Published: May 12, 2026

La voce a chi ha raccolto voci

«Quando si parla di lingua si parla di oralità». Tullio Telmon intervistato da Daniela Mereu

Tullio Telmon, Daniela Mereu


L’intervista si è svolta il 23 settembre 2025, a Torino, presso la casa del figlio di Tullio Telmon.


DM: Professor Telmon, lei nel corso della sua carriera ha lavorato su diversi dialetti, lingue di minoranza e varietà di italiano regionale, con un’attenzione particolare al parlato. Ma qual è stato il percorso che l’ha condotto alla dialettologia e come si è sviluppato il suo interesse nei confronti del parlato?

TT: Mi sono avvicinato alla dialettologia in modo un po’ casuale. Quando ho lasciato il liceo e mi sono iscritto all’università, la mia intenzione era di laurearmi in storia della musica con Massimo Mila. Poi mi sono reso conto che non ero sufficientemente attrezzato tecnicamente e nel frattempo avevo conosciuto il prof. Corrado Grassi, che era venuto a Susa, dove io abitavo, per tenere una conferenza. La conferenza era stata brillante e mi aveva fatto scoprire delle cose sulle minoranze linguistiche che allora non sapevo. In quella circostanza Grassi mi aveva spinto a occuparmi di dialettologia. Nello stesso periodo avevo conosciuto anche il professor Gaston Tuaillon, dell’Università di Grenoble, e anche lui mi spinse a seguire i corsi di Grassi, che egli ben conosceva e stimava.

Il secondo anno di università quindi iniziai a seguire queste lezioni, che si presentavano in una forma meravigliosa, soprattutto rispetto ai corsi della maggior parte degli altri docenti, che erano molto più formali e paludati. Lui chiacchierava molto alla buona con gli studenti, li coinvolgeva e faceva conversazione con loro. Insomma, mi sono appassionato forse più al maestro che alla disciplina.

La prima cosa che ho imparato da lui – e che mi auguro che ogni studente che si accosta alle discipline linguistiche impari sin dall’inizio – è che quando si parla di lingua si parla di oralità e non di scrittura. Questo è ciò che mi ha fatto avvicinare principalmente alla dialettologia più che alla glottologia: la dialettologia era l’incarnazione della lingua parlata, cioè della lingua in senso proprio. La glottologia mi insospettiva un po’, perché bisognava attraversare diversi filtri, come il filtro della storia, il filtro della scrittura, il filtro delle congetture, mentre invece la dialettologia studiava la lingua viva, parlata da persone che potevo vedere e sentire fisicamente.

DM: Dunque poi si è laureato col professor Grassi…

TT: Erano gli inizi degli anni Sessanta del ‘900 e in Italia c’erano dei grandi cambiamenti in corso. Lo strutturalismo, che in Italia non aveva mai fatto breccia prima di allora, cominciava a farsi strada, ma il dialettologo che era in me continuava ad avere un certo sospetto, perché un’altra importante caratteristica del linguaggio, che ho imparato a riconoscere facendo le inchieste, è che la lingua dei miei informatori era in continuo mutamento e la variabilità non mi sembrava andare troppo d’accordo con la concezione strutturalista del linguaggio.

Uno dei meravigliosi pregi che aveva Grassi era che, ogni volta che ne aveva la possibilità, portava con sé ai convegni studenti e laureandi. Quindi da studente ti ritrovavi a conoscere gli studiosi di cui avevi magari studiato i testi. Nello stesso periodo in cui seguii il secondo corso di Grassi, il professor Oronzo Parlangeli stava avviando il progetto della Carta dei Dialetti Italiani, la cui organizzazione era quasi perfetta. Per questa impresa aveva concepito un questionario di più di 500 voci con l’obiettivo di svolgere delle inchieste in ogni comune italiano. Il questionario, di tipo traduttivo, aveva il fine principale di ottenere dati di tipo fonetico-fonologico. Era molto ben concepito perché aveva come sottofondo quello che sarebbe stato poi chiamato «lo stampino ascoliano»: l’indagine su una località era effettuata in modo sistematico, prevedendo, per ogni fono di base latina, una serie di domande che lo contenessero, in modo da poter prevedere che, se la parlata indagata aveva – come l’italiano – conservato lo stesso lessema del latino, le risposte avrebbero mostrato l’esito di tale fono nella parlata locale. Per esempio, per verificare gli esiti del latino I (lunga e breve), il questionario chiedeva di tradurre nel dialetto desiderato parole come filo, formica, nido, e così via. In quegli anni il modello della descrizione dialettologica era quello, poi si è trasformato moltissimo: successivamente, questo tipo di questionario sarebbe diventato il meno consigliato e praticato, perché può facilmente influenzare le risposte e perché sappiamo che ad ogni buon conto il meccanismo della traduzione affatica moltissimo gli intervistati.

Per far funzionare tutto il meccanismo del suo progetto, Parlangeli aveva creato dei comitati regionali e annualmente organizzava un convegno, per lo più a Bressanone, durante il quale si discuteva dell’avanzamento dei lavori. Grassi era il responsabile del Piemonte e affidava le inchieste ai diversi suoi laureandi. Il primo convegno a cui ho partecipato, da studente, si tenne proprio a Bressanone (nel 1965) ed è stato lì che ho conosciuto tutti i linguisti italiani più importanti dell’epoca. Era un ambiente molto affabile, e io ne ero estasiato.

DM: Questa attenzione nei confronti del parlato e della variazione linguistica era condivisa anche dal resto degli accademici del tempo oppure era una peculiarità dell’ambiente in cui si è formato lei?

TT: Era condivisa, direi, dai linguisti che possedevano una particolare sensibilità dialettologica. E poi, Grassi aveva la meravigliosa caratteristica di essere intellettualmente molto curioso e favorevole ad accogliere le nuove teorie per sperimentarne l’applicabilità in dialettologia. Nel simposio di Vienna della settimana scorsa1 ho sottolineato il fatto che proprio lui è stato, a mio avviso, il primo sociolinguista italiano. In quel periodo l’ambiente era comunque molto stimolante in generale, perché si discuteva e ci si informava reciprocamente.

DM: Tra le numerose inchieste che ha condotto su varietà e comunità differenti, ricorda qual è stata la prima in assoluto?

TT: La mia prima inchiesta risale ai primi anni Sessanta e l’ho condotta nel paese di Bousson, in ambito provenzale alpino: un villaggio di un’ottantina di abitanti, situato a circa 1400 metri sul livello del mare, nell’Alta Val di Susa. Ormai sapevo che l’Alta Val di Susa faceva parte dell’ambiente provenzale alpino, ma fino a quel momento non avevo mai avuto la piena consapevolezza che questa minoranza fosse davvero viva ed attiva. Quando mi sono ritrovato con il mio informatore, che si chiamava Celestino Bec – perché io me li ricordo tutti i miei informatori – la cosa che mi ha incuriosito immediatamente è stata l’avvedermi che i sostantivi femminili derivanti dalla prima declinazione latina, anziché terminare in -a o in vocale muta (come nel francese), terminavano in -o. Lì per lì, la prima volta ho pensato di aver sentito male, poi invece ho imparato che era proprio così, e che il mio stupore dipendeva soltanto dal fatto che non avevo mai, in precedenza, sentito nessuno parlare in provenzale. Questo mi ha aiutato a comprendere ciò che secondo me è il vero grande segreto di un’inchiesta ben riuscita: un’inchiesta ha successo quando si crea con l’informatore un rapporto tale per cui l’informatore è convinto di insegnarti qualche cosa, e il raccoglitore esce effettivamente arricchito dall’inchiesta. Infatti in quel caso, Celestino Bec mi ha insegnato tantissimo, così come tutti gli altri informatori che ho intervistato dopo di lui. Questo naturalmente non significa che si possano intervistare le persone in modo sprovveduto e senza un’adeguata preparazione, anzi: è importante essere davvero molto preparati, per non fare la figura di quel raccoglitore che, snocciolando una dopo l’altra le domande del questionario, arrivato alla nozione «la giogaia» (si stava parlando di animali), spara la domanda «come dite qui ‘la giogaia’?»; e l’informatore, a sua volta, chiede: «e che cos’è la giogaia?». Silenzio imbarazzato del raccoglitore, che, pure lui, ne ignorava il significato. Per la cronaca: oltre che catena di montagne, giogaia (< lat. volg. *IUGARIA) significa anche ‘piega della pelle del margine inferiore del collo dei ruminanti’.

DM: Oltre alla Val di Susa, ha svolto delle inchieste anche in altre comunità?

TT: Nell’ambito della Carta dei Dialetti Italiani, oltre ai convegni annuali, Parlangeli organizzava anche dei corsi di addestramento per i raccoglitori a Vervò, nella Val di Sole, in Trentino, dove aveva una casa estiva. Qui ogni anno organizzava un corso di formazione che durava circa una decina di giorni; quindi, ho potuto fare delle inchieste anche in Trentino.

Inoltre, ho lavorato per un periodo in Olanda, ad Amsterdam, negli anni in cui Giuseppe Francescato aveva la cattedra di Lingua e letteratura italiana. Lavorare con Francescato, che era uno degli esponenti dello strutturalismo in Italia e che aveva lavorato anche negli Stati Uniti e poi a Copenaghen con Hjelmslev, mi aveva aperto una finestra molto concreta sulle nuove tendenze dello strutturalismo. In quel periodo (era l’estate del 1968) avevo fatto una bella raccolta di inchieste anche in Friuli, su richiesta di Francescato, che era il responsabile della CDI per quella regione. È stato interessantissimo perché durante quelle inchieste avevo avuto l’impressione di ritrovare, per taluni tratti, una sorta di continuità galloromanza, dal provenzale al franco-provenzale al friulano.

Ecco, posso dire quindi di aver avuto tre maestri: Grassi, Tuaillon e Francescato.

DM: Potrebbe raccontarci com’è nato il progetto di ricerca dell’ALEPO (Atlante Linguistico ed Etnografico del Piemonte Occidentale)?

TT: Fra i rapporti di buon vicinato che dapprima Grassi e poi io, sulla sua scia, avevamo intessuto c’erano soprattutto quelli con gli studiosi francesi autori degli atlanti linguistici regionali, che proprio in quel periodo si stavano completando. In particolare, visto che erano confinanti con il Piemonte, per noi erano di particolare interesse l’Atlas linguistique et ethnographique du Jura et des Alpes du Nord (francoprovençal central), che documentava le due Savoie (bassa e alta), più una parte del Delfinato, e che era curato da Gaston Tuaillon e Jean-Baptiste Martin, e più a Sud l’Atlas linguistique et ethnographique de la Provence, curato da Jean-Claude Bouvier e Claude Martel. Dunque, periodicamente ci si incontrava anche con questi colleghi.

Dato che non era passato molto tempo dalla Seconda guerra mondiale, nell’affrontare le inchieste nelle zone di frontiera, per paura di creare incidenti diplomatici, i francesi erano stati molto cauti. Nonostante che il provenzale e il francoprovenzale siano codici interalpini, i colleghi francesi si erano fermati alla frontiera e non erano venuti a fare le inchieste in territorio piemontese, perché amministrativamente italiano. Quindi l’intento era di colmare questa lacuna, creando un atlante regionale che interessasse sia le parlate franco-provenzali sia le parlate provenzali alpine del versante cisalpino, completando così i dati dell’ALJA e dell’ALP. Questo progetto prese avvio molto lentamente. Devo dire che è stato più facile realizzarlo in Valle d’Aosta, in quanto regione autonoma e quindi con possibilità di finanziamento maggiori: qui, infatti, si è riusciti a organizzare le inchieste e a realizzare l’Atlas des Patois Valdôtains, di cui è uscito il primo volume qualche anno fa.

In territorio piemontese, invece, l’unica via per ottenere le necessarie risorse finanziarie era la regione, ma come sappiamo la linguistica (e la cultura in generale) non ha mai avuto una grande attrattiva per i politici. Finalmente però a un certo punto sono riuscito a trovare dei finanziamenti e a organizzare con successo un convegno istitutivo. Per questo progetto, che poi sarebbe diventato l’ALEPO2, abbiamo utilizzato lo stesso questionario messo a punto da Tuaillon, tradotto in italiano, con 42 punti di inchiesta distribuiti su tutte le valli che fanno capo ad altrettanti valichi che danno sulla Francia. Le inchieste sono state completate in tempi relativamente rapidi, ma i problemi maggiori sono sorti dopo, in particolare con la trascrizione fonetica, da sempre nodo centrale della dialettologia. In Italia c’era la tradizione del sistema di trascrizione fonetica di Ascoli e Merlo, che però non poteva soddisfare tutte le esigenze di trascrizione di queste parlate, e soprattutto non era comparabile con i dati degli atlanti regionali francesi, che invece si erano valsi del modello Rousselot-Gilliéron. Entrambe queste tradizioni trascrittorie sono poi entrate in crisi per la diffusione del modello dell’alfabeto fonetico internazionale (IPA). Dopo il lavoro dell’addestramento dei raccoglitori nell’uso del sistema Rousselot-Gilliéron, una delle operazioni più complesse di quel periodo è stata proprio la conversione delle trascrizioni dal sistema Gilliéron e Rousselot a quello dell’IPA, che nel frattempo si era ormai imposto internazionalmente.

DM: L’ALEPO prevedeva anche la raccolta di etnotesti?

TT: Sì, direi che questo è stato uno dei nostri punti di forza. Nella tradizione dialettologica e geolinguistica, le inchieste erano basate sul metodo della traduzione ‘parola per parola’, che si rivelava infelice non solo per la fatica alla quale l’informatore veniva sottoposto, ma anche perché questo metodo non dava la possibilità di tenere conto dei contesti e dell’alone diffusivo che ogni parola ha intorno a sé. Quindi, anziché usare questa tecnica, siamo passati all’indagine semidirettiva e, con questa, abbiamo ottenuto degli ottimi risultati, anche perché abbiamo introdotto come principio costitutivo il concetto di etnotesto, che si sposa bene con l’indagine semidirettiva, perché si imposta chiedendo all’informatore di parlare di un certo argomento, e riconducendo poi, di tanto in tanto, la conversazione a tale argomento allorché l’informatore se ne allontana troppo.

Il problema delle interviste fondate sulla sola conversazione è la mancanza di comparabilità dei dati, quindi, per garantire anche la confrontabilità dei dati, l’abilità del raccoglitore consiste nel riuscire a far produrre all’intervistato, all’interno del discorso, le voci che gli servono.

DM: I dati raccolti per i progetti ai quali ha lavorato dove si trovano attualmente?

TT: I dati dell’ALEPO, il cui attuale direttore è Riccardo Regis, sono stati tutti digitalizzati. I materiali dell’ALEPO (cartacei, analogici, digitali) si trovano presso il Dipartimento di Studi umanistici (Studium) dell’Università di Torino, al III piano di Palazzo Nuovo (stanza 217). Su Google Drive è ospitata, ormai da qualche anno, la scansione dei quaderni d’inchiesta.

Per quanto riguarda la pubblicazione sotto forma di atlante o di indici, per il momento siamo riusciti a pubblicare tre volumi, con i relativi indici. Temo però che, salvo miracoli, non si avrà mai un completamento dell’opera, perché questo progetto non ha più ottenuto finanziamenti da parte delle istituzioni.

I dati relativi alle inchieste precedenti, invece, si trovano presso l’Atlante Linguistico Italiano, diretto attualmente da Matteo Rivoira. Presso l’ALI ci sono ancora schede risalenti a quando Terracini faceva le inchieste per la sua tesi di Laurea, svolte quindi all’inizio del Novecento.

Altri dati, invece, sono andati dispersi anche in modo abbastanza spiacevole. C’è stato un periodo durante il quale, a causa della presenza dell’amianto, abbiamo dovuto abbandonare Palazzo Nuovo, in modo piuttosto precipitoso e mal organizzato. In quell’occasione è andata persa una grande quantità di cassette contenenti registrazioni di inchieste. Uno dei miei maggiori rincrescimenti è la perdita di una cassettiera con una settantina di inchieste fatte in tutto il Piemonte per un Atlante Parlato, che eravamo riusciti a realizzare solo parzialmente. Il rincrescimento è in parte attenuato dalla considerazione che, rispetto a un atlante tradizionale, l’atlante parlato, che sembra segnare un progresso perché consente di ascoltare la voce, risulta invece, ai fini del dialettologo, poco pratico e di difficile maneggevolezza. Se si pensa infatti che il valore principale di una carta di un atlante linguistico cartaceo è la sua «sinotticità», è facile capire che questo elemento viene a mancare negli atlanti parlati, che non possono, ovviamente, essere «sinudibili».

DM: Lei ha avuto modo di lavorare e raccogliere dei dati di parlato in diverse regioni e di interagire con differenti tipi di comunità linguistiche. Secondo lei, il lavoro del raccoglitore quanto è influenzato dal tipo di comunità?

TT: Lavorare con comunità sociolinguisticamente differenti sicuramente arricchisce significativamente le competenze del raccoglitore, consentendogli di sviluppare piccoli e grandi accorgimenti pratici, e di migliorare i metodi escussivi. Il rapporto tra raccoglitore e informatore è molto complesso e, se male impostato, può compromettere l’intera inchiesta. Condurre indagini in località differenti contribuisce notevolmente a raffinare la sensibilità pragmatica del ricercatore, un elemento indispensabile per il successo di un’indagine linguistica.

DM: Quindi secondo lei quali sono le doti che un buon raccoglitore dovrebbe avere?

TT: Un buon raccoglitore deve essere prima di tutto appassionato alla materia e deve essere molto preparato sulle proprietà linguistiche dei dialetti che deve indagare, sugli aspetti sociolinguistici, sulle composizioni dei repertori linguistici del territorio su cui lavora, sui rapporti di dominanza tra i codici; sappiamo infatti che i rapporti di dominanza sono legati al prestigio dei codici e delle loro varietà, e possono perciò variare a seconda del variare delle circostanze storiche o dei rapporti tra le classi e i gruppi sociali.

L’accorgimento più importante a cui un raccoglitore deve porre mente è quello di non dare l’impressione di parteggiare per uno dei codici che compongono il multilinguismo dell’informatore piuttosto che per un altro. La sensibilità linguistica e comunicativa dei parlanti, resa particolarmente acuta nei confronti dell’estraneo – in generale il raccoglitore rappresenta infatti un estraneo – fa sì che se questo estraneo sbaglia qualcosa, l’inchiesta rischia di essere compromessa. È molto importante avere un atteggiamento pragmatico adeguato.

DM: Lei ritiene che, con il riconoscimento giuridico delle lingue di minoranza introdotto con la Legge 482/19993, nelle comunità in cui queste lingue sono parlate potrebbe essere cambiato qualcosa dal punto di vista della raccolta dati e dell’atteggiamento del parlante nei confronti della propria lingua?

TT: Sì, penso di sì. Credo che nel territorio delle parlate provenzali e francoprovenzali del Piemonte ci sia stata una presa di coscienza totale, da parte dei parlanti, della loro identità o delle loro identità linguistica/-iche. Mentre quando Grassi pubblicava nel 1958 Correnti e contrasti di lingua e cultura nelle valli Cisalpine di parlata provenzale e franco-provenzale i parlanti non erano molto consapevoli dell’occitanità o della francoprovenzalità delle loro parlate, attualmente questo tipo di consapevolezza è presente in quasi tutti i parlanti. Con l’approvazione della Legge 482/1999 si è dovuto accettare anche un certo numero di limitazioni. Già soltanto l’enumerazione delle lingue definite di minoranza, presente nell’articolo 2 della legge, è il frutto di una limitazione arbitraria. Per non fare che un esempio, non ha senso, infatti, parlare di minoranza francoprovenzale o sarda, perché è minoranza anche quella piemontese, quella siciliana, ma anche quella di qualsiasi località – anche minima – del nostro paese ove si parli il locale dialetto. Inoltre, la scelta di delegare ai consigli comunali il compito di stabilire che cosa costituisca una minoranza linguistica e che cosa no ha portato a numerose situazioni paradossali. Ci sono state delle storture incredibili come, per esempio, quella costituita da paesi della piana piemontese che hanno deliberato di essere francoprovenzali.

Uno dei problemi maggiori è stato il rischio, messo ben in luce da Nicola De Blasi, che, in nome della salvaguardia di una entità indefinita – come il lombardo, il campano, il sardo, l’occitano, il francoprovenzale, ecc. – si sacrifichino le entità che sono invece ben definite e ben vive, ovvero le varietà delle singole comunità, intese come comunità parlanti la lingua locale dei singoli paesi. De Blasi molto efficacemente ha detto che «per salvare le minoranze si sacrificano le minimanze» (De Blasi 2010). In questo terreno, difficilissimo da gestire, intervengono poi anche le ideologie e le tendenze a radicalizzazioni, nazionalismi fanatici, suprematismi, e così via.

Bibliografia

ALEPO = Atlante Linguistico ed Etnografico del Piemonte Occidentale, Università degli Studi di Torino, Dipartimento di Studi Umanistici, diretto da Riccardo Regis (www.alepo.eu).

ALI = Atlante Linguistico Italiano, Università degli Studi di Torino, Dipartimento di Studi Umanistici, diretto da Matteo Rivoira (www.atlantelinguistico.it/).

ALJA = Martin, Jean-Baptiste et Gaston Tuaillon. 1971. Atlas linguistique et ethnographique du Jura et des Alpes du Nord (franco-provençal central) - vol. I. Paris: Editions du C.N.R.S.

APV = Favre, Saverio e Gianmario Raimondi (dir.). 2020. Atlas des Patois valdôtains. APV / 1 – Le lait et les activités laitières. Aosta / Arvier: Région Autonome Vallée d’Aoste / Le Château Edizioni.

ALP = Bouvier, Jean-Claude et Claude Martel. 2016. Atlas Linguistique et Ethnographique de la Provence, voll 1–3, Paris, CNRS 1975–1986; IId, avec la participation de G. BRUN-TRIGAUDLa langue d’oc telle qu’on la parle. Atlas linguistique de la Provence, 4ème vol. Forcalquier: Les Alpes de Lumière.

De Blasi, Nicola. 2010. “Dialetti in rete, l’idea di norma e la difesa delle minoranze linguistiche (con il sacrificio delle “minimanze”)”, in Dialetti: per parlare e parlarne, Atti del I Convegno internazionale di dialettologia-Progetto A.L.Ba, Potenza-Matera, 29–30 novembre 2008, a cura di Patrizia Del Puente, 13–31. Potenza: Ermes.

Grassi, Corrado. 1958. Correnti e contrasti di lingua e cultura nelle valli cisalpine di parlata provenzale e franco-provenzale. Parte 1. Le valli del Cuneese e del Saluzzese. Torino: Giappichelli.


1 “Giornata di studi in memoria del linguista italiano Corrado Grassi nel centenario della nascita”, tenutasi il 9 settembre 2025 presso l’Istituto italiano di Cultura a Vienna.

2 https://www.alepo.unito.it/

3 Legge nazionale 482/1999: “Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche”.