Published: May 12, 2026

La voce a chi ha raccolto voci

«Per me non erano solo delle interviste: erano pezzi di esperienze di vita. Era vita». Rosanna Sornicola intervistata da Cesarina Vecchia

Rosanna Sornicola, Cesarina Vecchia



L’intervista a Rosanna Sornicola affronta alcuni temi cardine del lavoro del sociolinguista e del dialettologo, con particolare attenzione alle metodologie e alle specificità della ricerca sulle fonti orali. Ricostruisce le tappe principali della formazione e della carriera accademica della studiosa, ed esplora le motivazioni profonde che l’hanno spinta ad eleggere il parlato e, più in generale, lo studio del contatto e della variazione linguistica come ambiti privilegiati della sua attività scientifica.

L’intervista è stata realizzata il 17 giugno 2025 a Bassano del Grappa. La conversazione ha avuto luogo nel tardo pomeriggio, in casa di Rosanna Sornicola, al tavolo in cucina. Conosco Rosanna da molti anni. Il rapporto di lunga data che, da allieva, mi lega a lei ha indubbiamente favorito il dialogo durante l’intervista, che si è svolta in una cornice informale basata sulla reciproca conoscenza. Ciononostante, la circostanza di questo incontro presentava un aspetto di novità, dovuto principalmente ai ruoli, inediti per entrambe, di intervistatrice e intervistata. L’ambientazione domestica, proposta da Rosanna, ha ricreato un’atmosfera familiare ed ha attenuato quell’inevitabile imbarazzo che accompagna sempre l’avvio di una registrazione.

Il contesto informale si accorda perfettamente allo stile dell’intervista, che si presenta come un racconto denso di vita e profondità intellettuale. I numerosi elementi biografici, generosamente condivisi nel corso della conversazione, non si limitano a fare da sfondo alle riflessioni teorico-metodologiche sulla raccolta di fonti orali e sullo studio del parlato, ma rappresentano elementi dinamici nello sviluppo della conversazione e la chiave per comprendere le ragioni alla base delle scelte che ne hanno definito la specifica identità di studiosa.

L’intervista è stata interamente registrata e ha una durata complessiva di circa 50 minuti. Nella trascrizione, si è optato per un intervento minimo, nel tentativo di far rivivere l’esperienza del parlato anche nella trasposizione scritta [Cesarina Vecchia].


CV: La tua attività di ricerca è iniziata con lo studio del parlato e l’attenzione verso il parlato è sempre stato un tema centrale del tuo percorso scientifico: hai affrontato diversi ambiti e diversi problemi della linguistica generale, ma hai sempre avuto un interesse vivo e profondo verso le lingue parlate. Studiare il parlato non è una scelta scontata né neutra. Ecco, vorrei iniziare questa nostra conversazione da qui: cosa ti ha spinto negli anni della formazione ad avvicinarti a questo ambito di studi e quali sono stati i momenti fondamentali che ti hanno portata alla maturazione di questa scelta?

RS: Ma io da ragazza avevo uno spiccato interesse per le materie linguistiche. Mi sono iscritta all’università proprio per studiare linguistica. A Napoli, a parte la glottologia classica che era insegnata all’epoca da Giovanni Alessio, c’era un’impostazione molto spiccata di tipo storico-filologico. L’interesse per il parlato era stato sollecitato dai miei Maestri napoletani, Alberto Varvaro in particolar modo, ma non solo, all’interno di un percorso di romanistica e linguistica generale. La mia tesi di laurea era incentrata su una realtà dialettale e sociolinguistica di un centro della Sicilia che era il paese della mia famiglia. La tesi era stata sollecitata da Varvaro. Io ero bi-dialettofona, sia pure con il dialetto più passivo che attivo. A casa si parlava il dialetto siciliano. Questo mio background è stato un punto di partenza. L’interesse per la variazione dialettale e per il rapporto lingua-dialetto era qualcosa che era venuto naturale all’interno del mio percorso familiare ed esistenziale. E poi gli studi di linguistica generale, teorica e storica l’avevano come posso dire sviluppato, articolato…

CV: Animato anche immagino…

RS: Sì animato e alimentato, certo. La tesi di laurea mi aveva portato per un paio d’anni a fare interviste su un centro della Sicilia con un fuoco su gruppi di parlanti, in cui rientrava anche mia madre, e sulle interazioni tra mia madre e persone di varia classe sociale. Ho intervisto contadini, operai, pescatori, persone di ceto medio, qualunque cosa queste categorie sociologiche possano significare. E, quindi, in qualche modo mi era stato detto di aguzzare l’ingegno e di dare attenzione anche alle minime variazioni fonetiche presenti in queste interazioni che io registravo, in parte annotavo, prendevo continuamente appunti. Ed era una cosa che mi divertiva molto devo dire, perché mi sembrava un lavoro un po’ da Sherlock Holmes. Ecco, sono stata una ragazza, un’adolescente che si incantava a guardare queste cose: mi interessava molto la variazione di parlato, ci facevo caso, ci facevo attenzione fin da quando ero piccola. Quindi forse c’era anche questa base… Una cosa che mi piaceva molto erano i lunghi pomeriggi passati nella stradina davanti alla casa della nonna, seduta in un crocchio con le vecchie che ricamavano. Lì si apriva tutto un mondo del passato che mi faceva sognare, rigorosamente raccontato in siciliano. Non poteva esserci differenza più grande con il contesto napoletano esterno alla mia famiglia. Il tempo si fermava ed ero improvvisamente dentro una dimensione mitica, come quando in campagna noi bambini ci sedevamo a mangiare con i contadini a mezzogiorno.

CV: Una naturale predisposizione all’ascolto e all’osservazione quindi…

RS: Sì, però poi tutto questo è stato molto articolato e animato, come dici tu, dal fatto che avevo incontrato dei Maestri che credevano molto non solo nella dialettologia – Varvaro pensava che la dialettologia fosse la punta di diamante metodologica e teorica della linguistica romanza tra fine Ottocento e primo Novecento –, ma anche nella sociolinguistica. Varvaro era stato, insieme ad Alberto Mioni, sebbene in una maniera diversa, la persona che già negli anni Settanta, quando io preparavo la tesi di laurea all’Università di Napoli, aveva introdotto la sociolinguistica in Italia. C’è da dire poi che Varvaro fu un precursore della sociolinguistica storica. Perché comprese prima di altri le prospettive che le nuove correnti della sociolinguistica, le ricerche di Hymes, Fishman, Gumperz, Labov, Ervin Tripp, aprivano per la linguistica storica e per la creazione di nuovi modelli di storia linguistica. Un altro elemento di grande originalità metodologica nei suoi lavori è stata la decisione di considerare tutte le fonti linguistico-etnografiche. Un aspetto che va messo in relazione all’influenza della tradizione etnografico-folklorica siciliana da Pitré e Cocchiara, sino a Nino Buttitta e alla sua scuola.

CV: L’inizio del tuo percorso scientifico coincide quindi in qualche modo con l’affermazione della sociolinguistica in Italia.

RS: Sì, in qualche modo è così. Ricordo che durante il mio secondo anno di università, Varvaro, che all’epoca era già cattedratico di Filologia e Linguistica romanza, aveva anche assunto l’insegnamento di Sociolinguistica. Durante il secondo anno di università, assieme a vari colleghi, che poi sono diventati tutti professori, abbiamo seguito un corso di sociolinguistica, materia molto nuova in Italia…

CV: Era una novità nel panorama scientifico. Come era stata accolta da voi studenti?

RS: Molto bene. Eravamo in un seminario di una ventina di persone e la cosa molto bella fu che Varvaro – alla vecchia maniera dell’università tedesca, in cui un professore faceva ricerca ma nello stesso tempo didattica – preparò insieme a noi un articolo che è diventato un classico della sociolinguistica storica, quando di sociolinguistica storica non parlava nessuno in Italia: Storia della lingua: passato e prospettive di una categoria controversa, che fu poi pubblicato in due parti su una rivista americana, Romance Philology, diretta all’epoca da Yakov Malkiel. Durante il seminario Varvaro non solo leggeva e traduceva per noi e commentava con noi Hymes, Gumperz, Fishman, Ferguson, ma ci aveva diviso in piccoli gruppi, cosa che faceva anche per l’insegnamento di filologia romanza, e ogni gruppo doveva leggere altra bibliografia di sociolinguistica, approfondendola. Poi eravamo chiamati a relazionare su quello che avevamo letto. Diciamo che noi abbiamo preparato con lui, come in un atelier di cui eravamo i ragazzi di bottega, questo bellissimo articolo metodologicamente molto innovativo: una riflessione storiografica e critica sullo studio della variazione linguistica delle lingue in contesto. Naturalmente per noi Weinreich era pane quotidiano, accompagnato da commenti sull’importanza dello studio delle lingue vive, reali, e quindi dei dialetti. L’attenzione verso il parlato e le lingue parlate era un’idea che Varvaro aveva sviluppato anche in base a una profonda conoscenza dei testi di Hugo Schuchardt che in Italia quasi nessuno leggeva all’epoca. Lui ripeteva spesso un aforisma di Schuchardt di cui aveva grande ammirazione: «Il modo migliore di studiare una lingua non è dai libri, a tavolino, dai testi scritti, ma andando in una birreria, in un’osteria ad ascoltare come parlavano e cosa dicevano le persone quando avevano bevuto». E questo aspetto, diciamo, è un po’ un ‘imprinting’ che ha caratterizzato chi di noi ha seguito lo straordinario corso di sociolinguistica di Varvaro, a Napoli, nell’anno accademico 1971–72. Per me quel seminario (seguii poi anche il corso di sociolinguistica II l’anno successivo), e le interviste sul campo in Sicilia, interviste lunghe, di molte ore, sono stati momenti cruciali nel mio percorso di avvicinamento allo studio del parlato.

CV: Come sono state le tue prime esperienze sul campo, le tue prime interviste? Te lo chiedo sul piano metodologico, ma anche rispetto all’esperienza umana.

RS: Duravano parecchio. Non si trattava di interviste di un quarto d’ora o venti minuti, non erano fatte con tecniche di questionario. C’è da dire poi che io ero membro della comunità di quel paese, ero un osservatore partecipante. Il questionario non lo usavo, non tanto. Al massimo, quando avevo dubbi, potevo ritornare dai parlanti e chiedere approfondimenti, fare domande dirette. Raccoglievo soprattutto parlato spontaneo con il registratore nascosto. Anche questo fu fatto subito. E naturalmente sì, avevamo affrontato e discusso i testi di Labov durante il corso di sociolinguistica. Ma non ho avuto la necessità di applicare le tecniche suggerite dalla sociolinguistica: perché, conoscendo la comunità e conoscendo le persone, ero già preparata a fare domande che mettessero in moto una conversazione. Molte volte i parlanti producevano testi monologici, quando non erano dialogici, durante le sedute di gruppo in cui rientrava anche mia madre. Sapevo insomma cosa potesse interessare. Perché il problema era ed è sempre questo: cosa può interessare ai parlanti? Facevo quindi domande che speravo stimolassero la conversazione e la narrazione e penso di esserci riuscita. Erano delle interviste ricche…

CV: Queste registrazioni delle interviste siciliane le conservi ancora? A casa o all’università?

RS: A casa. Le dovrei cercare, saranno da qualche parte… sono cose di cinquant’anni fa…

CV: E dopo le interviste e la raccolta delle registrazioni come organizzavi le fasi successive del lavoro?

RS: Passavo lunghe ore a trascrivere, ad arrovellarmi sulle trascrizioni e sulle variazioni fonetiche fini che, certo, da apprendista, erano molto impegnative e stancanti. Ma mi divertivo tantissimo e, ripeto, mi sembrava davvero di fare un lavoro alla Sherlock Holmes. Diciamo che a quell’epoca, parliamo del 1973–1975, Berruto, se non ricordo male, aveva già scritto un libro sull’italiano regionale, e aveva cominciato ad occuparsi di code-switching. Ma era chiaro già allora che nella situazione sociolinguistica italiana c’era ancora una miniera di cose da osservare: un’interferenza che non aveva niente a che fare con i modelli descritti dalla bibliografia americana che avevano una loro sistematicità. Ma la sistematicità nei miei testi non c’era. Interferenza, code-switching, code-mixing erano il pane quotidiano del trascrivere, nel prendere appunti e nelle mie osservazioni man mano che andavo avanti con la trascrizione.

CV: Facevi delle trascrizioni integrali delle registrazioni? Preparavi delle schede?

RS: Sai, erano molte ore di registrazione. Ricordo di aver trascritto pezzi molto lunghi. Questa attività mi portava via molto tempo, però era un lavoro che mi piaceva. Proprio tutto, tutto di queste numerose ore di registrazione non è stato trascritto, ma è stato sicuramente ascoltato e riascoltato dozzine di volte tutto. Io poi ascoltavo, mettevo una pausa, e non sempre trascrivevo immediatamente: perché doveva essere qualcosa che tornava all’impressione acustica e saliva a galla. E ti dici: «ah ecco questa cosa…» Come sai, non basta sentire una, due, tre o quattro volte. All’ennesimo ascolto noti delle sfumature che non avevi sentito prima. Quindi era necessario fare una full immersion di queste testualità parlate.

CV: E rispetto all’approccio con i parlanti, come preparavi le interviste? Anche nelle esperienze successive a quella siciliana…

RS: Su questo ho riflettuto a lungo nel preparare il lavoro sul campo per le inchieste a Napoli. Dopo la tesi di laurea, che diventò in seguito il libro La competenza multipla, pubblicato da Liguori, eravamo già nel 1977, Varvaro mi chiese di lavorare con lui per il corso di sociolinguistica e di preparare un seminario di sociolinguistica urbana. E bisognava inventarsi una metodologia, in particolare per una città come Napoli. Napoli non era New York, non era nessuna città americana. Era una città che richiedeva strategie metodologiche di osservazione e analisi tutte particolari. Mi resi conto di essere di fronte a un problema serio. E allora ho scritto una relazione, una sorta di pamphlet, che poi Varvaro mi fece pubblicare da parte dell’Università di Napoli in una cinquantina di copie. E ricordo che mi divertii tantissimo a lavorare con gli studenti. Era l’epoca in cui la macro-sociolinguistica e la statistica sociologica avevano una certa influenza: con gli studenti scegliemmo dei quartieri di Napoli, Chiaia, Posillipo, Vomero e Soccavo, confinanti tra di loro, per studiare la variabilità tra zone adiacenti. Non so se oggi ripeterei questo esperimento, penso di no. Però una cosa mi fu subito chiara e questo poi è stato un motivo conduttore per le ricerche successive. Non ho cambiato idea rispetto ad allora: per fare sociolinguistica i modelli sono molto importanti, le metodologie sono importanti, però, la prima cosa che deve fare un ricercatore è studiare il contesto in cui entra e opera attraverso una serie di lavori preliminari. Mi resi conto, insomma, che un ricercatore non poteva catapultarsi a fare interviste, ma bisognava fare interviste preliminari di sondaggio e capire il contesto. Soprattutto era necessario avere dei parlanti già conosciuti prima dell’intervista vera e propria. Perché capii che non potevo studiare ed esaminare il parlato di un ‘pinco pallino’ in venti minuti di registrazione. Che il microfono fosse nascosto o no è importante sì, certo, ma non era questo il punto decisivo. Il punto decisivo riguarda altre cose, che hanno una natura direi storico-empirica: cioè, il grado di empatia dialogica che riesci a costruire col parlante, la sicurezza che riesci a dargli, la capacità di fargli capire che tu non sei un avvoltoio che sta lì perché ti interessa soltanto la parte scientifica. E devo dire che anni dopo, studiando la storia della dialettologia francese, leggendo i testi dei grandi dialettologi francesi, ero rimasta molto colpita da una cosa che diceva Dauzat: col parlante devi costruire un rapporto umano preliminarmente. E Dauzat usava una bella espressione, che mi è sempre piaciuta molto, il linguista che lavora nel terreno deve avere un rapporto «en amie», ‘da amico’, con il parlante. Bisogna entrare in un rapporto umano con il parlante. E questa cosa mi è sembrata subito piuttosto chiara.

CV: La centralità del rapporto con il parlante, l’importanza della cura della relazione nel condurre il dialogo con l’informatore sono in qualche modo tratti caratteristici stilistica della tua «scuola», anche rispetto alla formazione di giovani raccoglitori. Cosa ti ha portato a maturare questa impostazione?

RS: Da questo punto di vista Napoli è stata un laboratorio importante e privilegiato, per me, figlia di siciliani emigrati a Napoli, ma cresciuta a Napoli e con una formazione culturale e scientifica napoletana. È stata ed è una città straordinaria dal punto di vista umano, una città ricca di umanesimo. Se avessi lavorato in un altro posto, penso che avrei intrapreso strade diverse. Invece, le strade che ho potuto percorrere le ho seguite perché ho avuto i Maestri che ho avuto a Napoli. Oltre a un filologo come Varvaro, anche i filosofi napoletani, filosofi morali e storici della filosofia, come Giuseppe Cacciatore, professore dalla umanità, dottrina, intelligenza e ironia travolgenti, Francesco Donadio, studioso raffinato e generoso con gli allievi, il mio grandissimo Maestro Aldo Masullo, ordinario di filosofia morale, i cui corsi hanno lasciato su di me una impronta profonda e indelebile. Masullo parlava della «Logica dell’Altro», leggendo in originale e traducendo per noi studenti i testi filosofici tedeschi e francesi dell’Ottocento e del Novecento. Le sue analisi scientifiche si saldavano sempre alle implicazioni della dimensione etica, toccando i grandi temi del rispetto dell’altro e del dialogo come fondamenti della vita sociale e del linguaggio, che della vita sociale è tanta parte. In queste riflessioni io vedevo una linea continua anche con il lavoro molto empirico delle registrazioni di sociolinguistica. Pensavo che tutto si tenesse: era l’ambiente napoletano che mi aveva molto spinto verso questa strada. E questo, ritornando a quanto dicevo prima, vale anche per l’interesse verso il parlato. Io avrei voluto fare una tesi di linguistica generale, ma non mi fu consentito da Varvaro, che invece mi disse: «Ma signorina Sernicola» – perché questo era il vero cognome di famiglia e lui provocatoriamente mi chiamava così – «Per carità, faccia cose che abbiano una caratura storica, empirica e filologica». E io mi resi conto nel tempo, quanto questo consiglio di studiare cose sociolinguistiche, di fare lavoro sul campo – esperienza che lui considerava molto formativa per un giovane – avesse a che fare con cose che i fonetisti britannici chiamavano una living philology. E anche in questo io vedevo che c’era un cerchio che si chiudeva: lo studio del parlato come una living philology, una filologia delle lingue vive, la migliore filologia delle lingue vive. E, ripeto, questa era una cosa che veniva molto dal contesto culturale, scientifico e umano napoletano in cui mi sono formata. Tra l’altro, era un contesto profondamente in rapporto con quello svizzero. Prima di venire a Napoli come ordinario, Varvaro era stato lettore di italiano in Svizzera, dove aveva stretto amicizia con Gerhold Hilty, Max Pfister e altri romanisti zurighesi. Aveva assorbito la grande lezione teorico-metodologica di Karl Jaberg e Jakob Jud, e anche di Benvenuto Terracini, che agli ambienti della dialettologia e linguistica storica svizzera era stato molto legato. Per Varvaro il contesto zurighese era stato di fondamentale importanza. Per me, studiare al primo anno di università il suo libro Storia, problemi e metodi della linguistica romanza (Varvaro, 1968), in cui c’erano bellissimi capitoli dedicati alla geografia linguistica, alla dialettologia, e anche alla sociolinguistica, è stato estremamente stimolante. Questo libro, che ha formato generazioni di studenti, napoletani e di molte università meridionali, era molto conosciuto all’estero ed è diventato un classico della linguistica storica romanza. E poi è stata per me molto formativa la lettura dei classici della dialettologia, dei classici della sociolinguistica e della linguistica generale e un po’ più in là della linguistica testuale. Devo dire infatti che un altro incontro fondamentale è stato quello con Maria Elisabeth Conte, una donna non comune, che io ho ammirato da lontano, come spesso capita ai giovani quando leggono qualcosa che li entusiasma. Lei era veramente una gran signora tedesca della linguistica e della linguistica testuale. Aveva una grande finezza interpretativa, che si accompagnava ad una profonda conoscenza teorica del testo. Anche la sua lezione è stata per me fondamentale per lo studio della living philology del parlato. Mi ha fornito, tra l’altro, gli strumenti analitici necessari per descrivere fenomeni che non rientravano certo nell’inventario delle strutture sintattiche frasali comune in quegli anni.

Come vedi sono molte le persone, gli orientamenti e gli approcci di ricerca che mi hanno influenzato e rispetto a cui mi sento in debito. Ho avuto la fortuna che queste esperienze si intrecciassero. Un altro incontro per me molto importante è stato quello con Francescato che – queste sollecitazioni per una persona giovane sono fondamentali – mi aveva chiesto di inviargli un articolo per la rivista che dirigeva, il Journal of Italian Linguistics. E io, che avevo iniziato a sbobinare tutte le registrazioni fatte a Napoli e avevo iniziato a pensare al parlato e a quanto era difficile far combaciare le aspettative teoriche con quello che uno vedeva nelle testualità parlate, la variazione, il polimorfismo, ero molto attratta dai problemi di deissi presenti all’interno del parlato. Mi affascinava il fatto che le persone – non era tanto un problema di scolarizzazione, quanto veramente una questione legata alla personalità del soggetto parlante – avevano strategie deittiche con un uso di pronomi all’interno del testo, che assolutamente non rispettavano le teorie dell’anafora. Da lì venne l’idea sulla nozione di egocentric reference. Francescato, devo dire, mi incoraggiò molto, mi scrisse una lettera che ancora conservo. Anni dopo, in un periodo passato in America all’Università della California a Berkeley, ho conosciuto un giovane linguista, poco più grande di me, Orin Gensler, che si era occupato di problemi come quelli che avevo chiamato dell’egocentric reference. Per me fu davvero emozionante conoscere le sue ricerche su testi di parlato di un’altra parte del mondo e vedere quanta sintonia ci fosse tra le nostre vedute. Ricordo che avevamo fatto amicizia, avevamo parlato a lungo di questo comune interesse. Lo dico per dire che c’era tanto da fare, e che il parlato spontaneo era un universo che, almeno a quell’epoca, si presentava completamente diverso da quello che si vedeva dalle teorie linguistiche. Poi molte cose sono cambiate. E penso che molta strada sia stata fatta per avvicinare le teorie a una ricerca di tipo empirico e con osservazioni e analisi sperimentali. L’impressione che rimaneva sempre è che qualcosa non quadrasse del tutto.

Molto importante per me sono stati anche la lettura di Halliday e i periodi passati in Inghilterra da ragazza a parlare con un teorico come Peter Matthews, con cui è continuato un dialogo per decenni, sino alla sua scomparsa. Perché è impossibile studiare il parlato senza avere solide coordinate teoriche. Allo stesso tempo bisogna andare al di là anche delle teorie correnti. Matthews era un Maestro della critica serrata alle teorie. E io ho avuto la fortuna di incontrare sulla mia strada persone non comuni che hanno molto stimolato i miei interessi per la linguistica e lo studio del parlato, li hanno raffinati, altrimenti sarebbe rimasti certo qualcosa di superficiale. Non sarei andata da nessuna parte senza questi incontri che sono stati decisivi e che rimangono qualcosa di fondamentale della mia storia professionale e direi anche umana. Da un certo punto in poi però me la sono dovuta cavare da sola perché non c’era tanta strada tracciata. Però io lo trovavo enormemente divertente, passavo giornate a rimuginare su queste cose.

CV: Un’altra tappa importante è stata la realizzazione del progetto dell’Archivio dei Dialetti della Campania (AdiCa). Da dove nasce questo progetto e quali sono stati gli obiettivi principali?

RS: Per molti anni sono stata pendolare, ho lavorato in diverse università meridionali. Quando sono tornata a Napoli come professore ordinario nel 1993, e quindi ho avuto una cattedra mia, allievi miei e la possibilità di poter tenere seminari con studenti napoletani lì è cominciato tutto. E c’è stato un altro incontro molto fortunato con Edgar Radtke che era molto interessato alla Campania e aveva in quegli anni un progetto sulla costruzione di atlante dialettale. Venne a Napoli e mi chiese di collaborare. Lui era un dialettologo a tutto tondo. Io ero più una persona che si occupava di dialettologia sociolinguistica o dialettologia sociologica. Però l’incontro è stato molto proficuo. Grazie a lui e a questo suo input e soprattutto grazie agli straordinari studenti napoletani che ho avuto nell’arco di trent’anni abbiamo potuto costruire questa banca dati. Ricordo che Radtke scrisse un bell’articolo, che pubblicò verso la seconda metà degli anni Novanta sulla Rivista dell’Università di Heidelberg, in cui spiegava come vedesse in questo progetto una dialettologia “non coloniale”, una dialettologia che non fosse quella di un professore tedesco che esercitava, diciamo, uno sfruttamento delle risorse locali – e di questo io gli sono molto grata –, ma la sua idea era quella di lavorare con ragazzi napoletani e campani da formare e addestrare a questo lavoro e da rendere protagonisti di questa impresa. Radtke aveva messo a punto l’impianto di un atlante e io gli dissi: «Edgar, io non sono una persona che lavora ad atlanti, sono una persona che studia il parlato. Quindi posso metterci registrazioni». Così ci fu una divisione del lavoro: lui l’atlante, e io il progetto di un archivio di testi di parlato spontaneo dialettale della Campania. Da qui cominciò tutto ed è andato avanti per molto tempo, per vent’anni almeno fino al 2010, 2012.

CV: Per il progetto AdiCa hai raccolto interviste in diverse aree dell’Italia meridionale, in ambienti e comunità eterogenee (in una grande città, Napoli, in piccoli centri contadini dell’entroterra della Campania, o tra i pescatori della costa e delle isole flegree). Secondo te la diversa tipologia di comunità influenza anche l’atteggiamento e la predisposizione del raccoglitore? In che modo?

RS: Assolutamente. Perché non è la stessa cosa andare a fare interviste a Procida con i pescatori, i marinai e andare con i pastori che fanno la transumanza. Bisogna prepararsi a questo. Bisogna entrare in quei gruppi sociali, conoscere a uomo la comunità. Io, devo dire, forse perché quello era un ricordo della mia Sicilia che non ho mai veramente abbandonato. Il mio cuore è sempre stato là. Ho amato moltissimo Napoli, però il lavoro della fine degli anni Settanta di sociolinguistica urbana mi aveva dato il senso che si trattava di un lavoro di estrema difficoltà e complessità. Per me lavorare a Procida e a Ischia è stato un po’ come rivivere l’esperienza del lavoro in Sicilia: perché c’era il mare, perché c’erano i marinai, e forse perché ho ammirato tantissimo le storie di vita di questa gente che è andata per mare per tutta la vita. Bellissime le cose che ho potuto vedere in Irpinia, però io sono un’isolana. E certamente c’è un fattore di empatia con un territorio. In Irpinia mi sono dovuta affidare a te, Sara, e ho ammirato molto il lavoro che ha fatto Giovanni Abete con i pastori. Ecco, io non sono sicura che io sarei stata all’altezza di questo lavoro. Mentre con i pescatori e marinai ero a casa, era un mondo che antropologicamente, culturalmente potevo capire. Ritrovavo delle parole che avevano delle corrispondenze con cose siciliane. Era un mondo mio. E infatti ho trascorso mesi e mesi nelle isole del golfo di Napoli. Alla fine, conoscevo tutti a Procida. Per me non erano solo delle interviste: erano pezzi di esperienze di vita. Era vita. E ho amato tantissimo quel luogo e quel lavoro, che mi ha fatto riflettere molto sulla variazione e il cambiamento linguistico e sulla diaspora nel Mediterraneo della gente di mare. Quello è un capitolo su cui c’è ancora tanto da fare. Quando nel 2008, insieme a Giovanna Pianese e Giovanni Abete ho preparato la mostra a Londra e Edinburgo, Small islands, global worlds, sugli aspetti linguistici e sociali delle isole del golfo di Napoli, è stato per me un momento ad alto impatto emotivo, in cui mi è sembrato di restituire agli abitanti delle isole almeno una parte di quello che avevo vissuto con loro, e soprattutto che avevo imparato da loro.

CV: Le registrazioni che ha collezionato negli anni dove sono conservate? Da quanto ho capito quelle che hai raccolto in Sicilia e Napoli le hai a casa. L’università non si è fatto carico della conservazione di questo materiale?

RS: È così. Noi abbiamo fatto molto grazie ai finanziamenti tedeschi. Abbiamo avuto qualcosa dalla Regione Campania. Ma senza l’Università di Heidelberg io non avrei potuto neanche pagare i miei collaboratori. Sono gratissima a Radtke, ammiro tanto i dialettologici e romanisti tedeschi. Allo stesso tempo depreco una situazione in cui l’università non investa in queste cose.

CV: Pensi di poter un domani consegnare questo materiale a una istituzione pubblica o privata che garantisca conservazione a lungo termine?

RS: Se le ritrovassi sì. Sono in case diverse. Non so più in alcuni casi di preciso dove si trovino ora le tante registrazioni che ho raccolto.

CV: E saresti a tuo agio se i tuoi archivi orali venissero studiati da altri, con altre e diverse domande di ricerca?

RS: Sì certo, queste cose devono essere fruite. Non raccogliamo le registrazioni per noi, ma per altri anche, certo.