Published: May 12, 2026
La voce a chi ha raccolto voci
«Potevo insegnare e nello stesso tempo imparare». Alberto A. Sobrero intervistato da Daniela Mereu
L’intervista si è svolta il 12 agosto 2025, a Iglesias, presso la casa di Alberto A. Sobrero.
DM: Professor Sobrero, durante la sua lunga carriera si è occupato di numerosi temi riguardanti la linguistica, la sociolinguistica e la dialettologia. Qual è stato il percorso che l’ha portata a interessarsi a queste discipline?
AAS: Nel 1960 mi sono iscritto a Lettere Classiche a Torino e ho seguito, come dovevo, i corsi di greco e di latino. Tuttavia, nutrivo sempre un dubbio di fondo: con la filologia classica si fanno delle interpretazioni, delle deduzioni ricavate da pochi frammenti, con il tentativo di ricostruire tutte le caratteristiche di una lingua che non c’è più. Per giunta si riescono a ricostruire i caratteri di una varietà di lingua ‘alta’, degna di essere tramandata ai posteri; ma si sa pochissimo – e pochissimo sembra che interessi agli studiosi – sul parlato e sulle sue varietà, sui modi in cui quotidianamente comunicava la gente, peraltro nella quasi totalità illetterata. Insomma: sulle prestazioni linguistiche reali non si sa quasi nulla. Se mi guardo intorno, invece, nel mondo reale vedo una ricchezza straordinaria di lingue, varietà, dialetti che ci sono, che vengono usati da tutti nella vita quotidiana: perché il linguista non si concentra su questi? In quegli anni infatti il dialetto era molto sottovalutato, perché da (quasi) tutti era ritenuto inferiore alla lingua: inferiore socialmente, in quanto proprio delle classi sociali più ‘basse’, ma anche inferiore come struttura linguistica: più grezzo, meno dotato della lingua nazionale. Mi domandavo, insomma, come mai il linguista non analizzasse maggiormente quel patrimonio linguistico ricco e vivente invece di sforzarsi di interpretare pochi frammenti del IV o III secolo a.C., e così via.
Spinto dalla curiosità, ogni tanto ascoltavo anche lezioni di altri corsi che in qualche modo mi sembravano interessanti, anche se non erano previsti dal mio programma. Mi è accaduto così di ascoltare alcune delle lezioni di un nuovo professore di filologia romanza, D’Arco Silvio Avalle, appena arrivato. Subito mi hanno entusiasmato, perché Avalle aveva una concezione della lingua completamente diversa rispetto alla prospettiva dominante dell’epoca: pur trattando lingue medievali, focalizzava l’attenzione sul parlato e sull’analisi dei fenomeni linguistici partendo da testimonianze che ci permettevano di capire come si comunicava e si interagiva in quel periodo, un aspetto che non riscontravo nelle ‘mie’ discipline.
Questa nuova visione mi ha spinto a seguire quel filone e l’anno dopo, quando a Lettere è stato attivato un ‘corso libero’ di dialettologia italiana tenuto da una ‘new entry’, Corrado Grassi, ho pensato «Questo è proprio ciò che fa per me!». Ho cambiato indirizzo: l’anno dopo da Lettere classiche sono passato a Lettere moderne. Ho seguito seminari ed esercitazioni con Corrado Grassi, e a conclusione dei corsi mi sono poi laureato con lui, con una tesi dialettologico-filologica sugli statuti quattrocenteschi di una confraternita di Dronero (Cuneo).
DM: Durante il suo percorso lavorativo, ha preso parte e guidato diverse inchieste dialettologiche e sociolinguistiche, dedicandosi alla raccolta di dati sul campo. Potrebbe raccontare qual è stata la sua prima esperienza di ricerca sul campo?
AAS: Dopo la laurea, Grassi mi ha introdotto all’Atlante Linguistico Italiano, nel periodo in cui era ancora presente e operativo uno dei grandi linguisti del Novecento, Benvenuto Terracini, che in quel periodo stava organizzando le carte saggio dell’Atlante Linguistico della Sardegna. Quindi mi sono formato in quel contesto, fra le schede dell’ALI (con Grassi) e le prime (magistrali) letture delle carte dell’ALS (con Terracini). Nel frattempo, stava prendendo forma l’iniziativa promossa e guidata da Oronzo Parlangèli della Carta dei Dialetti Italiani, e il mio Maestro mi ha indirizzato verso questa nuova iniziativa. La Carta dei Dialetti Italiani si proponeva di svolgere inchieste in tutti i comuni d’Italia; per coordinare l’organizzazione dei lavori ogni regione aveva il proprio comitato, e io sono entrato a far parte di quello piemontese. A capo della Carta dei Dialetti c’era, come ho detto, Oronzo Parlangèli, uno studioso-raccoglitore-organizzatore straordinario che nel panorama dell’Accademia italiana si distingueva nettamente, fra l’altro, per il suo approccio didatticamente innovativo e per i rapporti collaborativi e democratici che sapeva instaurare con chi lavorava insieme a lui, si trattasse di colleghi o di allievi: discuteva con tutti e sapeva accogliere i suggerimenti migliori e ben motivati, per esempio nella messa a punto del questionario. La mia prima esperienza come raccoglitore si è svolta così non solo nell’ambito di un progetto innovativo e grandioso, ma anche con la possibilità di usufruire di un percorso di educazione professionale pienamente formativo. A partire dal famoso Convegno della Carta dei Dialetti Italiani che si tenne a Vervò (Trento) nel 1967.
Per la Carta dei Dialetti ho condotto complessivamente 72 inchieste: la maggior parte nella provincia di Alessandria (mia terra natìa), ma anche nel Torinese, in Sardegna e in Toscana. La struttura della raccolta dati prevedeva un questionario di 529 domande distribuite su tutti i livelli d’analisi della lingua: principalmente fonetico-fonologico e lessicale-semantico, ma anche morfologico, sintattico e persino pragmatico. Si raccoglievano anche dati sulla comunità, in una prospettiva sociolinguistica: la sociolinguistica cominciava a entrare in modo significativo negli studi di linguistica e quindi si cominciava a prestare attenzione anche a questi aspetti. Inoltre si chiedeva all’informatore di tradurre la Parabola del Figliol Prodigo: molte erano le riserve su questa tecnica escussiva, ma devo confessare che la adottavamo su precisa richiesta della Discoteca di Stato, che in compenso ne assicurava il pagamento (peraltro modesto). Il progetto era molto ben organizzato, perché si facevano le inchieste, accompagnate anche dalla trascrizione fonetica, che seguiva il modello italiano di Merlo-Battisti (l’IPA non era ancora molto apprezzata dagli studiosi italiani). Grazie alla carta carbone si facevano due copie della trascrizione: una era destinata al comitato regionale e l’altra al comitato nazionale. La copia destinata al comitato nazionale veniva revisionata a Bari, dove lavorava Parlangèli. Solo dopo aver apportato le eventuali modifiche richieste e risposto alle osservazioni ricevute, il lavoro veniva retribuito (mi par di ricordare: 6000 lire per ciascuna inchiesta). Quella è stata una grande esperienza formativa grazie alla quale ho davvero imparato a fare inchieste sul campo.
DM: Com’era il suo rapporto con gli informatori?
AAS: In alessandrino avevo una competenza linguistica attiva e passiva molto buona, quindi in quella zona le inchieste sono andate quasi sempre molto bene. Tra raccoglitore e informatore si creava un bel rapporto, una sorta di amicizia: capitava anche che l’intervistato offrisse un bicchiere di vino e si abbandonasse spontaneamente a ricordare i tempi della sua giovinezza, magari ad accennare un motivetto in voga quando era giovane ecc. Col passare del tempo questa disponibilità da parte degli informatori si è molto ridotta: oggi un comportamento così disponibile e una gestione così rallentata del tempo nella maggior parte delle occasioni sono impensabili. Soprattutto all’inizio le interviste erano quasi sempre rilassate, spesso molto lunghe; la registrazione relativa a ogni località non si limitava mai a un solo giorno, ma si ritornava due o più volte sul posto: per finire un’intervista, per trovare e intervistare una fonte ‘di controllo’, per verificare dati.
DM: Come si è preparato per la raccolta dati? Ha ricevuto una formazione metodologica specifica?
AAS: Da Grassi ho imparato molto anche sulla metodologia della raccolta dati, partecipando a Seminari organizzati specificamente per aspiranti raccoglitori della Carta dei Dialetti, e poi scendendo direttamente in campo. Dopo essermi laureato nel 1965, nel ’66 ho fatto il servizio militare, nel ’67 ho preso l’abilitazione per l’insegnamento e ho iniziato a insegnare a Torino; dal ’67 al ’71 ho svolto anche le inchieste per la Carta dei Dialetti Italiani. Insegnavo presso un istituto tecnico industriale, che allora rappresentava il cuore della rivolta studentesca. Proprio in quel periodo ho iniziato a interessarmi di educazione linguistica, altro grande filone di ricerca che ho coltivato nel corso del tempo e che dura tuttora. Stiamo parlando degli anni ’68 e ’69 a Torino, periodo segnato da una grande vivacità politica e sociale. Era il momento in cui a Torino arrivavano i grandi flussi di immigrati dalle regioni meridionali. Si discuteva della «integrazione degli immigrati». Su questo tema, allora (anzi, da allora in poi) centrale nella problematica sociolinguistica e politica italiana, a Torino la Fondazione Agnelli organizzò uno studio che si basava su una campagna di rilevamenti attraverso interviste ai giovani immigrati di diverse regioni italiane e di diverse caratteristiche socioeconomiche. Basandoci sull’ipotesi di un rapporto implicito ma diretto fra comportamento linguistico e comportamento sociale, noi linguisti, all’interno di quella ricerca, svolgemmo circa 300 inchieste, che a me personalmente, oltre ad altre importanti ricadute (ad esempio l’acquisizione di un’esperienza importante nella progettazione e nell’esecuzione di inchieste linguistiche) hanno consentito di allargare l’orizzonte dell’analisi linguistica in direzione dei problemi socioeconomici e dei rapporti lingua-cultura, ben oltre l’orizzonte consentito da una raccolta di dati meramente linguistici (Sobrero 1973).
DM: E poi, è riuscito a trasmettere metodi e strumenti acquisiti per la raccolta dati a ricercatori più giovani? Come?
AAS: Nel ’72 mi sono trasferito a Lecce inizialmente per un incarico di insegnamento annuale: tre anni più tardi ho vinto il concorso da ordinario nella stessa università e mi sono quindi stabilito definitivamente lì. Ho cercato di portare a Lecce tutto ciò che avevo imparato a Torino. Il mio corso era strutturato in due parti: la prima parte, di carattere teorico generale era dedicata ai fondamenti della dialettologia italiana, mentre nella seconda parte proponevo agli studenti dei seminari durante i quali li addestravo a raccogliere dei dati, a fare piccole inchieste nei diversi paesi dai quali provenivano con dei piccoli campioni di parlanti. Poi discutevamo insieme i dati raccolti, facevamo i grafici e le cartine e li commentavamo insieme. Era bellissimo! Potevo insegnare e nello stesso tempo imparare: i dati che i ragazzi raccoglievano mi facevano conoscere davvero la lingua – anzi le lingue, perché ci siamo occupati anche del grico e delle varietà di italiano – del Salento: conoscere a fondo e nelle sue strutture organizzative, nella sua profondità storica, nel suo rapporto con la civiltà e la cultura.
A partire dai seminari che organizzavo con i miei studenti, avevo cominciato a concepire l’idea di raccogliere questi dati in modo più organizzato e sistematico. In quel periodo partecipavo alle discussioni sugli atlanti linguistici e noi italiani invidiavamo i colleghi francesi che erano riusciti a creare degli atlanti linguistici regionali molto ben strutturati, mentre noi non avevamo niente del genere. Ho pensato che anche noi avremmo dovuto intraprendere un’iniziativa simile, partendo dal piccolo e iniziando proprio dal Salento (che fra l’altro non mostrava complicazioni particolari dal punto di vista dei confini, essendo circondato dal mare). Tuttavia, mi rendevo conto dei limiti che presentava l’atlante linguistico tradizionale, anche perché i tempi erano ormai maturi per due grandi innovazioni: cominciava a svegliarsi l’anima sociolinguistica della linguistica anche italiana e si affermavano anche da noi i primi strumenti informatici, che sembravano poter aprire prospettive di lavoro molto interessanti. I primi seminari furono in sostanza pratiche di sperimentazione metodologica, finalizzate non solo a raccogliere dati dialettali ma anche a riflettere – sulla base delle ultime acquisizioni della ricerca linguistica – sulle diverse tecniche di elicitazione dei dati, sui problemi di carattere conversazionale, sulla stratificazione sociolinguistica. E sulla possibile utilizzazione di strumenti informatici per gestire meglio i dati raccolti.
Questo lavorìo, durato circa una decina di anni, è sfociato nel progetto NADIR (Nuovo Atlante dei Dialetti e dell’Italiano per Regioni), messo a punto nei primi anni ’80. Nel volume curato insieme a Maria Teresa Romanello e Immacolata Tempesta e pubblicato nel 1991 con l’editore Congedo di Galatina, Lavorando al Nadir. Un’idea per un atlante linguistico, sono raccolti tutti i contributi scientifici legati a questo progetto, di volta in volta illustrati, discussi e pubblicati in occasione di convegni, congressi e seminari, nazionali e internazionali (Sobrero, Romanello, e Tempesta 1991)1.
AC: Com’era strutturato il NADIR e quali erano i principali obiettivi di ricerca?
AAS: L’idea iniziale del NADIR era di organizzare la raccolta dati per regioni, con una struttura modulare: avrebbe dovuto esserci un linguista che coordinasse le inchieste di ogni regione, con l’obiettivo di ricavare dei dati sull’intero repertorio linguistico della regione, sui dialetti e sulle varietà di italiano regionale. L’interesse era infatti rivolto alla variazione del repertorio al covariare delle diverse classi sociali, generazioni e così via. Interessava molto anche l’indicatore dell’integrazione dei parlanti nelle reti sociali, perché interferisce sulle scelte che i parlanti compiono anche nelle interazioni quotidiane. In questo modo si sarebbe arrivati a un atlante nazionale articolato per regioni. La struttura modulare avrebbe consentito di incrementare i materiali a blocchi collegabili in serie, in modo che fosse sempre possibile aggiungere dati nuovi a quelli già raccolti. L’impianto generale era costituito da un questionario classico (composto da 250 lemmi), la retroversione di un testo dialettale da tradurre in italiano (avendo per obiettivo l’italiano regionale), la lettura di un testo (per saggiare uno ‘stile’ controllato) e l’intervista guidata, di carattere etnografico. Per quest’ultima, il raccoglitore aveva una successione di temi da trattare e su questi stimolava l’informatore, in modo da ottenere dei dati di tipo dialogico attingendo al mondo dell’esperienza e a quello delle tradizioni e dei racconti di tradizione popolare. La successione tematica era importante per avere un minimo di confrontabilità dei dati. Infine, si registravano delle conversazioni in situazioni naturali diverse, con il registratore nascosto (per esempio al mercato, dal parrucchiere, etc.), ognuna delle quali durava almeno 8 minuti. Questa è l’articolazione della raccolta dati. Come si può immaginare, anche solo addestrare i raccoglitori era un lavoro molto impegnativo, perché richiedeva di curare la loro preparazione in campi diversi: dall’economia alla sociologia, all’analisi conversazionale, a metodi e a pratiche di trascrizione. I dati raccolti venivano infatti trascritti con due tipi diversi di trascrizione: una trascrizione fonetica stretta (tipicamente: per il questionario-traduzione) e una più larga, che desse conto soprattutto degli aspetti conversazionali. La qualità delle trascrizioni era poi verificata da personale specializzato, nella sede del NADIR.
La selezione dei punti di rilevamento, una trentina di comunità per tutto il Salento, era stata effettuata sulla base delle analisi socioeconomiche del territorio, perché analizzando il Salento stesso ci eravamo accorti che c’erano diverse aree a vocazione economica differente, per ciascuna delle quali era lecito verificare l’ipotesi di una relazione più o meno stretta con il comportamento linguistico. Per il Salento sono state realizzate dodici inchieste, accompagnate ovviamente da tutti gli inconvenienti e i problemi che si incontrano quando si raccolgono dei dati, problemi che sono poi confluiti in uno solo, vitale ma irrisolvibile: la carenza dei finanziamenti.
Forse devo concludere che il progetto era troppo ambizioso, e utopisticamente dava per scontata la volontà culturale e politica – e dunque anche economica – di sostenerlo fino in fondo, da parte del decisore pubblico.
DM: I materiali che ha raccolto nel corso del tempo si conservano ancora?
ASS: Sì, per fortuna adesso i dati (anche se non tutti, visto che purtroppo alcuni sono andati persi) si conservano ancora, perché quando sono andato in pensione ho passato la consegna ad Annarita Miglietta, la mia bravissima allieva che aveva attivamente collaborato a tutte le fasi del nascente NADIR, e che ha poi continuato ad impegnarsi, curando il lavoro e la conservazione dei materiali. Molti dei dati registrati sono stati anche digitalizzati, grazie a un recente progetto guidato proprio da Annarita Miglietta, che ha condotto all’inserimento dei dati del questionario in e-NADIR2, un sistema informatico progettato appositamente per rendere fruibili i contenuti del progetto NADIR. Questo database consente, naturalmente, di incrociare i dati linguistici registrati con le variabili geografiche e sociali dei parlanti e delle micro-aree considerate. L’accesso ai dati si può ottenere facilmente richiedendo l’autorizzazione alla responsabile del progetto.
DM: Ecco, ciò che mi ha colpito del progetto NADIR è proprio l’idea, presente fin dalla sua progettazione, di condividere i dati con la comunità e di prevedere una loro conservazione a lungo termine. Ma questa attenzione nei confronti dei dati era condivisa da tutti i dialettologi e linguisti del tempo?
ASS: No, la condivisione del database al tempo era considerata un’idea molto – per alcuni troppo – innovativa per il mondo umanistico. Ma il database era stato pianificato con Antonio Zampolli, pioniere della linguistica computazionale, all’epoca responsabile dell’Istituto di Linguistica Computazionale di Pisa, il maggiore dei centri di ricerca del settore in Italia, e si fondava proprio sull’idea di dare a ogni studioso la possibilità non solo di consultare i dati ma di poterli organizzare in carte linguistiche personalizzate, sulla base dei suoi interessi specifici, incrociando a piacere le variabili linguistiche e sociali (ma anche socioeducative, storico-culturali ecc.) considerate nella selezione e nella schedatura degli informatori e delle località. Solo in tempi ben più recenti la sensibilità per questi temi si sta diffondendo, ma ancora lentamente e per singole iniziative, anche troppo frammentate.
DM: Un altro aspetto del progetto NADIR che ho trovato molto innovativo è il suo intento di raccogliere dei dati sull’intero repertorio linguistico. Il focus della ricerca era quindi rivolto a tutte le varietà del repertorio, non a un unico codice, e anche ai diversi tipi di parlanti.
ASS: Sì, ci interessavano non solo le coesistenze di codici e di varietà di lingua e dialetto all’interno di una comunità, ma anche – direi anzi soprattutto – i fenomeni di code-switching e code-mixing prodotti in contesto naturale, con l’idea (per certi versi avventurosa) che essi costituiscano l’anima del cambiamento linguistico. In effetti, all’epoca questo approccio era decisamente innovativo e quindi anche poco apprezzato dai dialettologi tradizionali.
Per quanto riguarda i tipi di parlanti e le prestazioni linguistiche, sono risultati molto interessanti sia la variazione socioeconomica tra i parlanti sia le modalità – e le motivazioni, anche inconsapevoli – con cui si sceglie di volta in volta la varietà linguistica fra quelle a disposizione, sia le modalità del passaggio da un codice all’altro. È sicuramente importante ragionare a livello teorico, ma occorre anche confrontarsi con la realtà e tenere conto dei cambiamenti che coinvolgono la società: nei tempi, nei modi, nelle finalità – consapevoli e inconsapevoli – con le quali si realizzano. E il comportamento linguistico ha molto da rivelare in questo campo.
DM: Nel corso della sua attività lavorativa, ha raccolto dati in diverse regioni e in diverse comunità linguistiche. Ritiene che la diversa tipologia di comunità influenzi l’atteggiamento e la predisposizione del raccoglitore? In che modo?
AAS: Certamente. A parte l’ovvia influenza della collocazione geografica, anche il tipo di comunità influenza molto la pianificazione e l’esecuzione della raccolta dati. A influenzare la raccolta non è solo la dimensione del centro esplorato, ma anche la sua storia socioeconomica e la sua attuale stratificazione e dinamica sociale. Il raccoglitore deve avere informazioni di base su tutti questi aspetti, che in un centro medio-grande sono particolarmente complessi: avrà dunque bisogno di una formazione specifica, complementare rispetto alla formazione necessaria per un centro piccolo. Non a caso, ad esempio, nel progetto NADIR la città di Lecce è stata lasciata per ultima.
Viceversa, in Salento – come altrove – ci sono zone che sono più isolate di altre, che hanno conservato un certo tipo di comportamento, non solo nelle scelte linguistiche, ma anche nel rapporto tra i codici del repertorio e nell’uso di code-switching e code-mixing. Interrogarsi e interrogare su questi temi è propriamente il compito di un atlante linguistico, oggi: e lo si deve fare in modo di volta in volta adeguato a – ma anche rispettoso di – ogni specificità. Linguistica, socioeconomica e storica.
Bibliografia
Sobrero, Alberto A. 1973. “L’integrazione linguistica in giovani immigrati a Torino”. Parole e metodi, 6: 165–212.
Sobrero, Alberto A., Maria Teresa Romanello, e Immacolata Tempesta, a cura di. 1991. Lavorando al Nadir. Un’idea per un atlante linguistico. Galatina: Congedo.
Sobrero, Alberto A., Maria Teresa Romanello, e Immacolata Tempesta. 1992. “Il NADIR: lo stato dei lavori.” In Atlanti linguistici italiani e romanzi a confronto, a cura di Giovanni Ruffino, 425–34. Palermo: CSFLS.
1 Si veda anche Sobrero, Romanello, e Tempesta (1992).