccoglitore deve essere un buon ascoltatore”.
L’intervista è stata condotta da Elia Bedussi e Manuela Frontera il 25 settembre 2025 nell’abitazione privata di Sanzio Balducci a Fossombrone (PU). Si è avvalsa di due strumenti di registrazione simultanea (un registratore digitale Roland R-05 e un Samsung Galaxy Tab A9) ed è stata caratterizzata da un approccio semi-strutturato, basato su un canovaccio predisposto in precedenza e al tempo stesso aperto a sviluppi tematici proposti dall’intervistato. Duccio Piccardi si è occupato della trascrizione e stesura del testo, che è stato discusso dal gruppo e rivisto e approvato nella sua attuale forma da Sanzio Balducci. Chiara Celata, autrice di questa introduzione, ha coordinato il lavoro come parte delle attività del gruppo urbinate del progetto PRIN 2022 PNRR Space and Time in Oral Archives (STOA), che coinvolge anche l’Università degli Studi di Siena e che ha in carico la digitalizzazione e la sistemazione archivistica del fondo dell’intervistato.
EB: Partendo proprio dall’inizio vorrei sapere come è stato il suo percorso di avvicinamento prima allo studio della lingua parlata, quindi la sua formazione, i suoi maestri, l’ambiente accademico in cui si trovava.
SB: Sì. Io mi sono iscritto all’Università d’Urbino il 28 dicembre del 1970, quindi ai limiti dell’almeno allora possibilità di iscrizione a quell’anno accademico. Venivo da altri studi di tipo musicale: una vita piuttosto movimentata. Non ero giovanissimo, perché mi sono iscritto che, nel ’70, avevo 28 anni. […] Già insegnavo sporadicamente musica nelle scuole medie e avevo una tipica mentalità che si rivolgeva allo studio del mondo popolare. In modo particolare, tra le cose del mondo popolare, mi interessava il dialetto. Io non ho mai parlato in dialetto: mia madre lo parlava e mio padre ugualmente, però mia madre aveva il solito pregiudizio che la conoscenza del dialetto impediva una buona padronanza dell’italiano. Sicché io da bambino, assieme a mia sorella, sono stato un po’ isolato da tutti i miei compagni. Io vivevo in un paesino di 300 abitanti, a stretto contatto con mia sorella e naturalmente anche con gli altri amici nostri di scuola. Tutti parlavano in dialetto. Ma noi non potevamo farlo, neanche a casa, anche se mio padre e mia madre potevano. Quindi io il dialetto lo conoscevo molto bene, naturalmente, capivo tutto – come capisce un bambino a quell’età. Da lì successivamente io ho sempre parlato in italiano. Quindi questo interesse verso il dialetto era puramente di tipo intellettuale, o con pregiudizi. […] Siccome c’era, proprio in quel periodo, la libertà dei piani di studio, le scelte erano molto personalizzate. Io ho fatto il piano di studi – l’ho anche motivato, ricordo – che dava molto risalto allo studio degli aspetti linguistici della società. Tant’è che avevo fatto studi classici, ma ho escluso dal piano di studio il latino: non ho dato nessun esame di latino, né di greco. Mi sono dovuto agganciare a tutti gli studi classici che avevo fatto per quanto riguardava il latino, perché poi, gira e rigira, nel settore linguistico, era il riferimento, soprattutto dell’italiano. Era fondamentale il legame con il latino e il greco. Ma io ero arrivato a un punto tale che quest’ultimo forse lo sapevo sì e no leggere. Ho ripreso molte cose perché mia figlia più grande ha fatto il liceo classico. Quindi il piano di studi l’avevo indirizzato al settore linguistico, andando anche al di là di quello che prevedeva la Facoltà. Difatti, io ho messo sociologia, per esempio, fra le materie. Per quanto riguarda sociologia, io ho guardato il vademecum di giurisprudenza e ho trovato un professore che aveva un programma che mi interessava: mi sono iscritto. L’esame me l’hanno fatto dare che era fuori Facoltà – perché nella Facoltà era previsto sociologia, ma parlava di altra roba che a me non interessava. Poi – a me piaceva molto la matematica – ho dato statistica: difficilissimo! Ho dovuto ristudiare da capo tutti i logaritmi, eccetera, perché pensavo che lo studio della lingua, o di un dialetto, prevedesse anche la parte statistica. Quindi per me era importante. Ho fatto qualche lavoro dal punto di vista statistico successivamente. Però poi non ho molto proseguito nella ricerca su quel lato lì, perché era difficile, non c’era l’ambiente adatto e nessuno ne parlava. Dopo alcuni tentativi, ho pubblicato un articolo esaminando le diversità che c’erano dal punto di vista dialettale tra dieci paesi attorno a Senigallia; poi non ho applicato più il metodo statistico. Ma questo viene dopo la laurea. Allora, quando mi sono iscritto alla laurea, non avevo molto tempo per frequentare: non davo molta importanza a questo mio corso universitario. Mi interessavano altre cose come il settore musicale. Però frequentavo sempre e costantemente, il giovedì, le lezioni di dialettologia italiana, che erano tenute dal professor Temistocle Franceschi, uno degli ultimi ricercatori legati all’Atlante Linguistico Italiano […]. Le sue lezioni erano tutte particolari. Non seguiva un programma preciso, non aveva un testo preciso, se non alla lontana: cambiava ogni volta. Era tutto, diciamo, un po’ improvvisato. Naturalmente lui aveva una preparazione molto forte. Era stato il traduttore del terzo volume pubblicato da Einaudi del Rohlfs: […] La Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti […]. Era dunque in diretto contatto con Rohlfs, tant’è che l’ho conosciuto una volta che è capitato a Urbino. Era un piccoletto, grosso, ma parlava italiano bene. Aveva sposato una ricca greca – non ricordo bene – perciò stava bene economicamente: e quindi ha avuto possibilità di fare tante ricerche soprattutto in Grecia, nel Sud Italia e nelle sue colonie greche. […] Poi, assieme a questa materia, ho frequentato anche filologia romanza. Ho fatto l’esame di filologia romanza che era insegnata da Giancarlo Breschi di Firenze: abbiamo concordato un programma che riguardava anche la dialettologia. Poi ho avuto come professore Alberto Maria Mioni di Padova, il quale era infatuato proprio degli americani, come ad esempio di Labov. Mi ricordo che ci ha fatto portare la grammatica generativa di Chomsky e la sociolinguistica di Labov: gli studi americani sulle condizioni e i motivi del modo di parlare diverso all’interno di una comunità, eccetera. Successivamente ho avuto come collega il professore di tradizioni popolari, Gastone Venturelli. Mi interessava anche quel settore. Infatti io ho fatto anche tante ricerche su questo tema, che veniva di conseguenza: lavorando con i dialetti era facile, sono cose collegate. Poi ho dato un esame di sociolinguistica che era insegnato da Paolo Fabbri, di formazione legato alla scuola francese della semiotica e quindi anche a Umberto Eco. Però veniva poco e si frequentava poco: l’apporto non è stato enorme da quel lato lì. Comunque una buona fetta del mio corso universitario era legata al settore linguistico e in particolare alla dialettologia.
MF: Ma questa passione per la dialettologia è sorta mentre lei frequentava l’università o già prima?
SB: No, no, da poco prima, verso il ’69/’70, col clima generale di interesse verso il mondo popolare e la sua cultura. Io (non solo io) avevo individuato in quel settore un percorso privilegiato per conoscere la mentalità popolare.
MF: E si agganciava anche alla musica: c’era una connessione.
SB: Sì. Poi ho lavorato assieme al professor Venturelli di tradizioni popolari, che studiava molto anche gli spettacoli teatrali popolari legati alle varie festività. Lui ha fatto tante ricerche riguardanti i Maggi, cioè gli spettacoli che si facevano a maggio, nel suo ambiente, nella Garfagnana e anche nella Lucchesia. Questi spettacoli avevano una parte musicale. Lui di musica non si intendeva, però aveva raccolto tanto: aveva un archivio spettacoloso. Io l’ho visto, perché una volta sono stato a casa sua, a Eglio, verso Castelnuovo Garfagnana, più in alto. Lui diceva che aveva un rapporto enorme con gli informatori. Difatti, quando uno ha degli informatori, bisogna tenerseli cari: questo è uno dei principi fondamentali. Perché sono sempre una miniera. E lui ne aveva tanti, che gli telefonavano anche a casa e dicevano “professore, mi ricordo di una canzone nuova, di un inno nuovo, di un…”.
MF: Spontaneamente? Di solito dobbiamo andare a caccia!
SB: Sì. Lui aveva un registratore Uher, che era, allora, fra i migliori di quelli in uso. E lui registrava queste cose. Mi ha detto che aveva registrato anche con la madre di Iva Zanicchi […]. Da dove stava lui, non c’era molta distanza a Ligonchio, dove abitavano Iva Zanicchi e i genitori. Non mi ricordo se era in Provincia di Reggio. C’era un collegamento lì, perché la Garfagnana è stata sempre il tramite delle novità anche linguistiche provenienti da sopra, dalla Lombardia. […] Dal punto di vista dialettale, risente molto dei dialetti settentrionali. […] Venturelli naturalmente non si intendeva di studi musicali. Io avevo fatto il conservatorio per quattro anni, in modo molto profondo: studiavo tutto il giorno dieci ore musica, pianoforte, composizione, eccetera. Poi dopo ho smesso, però mi ero impegnato tanto. E quindi mi ha utilizzato. Sono stati fatti degli spettacoli anche nelle Marche con i suoi allievi che facevano delle ricerche […], di cui uno molto bello, al teatro Ventidio Basso di Ascoli Piceno. C’erano donne e uomini che cantavano benissimo; c’era chi suonava gli organetti chiamati a du’ botte, che fanno un suono aprendo il mantice, abbassando un tasto. Lo stesso tasto, chiudendo, fa un altro suono (non ricordo se la quarta sopra o la quinta). Quindi è abbastanza complesso: quando si suona bisogna finire la frase mentre si è in apertura. Non si può fare la stessa frase con gli stessi tasti chiudendo, quindi deve essere divisa in apertura e chiusura. Siccome io avevo fatto fino a un certo punto pianoforte, gli esami di solfeggio e anche una prima parte di composizione, conoscevo per certi versi la musica abbastanza bene. Riuscivo a trascrivere i canti popolari e quindi a lui faceva molto comodo. Ho trascritto alcuni canti e sono stati anche pubblicati nei libretti. Come trascrivevo le cose di dialetto, così trascrivevo la musica.
EB: Agganciandoci ai suoi studi sul dialetto: prevedevano raccolte di interviste. Infatti il suo archivio è una raccolta di interviste.
SB: Sì.
EB: Come è entrato in contatto con questa modalità di raccolta di dati – le interviste? Ha avuto una formazione particolare sulla raccolta di interviste, anche dal punto di vista tecnico? Lei parlava prima di registratori…
SB: Da subito il professore di dialettologia ha detto di fare delle ricerche. Eravamo due o tre a frequentare. In più c’era una ragazza, Paola Chicco, che poi è morta, poverina. Era pugliese, quindi non poteva fare le ricerche velocemente, perché […] avrebbe dovuto andare a casa. Quindi io ero avvantaggiato. Comunque Franceschi diceva “fate una ricerca su questo e su quell’altro”. Io le potevo fare e certamente ne ho fatte. Mi sono anche arrabbiato perché poi non ne teneva conto, non le risentiva, come se non le avesse avute [ride]. Però le faceva fare queste ricerche.
MF: Le ricerche sul campo? Vi mandava già a fare interviste?
SB: Sì: da subito, praticamente. Io ho cominciato a frequentare a metà gennaio del ’71. Nel ’71/’72 già io cominciavo a fare ricerche sul campo. In più lui aveva comprato dei registratori per l’Istituto e li dava a chi voleva fare una ricerca: io li ho usati. Nonostante io avessi preso le cose un po’ sotto gamba, con questo corso universitario, in realtà ho fatto abbastanza presto. Mi sono iscritto alla fine del ’70 […] e mi sono laureato a giugno del ’75: praticamente sarebbe stata la prima sessione, dopo i quattro anni di allora. Probabilmente è nel ’73 che abbiamo definito la tesi. Era sui dialetti della Provincia di Pesaro, o della valle del Metauro, che sarebbe la vallata che va da Fano, viene su a Fossombrone, poi lì si biforca: o si va verso il Furlo, o verso Urbino. […] Era stato fissato un questionario dove c’erano scritte le domande, con la parte di informazioni generali che io dovevo riempire per tutti gli informatori, in base alle mie conoscenze di statistica (questo qui non me l’aveva detto il professore, ma mi veniva dall’esame di statistica). Io ho moltiplicato gli informatori per ogni località: da minimo quattro-cinque andavo a sette-otto-nove, a seconda di com’era la situazione. C’era l’informazione su nome, cognome, età, di dove erano, la scuola, e via discorrendo; e poi c’era la risposta a certe domande precise tramite un formulario che avevo fatto stampare. Il discorso, però, era sempre piuttosto libero […] e questa scelta naturalmente derivava anche dalla formazione del professore, il quale mi diceva di non condizionare e di stare attento a questi aspetti. Non abbiamo stabilito molto: solo quanti dovevo intervistare, quanti per ogni località, quante località. […] Una cosa fondamentale era la conoscenza sia dei confini amministrativi dei singoli Comuni, sia soprattutto la dislocazione delle antiche diocesi. Perché – questo lui lo ribadiva sempre e me ne ero convinto anch’io – quei confini erano fondamentali per tutti gli aspetti, tra cui le variazioni riguardanti il modo di parlare. Non era solo l’aspetto linguistico: solo che all’epoca mi interessava quello in particolare. Quindi nella tesi è riportata anche la divisione delle diocesi. Io a quel tempo facevo molte cose contemporaneamente, fra cui dovevo insegnare musica nelle scuole (perché ero diventato di ruolo). Poi ho dovuto fare l’abilitazione in musica – non era un esame, ma un corso che ho dovuto seguire presso il conservatorio di Pesaro. Poi mi interessavo anche un po’ di politica, e anche quello portava via tempo. Però, forse, quando uno ha quell’età dei 30/35 anni – perché io mi sono laureato a 33 anni – la forza ce l’ha. Non avevo famiglia, però ho lavorato molto, anche se non sembrava: avevo le mani in pasta in diverse cose […]. Ho cominciato, mi sembra, le ricerche per la tesi verso settembre del ’74. Non c’era una delimitazione dell’area generale: sono andato piano piano, allargando il territorio.
MF: Poi è finito in tutta Italia! [ride]
SB: Ah no, no. Dopo laureato, sì, ho fatto delle ricerche anche altrove. Però la tesi era la valle del Metauro, Urbino compreso. Pesaro non era compreso, mi sembra. Tagliava in direzione di Fano, e la valle del Cesano. Il confine di sotto era con la Provincia di Ancona, comprendendo Cantiano, che è sempre Provincia di Pesaro. E di sopra Sant’Angelo in Vado, mi sembra. Sono arrivato dalle parti di Mercatello.
MF: E come organizzava le interviste? Come si preparava?
SB: Questa è la situazione più difficile. […] Per le ricerche che avevo fatto precedentemente, soprattutto nel mio paese, dove conoscevo gente, non c’era molta difficoltà. Però la prima per la tesi, mi ricordo, l’avevo fatta a Mombaroccio, che sarebbe qua dietro in direzione di Pesaro. Sarà stato per la paura, o la realtà, o la necessità, o la giustezza del metodo… Prima di affrontare una persona o di cercarla, per me era molto, molto pesante, perché, diciamo, rompi come una barriera: devi andare a parlare con uno, a chiedere, eccetera. Evitavo sempre di andare dentro un locale tipo osteria o bar, perché lì c’era una confusione che nel registratore diventava problematica. È vero, qualcosa ti rimaneva del discorso che facevi. Però il materiale vero era quello che poi analizzavi a casa: quindi dovevi fare una buona registrazione, che era già un bel viatico. Allora, trovare un buon informatore (non solo allora, ma anche adesso) diventa fondamentale. Ci sono degli informatori che quasi ti scrivono tutto loro: dipende da cosa vuoi fare, ma ti fanno progredire enormemente (se tu sei sveglio da capire al volo). Però, in genere, prima di arrivare all’informatore, io giravo per il paese, perché cercavo di procrastinare il momento di affrontarlo. Vedevo come era fatto il paese, quali erano le vie, dove andavano, da dove a un certo punto si usciva dal o si entrava nel paese, quali erano i collegamenti, come erano messe le cose dentro il paese – questo guardare mi piaceva tanto. Era una scusa per non affrontare l’informatore, ma nello stesso tempo era anche, diciamo…
MF: Uno studio.
SB: Sì. Io poi non lo raccontavo nella tesi, ma era per vedere come era fatto. Quindi questi erano, diciamo, i prodromi, prima di arrivare all’informatore. Poi dovevo cercare qualcuno. […] Intanto non era previsto che io scegliessi dei bambini: meno di vent’anni non diventava un buon informatore. Adesso l’avrei anche fatto, col senno di poi – o perlomeno impostando la ricerca in un certo modo. Però allora avevo anche la necessità di farlo velocemente. A volte una persona la trovavo subito, mentre a volte mi ci voleva molto. […] Perché poi dovevi fare le domande: sapere chi era e anche il nome e il cognome; se era o non era del posto, soprattutto per le donne, che possono essere sposate, eccetera. Mica era facile saperlo! Quindi trovare l’informatore giusto, che stia alle tue battute, è molto difficile anche se essenziale. E poi, magari, diceva “sì, sì, sì, però io devo andar via, eh!”. E tu in cinque minuti non puoi fare una cosa completa. […] Se era vero o no, chissà? Però ti diceva che doveva andar via! Quindi ci poteva essere questo problema. E quindi, per trovare l’informatore giusto, del posto, sveglio, che non abbia dei difetti di pronuncia di quelli che cambiano la realtà dei fatti […], che conosca il dialetto, eccetera, ci voleva. Non tutti gli informatori (anche quelli che ho scelto) erano all’altezza. Poi lo vedevi anche alla fine. Tu ne scartavi, ma con qualcuno dovevi per forza andare avanti. Questo problema mi è sempre rimasto, comunque: quello dell’informatore è un problema, diciamo…
MF: Sempre attuale!
SB: Perché un conto è che tu ti imbatti occasionalmente in un buon informatore, un altro è quando devi fare una ricerca vera e propria in un posto: in quel caso l’informatore deve essere del posto. “Questo è un buon informatore, però è di un altro posto. Però mi serve lo stesso, perché un buon informatore lo metto da parte, per un’altra ricerca”. Ma, per questo tipo di ragionamento, non avevo proprio il tempo materiale. […] Mi ricordo che il primo informatore era un barbiere. Era abbastanza buono. […] Non c’era molta confusione in questa barbieria. Quindi l’intervista è stata buona e ne sono rimasto contento. Non mi ricordo quante persone ho interrogato in questo paese, forse sei, sette o otto. […] Naturalmente, se io consideravo di avere un informatore al giorno, era una cosa che ci voleva un disastro di tempo! […] Quindi dovevo cercare, magari, di farne due o tre. “Se ne faccio tre al giorno, riesco a fare parecchi paesi”. Ma questi discorsi sono solo teorici, perché bisogna vedere! C’è chi allunga, c’è chi accorcia; c’è chi ti dà spago, chi non te lo dà quasi per niente. C’erano sempre problemi di questo tipo, ma comunque sono andato avanti. Non mi ricordo se fino verso febbraio o marzo, ho raccolto il materiale. Poi bisognava sbobinare e portare sullo scritto: anche quella è una cosa molto, molto impegnativa.
MF: Ma lei trascriveva tutto?
SB: No, perché sennò sarebbe stato impossibile. A un certo punto mi sono regolato, perché ho visto che sennò non finivo più. E allora trascrivevo soprattutto le cose che riguardavano le domande e quello che cercavo; ma annotavo nello stesso foglio altre cose che ritenevo importanti o interessanti. Difatti nella mia tesi, che è ancora lì a Urbino (ché l’ho portata lì), ci sono tanti appunti che avevo fatto. Ché mentre trascrivevo a casa mi rendevo conto di ciò che gli informatori mi avevano detto, e di cui non mi ero neanche accorto durante l’intervista. […] Nella trascrizione è molto importante avere un buon udito capace di sentire anche le piccole variazioni. Questo non è semplice. L’ho notato anche successivamente, quando ho fatto le tesi di laurea: degli studenti che trovavano difficoltà a sentire i veri suoni. Lo studente diceva “ma questa è una e.” Io ribattevo “ma non è una e, è una a!” Insomma, ci potevano essere delle lunghe discussioni. E dopo tante volte lo studente conveniva: “Ah sì, è vero che è così!”. […] Avevo un buon udito, anche forse grazie alla musica. Ma mi ha aiutato anche il professore che spesse volte diceva “ma non è così!”. Lui naturalmente mi convinceva facilmente.
EB e MF: [ridono]
SB: Franceschi mi ha fatto strada da quel lato lì. A un certo punto ho chiuso le ricerche e le trascrizioni. […] Ho visto che i tempi si stavano accorciando anche per una laurea a giugno e la tesi che ho presentato non era scritta bene: non era rilegata, per esempio. Però da quel lato lì mi ha aiutato il professore, perché era più disordinato di me. Da quel lato lì, insomma, lui non aveva granché da ridire. E quindi sono arrivato a presentare questa tesi, poi c’è stata la discussione, eccetera.
MF: Una volta fatte le registrazioni, come organizzava il materiale? Aveva delle schedature? Come archiviava, se archiviava? In che modo conservava poi tutto questo materiale che lei acquisiva durante le interviste?
SB: Il registratore era dell’università, mentre le cassette e i nastri erano miei. Non ho mai registrato di nuovo sui nastri già usati. Quindi era anche una spesa, perché un po’ costavano. Sono sempre stati nastri o cassette nuove; e in più cercavo di non utilizzarli completamente. Se di una cassetta riempivo una facciata e un po’ dell’altra, non mettevo un altro pezzo di un’altra località o dalla stessa località nella stessa cassetta. In genere, ogni informatore lo finivo lì. Dal punto di vista della classificazione, no, non segnavo […] un elenco delle cose: le mettevo assieme. Non ho fatto un indice progressivo, quindi le cose che poi avevo sono quelle che sono rimaste lì. Io non ho distrutto niente, né penso che si sia perso niente. C’è stato un fatto, che conosce la professoressa Celata: mi hanno chiesto di fare uno studio generale, per l’editore Pacini, sui dialetti delle Marche con esempi sonori, che loro poi hanno riportato su CD. In quel caso lì, io ho dato delle mie cassette (o forse anche nastri): originali miei. Purtroppo […] non avevo i mezzi per fare delle copie: non ho avuto mai nessun rapporto con il reparto di Linguistica applicata della Facoltà di Lingue, presso cui allora c’era il laboratorio di linguistica. […] Non so neanche se era possibile fare una copia, perché allora non è che conoscevo proprio questa procedura. Comunque, ho dato gli originali e non li ho riavuti indietro. Saranno state probabilmente una decina di cassette, di quelle penso fra le migliori.
MF: Questo è successo prima della donazione dell’archivio all’Università di Urbino?
SB: Sì, questo è successo, mi sembra, attorno al 2000. Dopo io ho cercato di rintracciare queste cassette, ma nessuno sapeva più niente. […] Io lì sono stato un pochino ingenuo e nello stesso tempo ho lasciato correre una cosa che non dovevo assolutamente, però purtroppo l’ho fatto. Quindi di quelle registrazioni c’è rimasto solo quello che è andato a finire in quei CD. Mi è dispiaciuto tanto. Perché fare delle registrazioni non era come con questo qui, no? [Indica il registratore digitale sul tavolo] Adesso c’è molta più sensibilità; allora, invece, ce n’era molta meno: non c’erano microfoni direzionali, ad esempio. Mi sono successi alcuni fatti proprio riguardo alle registrazioni. […] Per esempio, se si registra adesso qua, non si agisce sul volume, mentre nei primi registratori era da regolare. Mi ricordo che una volta sono tornato a casa e avevo registrato a volume zero. Queste sono robe che ti tagliano proprio le gambe! Perché è sempre difficile trovare l’informatore. Un’altra volta, mi ricordo, ero stato in un paese verso quassù e avevo interrogato un contadino. Ho visto che lavorava da solo in mezzo a un campo con l’aratro e i buoi. Allora piano piano sono andato: “Cos’è che cerca?”; e io: “Così, così, così”. Era un informatore ottimo! Mi pare che era San Martino dei Muri, un paesino qua vicino al Monte Grande, cioè nel Preappennino. Lì mi ricordo un informatore spettacoloso! Sapeva anche canti e tante altre cose. Sono andato a casa: si era incastrato il meccanismo di registrazione – e anche lì aveva registrato zero. Proprio zero. […] Mi è successo anche un’altra volta con il videoregistratore. Però in questo caso la ricerca non riguardava il dialetto. Io ho registrato tante cose: quando potevo, registravo. In questo caso ho fatto un pellegrinaggio a Medjugorje – non perché io sia religioso, ero solo curioso. Era un pellegrinaggio organizzato da mio nipote che è un frate. […] Io avevo portato una videocamera […]. Allora lì mi capita a tiro l’occasione di registrare una dei vedenti che si dichiarano di vedere la Madonna. Eravamo in pochi […]. Registro un lungo discorso. Bellissima registrazione, una cosa spettacolare. Poi la veggente si ferma e io con lei: prendo la videocamera e la metto dentro. Poi riprende il discorso (ci sono state tre o quattro riprese). La registrazione sarà durata tre quarti d’ora: era molto lunga. Quando sono andato a controllare, risultava che quando io riprendevo e c’erano i discorsi di questa veggente, la telecamera era ferma; quando la mettevo in tasca girava. […] Non avevo registrato praticamente niente, zero.
MF: [ride] Però è successa a tutti credo questa cosa.
EB: [ride] Sì, sì.
SB: Succedono, queste cose.
EB: Quindi l’uso di questi mezzi, cioè il registratore e il videoregistratore, nel mondo accademico, come era visto? Erano solo il mezzo per salvare per qualche giorno in più e riascoltare, per la ricerca, il lavoro? Oppure c’era già un intento di conservare a lungo termine quello che si registrava?
SB: Io l’ho fatto sempre anche per conservare. Tant’è che sennò, ad esempio, avrei riutilizzato le cassette. Io ho fatto sempre registrare dai ragazzi per le ricerche: se lo potevano fare ero contento. Li invitavo sempre a non cancellare la registrazione, […] quindi a mantenerla. Io personalmente ho avuto sempre questa posizione di conservarle. Da questo lato, mi è stato utile anche quella conoscenza del professor Gastone Venturelli, il quale aveva un archivio che mi ha favorito. […] Però l’intento di conservare, ce l’avevo. […] Per esempio, quando è nata mia figlia nell’85, ho comprato tutti i giornali di quel giorno.
MF: [ride] E li ha conservati.
SB: [ride] Ho sempre tenuto a questo legame storico, perché so che il tempo passa. Lì, in quel momento, non gli dai peso; però il tempo passa, tu vai a rincorrerlo e ti accorgi di non avere l’aggancio storico. Questa idea ce l’ho avuta sempre, per la verità. Gli altri non tanto. […] Era più in uso forse tra quelli che lavoravano nel settore delle tradizioni popolari, poche persone. Qualcuno c’è: per esempio, un allievo di Venturelli […]. Si chiama Petrucci, che era della zona di Jesi. E lui sì, ha pubblicato delle cose che riguardavano i canti tradizionali: questo sì! Lui.
MF: Studi etnografici, magari.
SB: Sì, sì.
EB: Quindi lei ha raccolto così tanto da creare un archivio, che poi ha donato all’Università.
SB: Beh, non è che sia proprio così.
EB: Lo è diventato, comunque.
SB: Per essere completi e precisi: non è che avevo l’intenzione di creare un archivio. Quella di conservare, sì. Poi di creare un archivio…
EB: Con il tempo.
SB: Poi, anche, sì. Anche perché assieme alle registrazioni ho tante altre cose: sono un po’ un conservatore di materiali vari. Per esempio, […] quando frequentavo l’università, raccoglievo tutti i volantini che riuscivo a trovare. Tutti quelli che pubblicavano. Quelli che io riuscivo a intercettare. Spesso non c’era la data: ce la mettevo dietro – e ce li ho tutti! Ma non solo i volantini: a volte anche i manifesti. Però dopo avevo paura, perché può anche darsi che ti bastonavano. Mi ricordo che ne ho staccato qualcuno dalla mensa universitaria.
EB e MF: [ridono]
SB: Qualcuno era bellissimo! Sentii che erano quelli di storia dell’arte. Ce n’era qualcuno grande dell’università occupata, non mi ricordo. Ce li ho comunque.
EB: Riguardo alle cassette di contenuto linguistico che ha donato all’Università: come è avvenuta la donazione? Come mai c’è stato questo passo verso l’Università? E poi: come si sente, sapendo che, in futuro, questi suoi studi verranno studiati da altre persone – e con altri intenti di ricerca?
SB: Questo è, per certi versi, un problema che riguarda anche tutti i collezionisti: chi colleziona i mobili, chi i quadri, chi le monete, le medaglie, chi documenti vari, eccetera. Arriva un momento della sua vita in cui si domanda: “Dove vanno a finire tutte queste mie cose?”. Perché difficilmente i collezionisti si mettono anche a commerciare: uno a un certo punto invecchia e non ha più neanche il tempo. Questo è un dramma generalizzato di tutti i collezionisti. Allora, se uno è collezionista, di queste cose sente parlare dagli altri – […] anche dagli antiquari. Questi, a un certo punto, diceva un mio amico, che riportava il pensiero di un altro, esclamano “ah! Noi siamo condannati a cominciare con un comò e a finire con l’averne sessanta”.
MF e EB: [ridono]
SB: Questo problema della conservazione rimane. Uno dice, “allora facciamo un museo!”. Questi sono sempre i progetti che tutti i collezionisti tirano fuori per salvarsi alla fine: perché dare via il materiale non è facile. C’era un collezionista di Fermo, il quale diceva: “Se io lascio la mia collezione naturalmente,” – perché quando uno muore, deve lasciare, a meno che non abbia già dato via prima – “la lascio ai miei figli. Però questi qui come faranno?”. Dopo la sua morte, arrivavano delle persone e i figli dicevano: “Questo vale tipo mille euro”. E l’acquirente che voleva il pezzo faceva: “Io ti do cinquanta euro”. E i figli: “Ah no, no. Perché mio padre ha lasciato scritto che questo vale mille euro”. Cioè, il collezionista aveva lasciato scritto il valore che avevano le cose che lasciava. Ma i parenti e i figli trovavano subito difficoltà, perché diventavano cose invendibili: a quei prezzi lì nessuno le comprava. Quindi c’è questo problema di dove va a finire tutta questa roba. […] Io naturalmente ho pensato: “Le mie figlie sono interessate a queste cose? È difficile che lo siano, per quanto una è laureata in Lettere”. Insomma, non avevo molte vie d’uscita. Le uniche che avevo erano le iniziative in giro che riguardavano l’archiviazione di questi materiali. […] A me non scocciava darli per niente, ovvero non venderli. Mi interessava semplicemente che non fossero molto distanti dalla loro zona di origine. […] Nel mio caso, […] c’è stato l’incontro con la professoressa Celata. Lei mi ha contattato e io ho accettato di mettere a disposizione questo mio materiale in modo permanente e lasciarlo. Non ero geloso: in questo caso, non aveva senso. L’ho lasciato volentieri, perché in qualche modo veniva valorizzato e “rimaneva”: se poi viene utilizzato, sono più contento! Ho una fiducia abbastanza consistente nell’istituzione università, quindi l’ho fatto molto volentieri. Anche se, per quanto riguarda l’università, c’erano delle cose magari anche negative. Per esempio: quando c’ero io, c’era chi ha lasciato al mio professore una specie di vocabolario dialettale con tutti appunti, tutte schedine volanti, che riguardava il dialetto di Napoli. Ma non so quello dove è andato a finire. Ma in questo caso dell’archivio sonoro le cose erano più controllabili: erano più materiali! Non erano volatili come un foglio qualsiasi. […] La donazione non era un mio pensiero quando ho cominciato le registrazioni. Quando ho cominciato, pensavo di salvarle e di lasciarle così. Poi dopo ci sono stati anche pensieri riguardo alla conservazione, perché sapevo che la conservazione di questi materiali non è semplice, no? […] Perché tutte le cose si deteriorano. Sono stato sempre attento ai nastri che si possono smagnetizzare: a non lasciarli al troppo caldo, vicino ai termosifoni, o all’umidità. Pur avendo una buona parte di disordine! Però, nel caso di tutte le cose che riguardano l’antiquariato, sono sempre attento, anche se qualche volta… [ride]
EB: Gliel’ho chiesto perché quest’anno, appunto, ho lavorato e ho ascoltato molte delle sue interviste, e vorrei tornare di nuovo al rapporto con gli informatori, perché lei ha fatto interviste in tutta Italia, quindi in comunità eterogenee: dalle valli bergamasche, ai paesi delle Marche, alla Toscana. Secondo lei, il diverso tipo di comunità ha un’influenza sull’atteggiamento che lei ha avuto nei confronti delle persone che intervistava? Penso alla chiusura maggiore delle persone del nord, magari, a Bergamo, rispetto, non so, alla vicinanza anche territoriale nelle Marche. Secondo lei, è stato un po’ influenzato nel tipo di rapporto diretto con l’informatore?
[…]
SB: No, per me un informatore è un informatore. Da quel lato lì, molte volte ho pensato di intervistare, per esempio, anche immigrati sulla loro storia, eccetera. Perché avendo una tecnica di ricerca, così come si forma a forza di interrogare le persone, a un certo punto si ha questa capacità di avvicinare e di creare un legame e un rapporto buono con un informatore. Varie volte ho pensato di farlo; però, in certi periodi, ho lavorato meno con le registrazioni, perché mi sono capitati altri lavori: non sono stato sempre coerente. Non ho cambiato materia, ma ho dovuto spostare la ricerca un po’ più sulla storia della lingua italiana, che era il mio insegnamento. Infatti la dialettologia italiana era stata in parte assorbita o dalla storia della lingua italiana o dalla linguistica generale. Quindi ho dovuto pubblicare delle cose riguardanti la storia della lingua italiana, e un po’ mi sono allontanato dal registrare. Però devo dire che la soddisfazione che avevo quando facevo una buona intervista era una cosa… [batte le mani] Ancora oggi, ogni tanto faccio delle ricerche e per me è molto importante e una soddisfazione grande quando la sera ritorno a casa, molto stanco, perché la ricerca impegna molto la testa, soprattutto quando si tratta di dialetti, ché parli di un’altra lingua. A un certo punto devi stare a sentire e seguire quello che dicono; poi nello stesso tempo devi sapere cosa stai cercando – perché non è un discorso libero, c’è sempre anche una traccia che devi seguire. […] Però è una grande soddisfazione aver documentato un modo di parlare. Più il dialetto era distante dal mio – che magari non parlavo, ma era il mio dialetto – e più ero contento e curioso. Per esempio, quando ho fatto delle ricerche nella valle di Bergamo a Gandino, ho fatto delle bellissime registrazioni con questo qui che, ricordo ancora, parlava, parlava, parlava…
EB e MF: [ridono]
SB: …e io capivo poco, perché è un dialetto molto diverso. Ma questo qui mi raccontava di tante cose della sua vita e della sua famiglia: era stato all’estero e così via. Non capivo tanto, però sapevo che era una registrazione bella, quindi io sono rimasto molto, molto contento. Questa è una grande soddisfazione. L’atteggiamento degli informatori, invece, variava a seconda dei posti. C’erano dei posti dove non accettavano tanto questo “estraneo” che veniva da loro: da questo lato le donne sono avvantaggiate – o lo erano, adesso non lo so. Per questo qualche volta ho trovato delle difficoltà. Mi ricordo in un paese, qua, a Serrungarina: è scappato fuori uno, con un coltello, che faceva “io, quelli che arrivano a rompere i coglioni, non li posso vedere!”. Ho detto, “mi scusi, non è che…”, e sono andato via. […] Non in tutti i posti gli informatori hanno l’apertura di accogliere il ricercatore. Comunque, quando io ho cominciato le registrazioni, all’inizio degli anni ’70, il registratore ancora era visto come una specie di intrusione. Non veniva accolto sempre bene chi arrivava a chiedere le cose, essendo un estraneo. […] Io dicevo, “vengo dall’università”, perché […] significa, diciamo, mettersi al di sopra delle parti e chiarire che non lo facevo per interesse mio personale. Ma l’informatore poteva controbattere “sì, però voi dopo la risentite, questa roba, poi vi mettete a ridere, perché uno parla in dialetto”: l’idea del dialetto come una lingua, diciamo, di gente che non è civile, non ha studiato, eccetera. Però è una cosa molto bella, quando si sente parlare un buon dialetto. […] Come fa effetto sentire un fiorentino di città parlare con quella specie di italiano. Si dice che l’italiano viene da Firenze. E allora ti fa colpo sentirlo! Ci sono certuni che sanno parlare talmente bene e con proprietà il loro dialetto che è una cosa molto bella. […] Già al tempo, quando io ho fatto delle ricerche, non è che tutti conoscevano bene il loro dialetto. Si sentiva subito che non era un buon dialetto. Difatti l’intervista metteva un po’ in difficoltà quelli che non lo conoscevano bene. Anche oggi, per esempio, ci sono tanti concorsi di poeti dialettali e tantissimi scrivono in dialetto. Anzi, pensano di diventare poeti solo per il fatto di scrivere in dialetto. Ti accorgi che molti non sanno scrivere. Non sanno usare il loro dialetto, non lo conoscono! Usano un miscuglio di dialetto e di italiano. Su questo c’è poca sensibilità. Sono pochi quelli che veramente sanno usare il loro dialetto.
MF: Senta, lei, nel corso delle sue ricerche, ha condotto un numero elevatissimo di interviste.
SB: Sì.
MF: Quindi ci chiediamo se, secondo lei, ha acquisito uno stile tutto suo che la caratterizza come intervistatore e raccoglitore di dati. E quali, a suo avviso, devono essere le doti e le capacità fondamentali di un buon raccoglitore?
SB: Un buon raccoglitore deve essere un buon ascoltatore. Facciamo da parte la questione del trovare il giusto informatore. Si può registrare qualsiasi persona, perché è sempre interessante; però, per le tue finalità, […] diamo per scontato che l’informatore sia giusto. A quel punto, la cosa fondamentale è saper ascoltare molto. A volte, c’è anche la questione che o non hai tempo tu, o non ha tempo chi ti deve dare informazioni. Però bisogna saper ascoltare e cercare di non deviare il discorso, in modo tale da lasciare correre molto. Il fondamentale è trovare il modo di essere tollerante: di capire perché quella persona ti vuole raccontare delle cose sue. Spesso senti tante cose che magari non ti interessano neanche. Però, lì non puoi dire di interrompersi. Intanto io non interrompevo mai la registrazione. Tranne che in casi eccezionali, ma, in genere, no. Perché devi lasciar andar avanti: non si sa mai quello che capita nel discorso. Comunque, l’atteggiamento fondamentale è quello di apertura, di comprensione e di tolleranza. Non per buonismo, o cose simili. […] Ma semplicemente è rispettare le persone come sono. Poi, non si deve correggere molto: “Ah, ma da voi non si dice così! […] Ma guarda che questo qua mi ha detto così: perché lei mi dice diversamente?”. Non si fanno cose simili. Si deve essere tollerante anche se per caso ti trattano male, perché può capitare che a un certo punto, non dico ti offendono, ma ti possono anche dire: “Perché voi state lì a perdere tempo con queste robe?”. […] Io, anche insegnando, non mi sono mai sentito portatore di una ideologia. Lo sarò anche stato, ma non l’ho voluto mai dimostrare per rispetto delle persone che avevo davanti, per il fatto che io ero uno stipendiato dello Stato e quindi rappresentavo tutti e tutti gli interessi. E quindi anche quando intervistavo non mi mettevo a discutere – perché c’è anche chi vuole fare polemica. Un atteggiamento molto tollerante: questo era il mio atteggiamento normale.
MF: Grazie.
EB: All’inizio abbiamo parlato dei professori che l’hanno formata. Poi lei è stato formatore dei suoi studenti: come era il rapporto con i tesisti e con gli studenti? Perché le registrazioni di molte delle tesi di cui è stato relatore sono finite nel suo archivio: come mai? Perché era una donazione da parte dello studente o era lei a richiedere di tenere, magari come ricordo, le registrazioni?
SB: L’atteggiamento mio verso gli studenti, anche i tesisti, era molto esigente. È un momento in cui – dico in modo brutale – hai il coltello dalla parte del manico, e allora qualche volta per il loro bene è giusto essere piuttosto decisi. Perché molte volte, per esempio, chi fa tesi di laurea è convinto di arrivare a una pubblicazione che lascerà il segno, mentre ci sono delle manchevolezze enormi! Tu, con la tua esperienza, le vedi subito, così come se lo studente ha copiato. Quindi, da quel lato lì, agivo non con la cattiveria, ma, un po’, con la decisione. Per quanto riguarda, invece, le registrazioni, mi sono accorto che io volevo che anche gli studenti avessero un contatto personale con la lingua italiana o dialettale, e che vedessero e sentissero come era e come non era. Per cui cercavo di far fare loro una ricerca che riguardasse un problema linguistico. Molti interpretavano il lavoro di tesi come letteratura italiana o dialettale, quindi sempre lingua scritta. Invece il parlato ha le sue regole e i suoi modi di esprimere, che sono diversi. A volte cercavo di far fare delle ricerche d’archivio – per esempio, su qualche cosa di pubblicato, o su lettere, eccetera. Non facevo fare delle ricerche su autori, perché risultano essere difficili e nello stesso tempo la tentazione di copiare cose già fatte è enorme. Quindi, per farla breve, a volte mi buttavo per esempio sui proverbi, ché avevamo questa ricerca in corso che era grande: era una cosa abbastanza semplice per gli studenti, e quindi facevo fare la ricerca sui proverbi o su altre cose che riguardavano il mondo popolare. Quello lì per me era un aggancio con la realtà parlata. Io avevo dei forti dubbi che, alla fine, queste registrazioni andassero alla malora nelle singole case, perché poi lo studente aveva mille interessi e non doveva fare l’esame solo con me, ma con molti altri. […] E allora, se potevo, me le facevo lasciare [ride]. Non è che obbligavo: era […] semplicemente più sicuro […]. Di fatti mai nessuno si è opposto. Perché poi dicevo anche “se vuoi, fai una copia e una lasciala a me”, ma non lo faceva nessuno. Nell’archivio ci sono anche belle registrazioni che non sono mie. C’è una ricerca che forse avete visto: l’intervista a Camilleri. Con lui c’è stata una vicenda, ve l’ho raccontata?
MF: No.
SB: Allora, una studentessa mi dice: “Professore vorrei fare una ricerca su Camilleri, sulla lingua di Camilleri”. Perché io dovevo sempre fare la distinzione: “Non la letteratura italiana, ma la storia della lingua italiana, cioè la lingua e non la letteratura”. Allora io le dico “Camilleri… miseria! Mica è facile”. Perché questa vicenda è accaduta o alla fine degli anni ’90 o gli inizi del 2000: Camilleri era famoso. Allora le ho detto “adesso vediamo, d’accordo?”. Passa un mese, poi la studentessa torna: “Professore, io vorrei fare questa tesi sulla lingua di Camilleri”. Ma io le dico “a parte che Camilleri è grande: ci sono tante opere, eccetera. E poi come fai? Camilleri non è l’ultimo degli arrivati”. E lei: “Però io la vorrei fare!”. Io le dico “magari torna, che ne riparliamo”. Questa cosa è andata avanti di sicuro per due o tre mesi: moltissimo. Allora, mi pare che la terza volta lei mi abbia detto: “Professore, per la tesi: io vorrei farla su Camilleri”. E io: “Vabbè, va bene. Ma scusa, ti rendi conto cosa vuol dire fare la tesi su Camilleri? Camilleri, che tutti lo cercano da tutte le parti, è conosciuto, i suoi romanzi sono pubblicati e acquistati, ci sono gli spettacoli, ci sono i filmati in televisione: mica è una cosa semplice!”. Ma la studentessa: “Ma io ho il modo di contattarlo”. “Eh, sì,” – le ho detto – “hai il modo di contattarlo. E come ce l’avresti?”. “Mia madre è amica di Camilleri”. “Porca miseria”, dico.
MF e EB: [ridono]
SB: Allora la cosa era diversa. “Ah, sì?”, le faccio. E lei: “Come no? È un’amica di Camilleri, quindi io posso contattarlo!”. Le ho detto: “Quando è così: sì! Vediamo di fare questa intervista a Camilleri.” Come tema abbiamo scelto due o tre romanzi, o racconti – “L’intervista la inseriamo direttamente nella tesi. Però dobbiamo preparare le domande da fargli: perché mica vai così! Cose come: «Camilleri, mi racconti: quando lei scrive, cosa fa? Perché lei usa il dialetto?»”. Così abbiamo fatto una pagina (o una pagina e mezzo) di domande. “Ecco, in modo tale che tu gli fai questa domanda e lo fai parlare. Non è che lo vai a interrompere: lo fai parlare”. Questa ragazza non aveva esperienze di interviste. Fatto sta che stabiliamo tutto. Lei trova l’accordo – come ha fatto, non lo so (probabilmente tramite la madre) – ed è passato del tempo. Io, nel frattempo, sono stato commissario in un concorso universitario a Cagliari. E assieme a me c’era il mio amico professor Vignuzzi di Roma: di dialettologia e lingua italiana. Lui faceva parte della commissione con me ed era uno studioso di Camilleri […], soprattutto per quanto riguarda gli aspetti legati al romanzo giallo. […] Ci incontriamo a Roma e prendiamo l’aereo per Cagliari; e lì, parlando, è scappato fuori che stava studiando il romanzo giallo di Camilleri; ha detto: “Ma parlare con Camilleri è difficilissimo: è diventato praticamente impossibile”.
MF: [ride]
SB: Proprio quando questa ragazza doveva fare la tesi con l’intervista! Io ho detto tra me “ma guarda un po’, questa qui. Speriamo che faccia bene”. Dopo questo concorso, torniamo. […] Dopo una o due settimane, ritorna questa ragazza, che aveva già fatto una parte di tesi scritta, e mi dice: “Professore, allora ho fatto l’intervista a Camilleri”. Ha tirato fuori una cassettina così [mima le dimensioni della cassetta], facendomela vedere. Allora io ho detto proprio “porca miseria! Ma guarda, una roba così importante, è andata a registrarla con un registratorino!”. Non era come quelli di adesso che sono potenti e non a cassette. Poi, continuo “qui si mette male, di sicuro! Adesso, guarda, trascrivila un po’”, e così via. Poi la fa sentire anche a me, e io constato che non era di qualità tanto buona. Le ho chiesto, “ma come mai hai fatto così?”. Lei ha tirato fuori qualcosa riguardo al ragazzo che le aveva dato questo registratore. Io forse non mi ero neanche ricordato di dirle di scegliere un buon registratore. Insomma, lei aveva registrato tutta l’intervista sopra un nastro già usato.
MF: No!
SB: Una roba che l’avrei presa per il collo! Comunque, nell’insieme si sente. Le ha sentite lei?
EB: Credo di sì. […]
SB: Comunque, nella cassetta è riportata l’intervista, che è abbastanza lunga. È un pezzo molto interessante quello. Però, aveva rischiato di buttare per aria tutto, utilizzando una vecchia cassetta.
MF: [ride]
SB: Ecco.
[…]
EB: Lei ha parlato prima di alcune delle tesi che lei dava e che riguardavano l’Atlante Paremiologico, per cui ha collaborato per diversi anni. Come è stata questa collaborazione? Come è entrato nel progetto dell’Atlante?
SB: L’Atlante Paremiologico Italiano […] rientra nella questione degli atlanti linguistici che si è maturata attorno alla fine dell’Ottocento: così, in Francia, con Gilliéron, la geografia linguistica, eccetera. È stato fatto l’Atlante Linguistico Francese, l’Atlante Italo-Svizzero, e poi è partito verso il ’20/’21 l’Atlante Linguistico Italiano, che è finito verso il ’60. Non so se la sua pubblicazione sia finita o meno. […] Allora, durante il Novecento, soprattutto nella seconda parte, molti linguisti hanno lanciato l’idea di diversi atlanti: o atlanti parziali di una regione, oppure di più regioni, oppure di più nazioni. Ognuno cercava di trovare, diciamo così, gloria, lanciando questa idea. Ma naturalmente era una cosa molto impegnativa: molti sono rimasti solo a livello di progetto, alcuni sono rimasti a metà strada – per esempio, l’Atlante Linguistico Mediterraneo, che è stato lanciato non mi ricordo da chi e a cui ha lavorato Cortelazzo. I materiali mi sembra che sono a Venezia. Questo qui aveva come scopo i porti del Mediterraneo. Alcune ricerche sono state fatte e si trovano presso la Fondazione Cini di Venezia. Allora, anche il mio professore si è inoltrato in questo settore. Lui, facendo le ultime ricerche che mancavano per completare l’Atlante Linguistico Italiano […], si è accorto che […] c’era un bel settore: quello dei proverbi, che era in qualche modo interessante da approfondire dal punto di vista geolinguistico, nel senso di come questi proverbi esistessero in ogni paese. Alcuni si ripetevano, altri variavano, con piccole o grandi variazioni: era possibile fare un atlante basandosi sui proverbi. Ogni atlante si basa sul questionario, cioè su un insieme di domande, che si stabiliscono prima di partire (come avevo fatto io per la tesi) e poi si applicano a un certo territorio, secondo certe regole che voi conoscete bene. Allora, lui per il questionario poteva prendere, per esempio, la raccolta del Giusti dell’Ottocento – Proverbi toscani. Però erano troppo legati all’ambiente toscano. Lui ha fatto fare una tesi sui proverbi in Provincia di Pesaro ad una ragazza. Poi ha messo assieme i proverbi che venivano dalla raccolta del Giusti e dalla raccolta di questa signora di Pesaro. Ha cercato altri che facessero delle tesi utilizzando già questo materiale, e piano piano si è cominciato a sviluppare questo questionario fatto dall’insieme dei proverbi. Come aveva fatto Giusti! Li ha divisi in 12 capitoli, ognuno con un certo settore o una certa tematica, eccetera. Lui questa cosa l’ha cominciata a pensare non so bene a quale punto delle sue ricerche; però l’ha cominciata a mettere in pratica quando è venuto a Urbino, quindi poco prima che arrivassi io. Difatti a me non ha fatto fare una ricerca sui proverbi. Non mi ricordo se me l’ha detto, ma non credo che l’abbia proposto anche a me. Io ho fatto una ricerca più di tipo dialettologico. Allora metteva assieme tutto questo materiale e io ci sono entrato subito di mezzo, perché lui aveva come caratteristica quella di coinvolgere subito gli studenti nelle sue ricerche. Facendo un po’ di confusione, per la verità. Comunque io, per diversi anni (diciamo i primi dieci) dopo laureato, non è che ho pubblicato molto, perché ho lavorato moltissimo, lì in Istituto, sui proverbi e su questo atlante che lui ha chiamato Atlante Paremiologico Italiano. Ho lavorato molto! Molte cose che sono state decise per fare il questionario […] le ho proposte io. Poi, a un certo punto, lui è andato via da Urbino, e io ho continuato il suo lavoro, facendo fare delle ricerche sui proverbi; poi è stato pubblicato il questionario dei proverbi, il primo. Poi è stato pubblicato il secondo, che era di gran lunga più vasto. […] Queste ricerche svolte mentre lui era a Firenze si facevano sempre su cassetta, con una registrazione che veniva riportata a me. Io all’inizio le ho date – perché la nostra sede di Urbino era strettamente collegata con Firenze – e quindi un certo numero di cassette è andato a Firenze, mentre altre sono rimaste a Urbino presso il nostro Istituto di Linguistica. Quindi sono diverse e di diverse tesi. Mi ricordo che ci sono alcune che sono molto ben documentate. Di una purtroppo mi sembra che manchi una cassetta, non so dove è andata a finire. Mi ricordo che, in genere, per ciascuna di queste tesi venivano quasi una decina di cassette. E io dicevo sempre di non scriverci sopra, di non riutilizzarle, di stare attenti. Queste ragazze la tesi se la tenevano, mentre della registrazione non credo che abbiano fatto una copia. Insomma, le hanno lasciate e non mi hanno detto niente. E quindi sono così: adesso non lo so, se verranno risentite…
EB: Potrebbe essere.
SB: Se loro…
EB: Se volessero, si possono ricontattare.
SB: A posto! Sono a disposizione. Il mio pensiero di fondo era sempre che pochi avrebbero rispettato il materiale che avevano per le mani. Non tanto la tesi in quanto tale, che penso che tutti l’avrebbero messa lì nella propria libreria/biblioteca. Ma la registrazione era difficile che si salvava. Quindi a un certo punto, utilizzando un po’ questo presupposto, me le sono tenute tutte io (quelle che ho potuto).
MF: Adesso fanno parte dell’archivio.
SB: Quindi possono essere utilizzate, si può richiedere anche una copia, non lo so – questo qui secondo i principi fondativi dell’archivio.
MF: Professore, noi la ringraziamo enormemente per il tempo che ci ha concesso e per tutto quello che ci ha raccontato.
EB: Grazie mille.