Published: May 12, 2026
La voce a chi ha raccolto voci
Dall’ALI all’API: sessant’anni di lavoro
Università di Firenze, Italy
L’invenzione della Geoparemiologia, e dell’Atlante Paremiologico Italiano (API), trae origine dalla mia tèsi di laurea, e questa dalla mia nascita in Liguria in un’epoca sì remota che in prima elementare mi trovai unico a usare il materno italiano toscano in mezzo a una trentina di scolari dialettofoni, il cui parlare non intendevo; né ancora mi c’ero avvezzato quando, una dozzina d’anni più tardi, mi maturai nel liceo di Chiavari1. A mezzo del secolo ebbi la ventura di vincere la borsa di Lettere bandita dall’Ateneo fiorentino, che veniva a soddisfare l’intima tendenza a un ritorno alle origini familiari. Il bisavolo paterno Telemaco era infatti nato in Oltrarno, in quella Villa Franceschi alla Legnaia ch’è oggi sede del quarto Quartiere cittadino, laddove di qua d’Arno era venuto al mondo quello materno Clodoveo2.
La Facoltà fiorentina ospitava allora parecchi nomi gloriosi. La prospettiva iniziale era di una laurea col Longhi nell’appassionante storia dell’arte, ma successivamente mi volsi alla filosofia, per finire in ultimo, stimolato dalla curiosità, coll’accettare la proposta del Battisti di una tèsi glottologica che non mi sarebbe mai passata per la mente: un’analisi del dialetto di Chiavari, consistente nel confronto con un antico saggio del Parodi su quello genovese. Saggio che sùbito m’annoiò, sicché feci un’inchiesta a Genova, rilevando fra l’uno e l’altro di quei rioni divergenze più notevoli che non tra il parlare del centro della città e quello di Chiavari. Dove però dal dialetto della domestica campagnola avevo potuto dedurre che non appena usciti di città la situazione mutava; sicché cominciai ad addentrarmi nell’ampio circondario collinare, così scoprendo sempre nuove varianti, consonantiche e vocaliche, le cui aree schematizzavo su cartine della zona, reinventandomi la geolinguistica, che ancora ignoravo. Nella stesura della tèsi, accompagnata da cartine delimitanti le aree di concordanza di certi fenomeni, davo massimo rilievo a un fenomeno del tutto inatteso: la costanza in talune zone della sordità delle sibilanti intervocaliche, quale avevo potuto notare nel tirolese delle vallette dolomitiche rispetto al tedesco ufficiale che avevo appreso; e che in entrambi i casi mi appariva ovvio mantenimento, nelle aree più isolate, di una fase antica. Opinione che m’indusse poi, nella discussione di laurea, in un’accalorata disputa con Carlo Battisti e Giacomo Devoto, fedeli entrambi alla tèsi ascoliana che le caratteristiche che differenziano i dialetti del Norditalia da quelli peninsulari risalgano al sostrato celtico prelatino. Tèsi che a me pareva invece assurda, in quanto trascurava i due millenni di storia in cui tanto si è differenziato il neolatino. Incredibile m’appariva pure l’ipotesi che mi veniva opposta: un moderno influsso toscano che avrebbe saputo raggiungere zone tanto isolate senza lasciar traccia in città.
All’uscita mi fu riferito il messaggio di un membro della commissione che m’era ancora sconosciuto: Giovanni Nencioni, preside di Magistero e presidente dell’Accademia della Crusca, che per altro impegno non aveva potuto presenziare alla discussione (la cui data aveva subìto un rinvio). Mi proponeva di andarlo a trovare a casa sua: dove, in una vasta biblioteca affacciata sull’Arno, mi disse che il mio lavoro gli era risultato interessante, e mi consigliava di farlo conoscere al collega Benvenuto Terracini, che a Torino curava anche la direzione dell’Atlante Linguistico Italiano (ALI). Seguìi il suggerimento, da cui potei trarre un altro giudizio benevolo. Debbo dunque al Nencioni3 se qualche anno più tardi mi giunse dall’ALI la proposta di un lavoro mal pagato e disagevole, ma foriero di un’esperienza pressoché unica: la conoscenza dell’Italia nella sua realtà, generalmente ignota. Esperienza seguita inoltre da una complessa carriera universitaria, del tutto estranea alle mie previsioni.
Dopo la laurea m’ero infatti dedicato, in collaborazione con uno statunitense innamorato di Firenze e della sua storia, a un lavoro che le ricerche d’archivio fatte per ricostruire la storia dei miei antenati mi avevano fatto ritenere semplice, ma che risultò invece, a causa della grafia dell’età rinascimentale, difficile assai. Si trattava di leggere e trascrivere le lettere dei membri della ‘brigata’ del Magnifico Lorenzo inviati nelle varie corti italiane. Un lavoro che dopo un paio d’anni venne dapprima alternato e poi troncato da quello offertomi da Benvenuto Terracini: sulle cui spalle pesava l’eredità dell’impresa dell’Atlante Linguistico Italiano, fondata trent’anni prima dal Bàrtoli al fine di ripetere ingrandita quella svizzera dell’Atlante linguistico ed etnografico dell’Italia e della Svizzera meridionale (AIS), con un questionario assai più ampio e con ben un migliaio di punti d’inchiesta. Nell’anteguerra la ricerca era stata svolta dal friulano Ugo Pellis, che viaggiava in Balilla e si presentava ai sindaci con una lettera di raccomandazione autografa di Mussolini, godendo pertanto di ogni sorta di agevolazioni. Tutt’al contrario si presentava la situazione del dopoguerra, quando, con un finanziamento assai misero, furono riprese le ricerche interrotte dal conflitto e dalla morte del Pellis. A stento il Terracini poté per un paio d’anni finanziare nel Sudditalia gli assai disagevoli viaggi, in treno e corriera, dell’allievo Corrado Grassi; finché questi vi rinunciò, per avere ottenuto un impiego alla Fiat. Nel frangente il Terracini, memore del mio lavoro di tèsi, mi fece giungere, sempre attraverso il Nencioni, la proposta di svolgere una serie di inchieste dialettologiche per l’ALI nell’Italia centrosettentrionale, valendomi di una Vespa della Piaggio: il massimo acquisto che le modeste finanze dell’ALI gli potevano concedere.
L’idea di percorrere l’Italia in un modo meno avventuroso dell’autostop4 mi sedusse, e accettai d’intercalare l’inusitato lavoro a quello nell’Archivio mediceo. Sin dalle prime esperienze ebbi a convincermi che – a prescindere dalla modestia del rimborso di spesa – il compenso di tremila lire all’interrogato per i previsti tre giorni d’inchiesta, risultato valido per le Calabrie, già non era proponibile in Toscana (il portabagagli fiorentino con cui feci un esame scoppiò a ridere alla proposta), e ancor meno nella Padana. Ma soprattutto era chiaro che parlate difficili e a me nuove, quali quelle della Romagna, esigevano ben altro tempo per realizzare una trascrizione fonetica degna di tal nome. Mi risolsi pertanto a ricorrere alla registrazione su nastro mediante il piccolo apparecchio Geloso, da poco giunto sul mercato. Potevo così, riducendo le pause fra le domande necessarie alla trascrizione manuale, migliorare il colloquio col contadino, che si riduceva così a un’unica parte della giornata; pur se a prezzo di un mio lungo lavoro di riascolto attraverso le cuffie. Lavoro che per altro mi dava certezza di non fraintendere i suoni, e inoltre di ottenere una trascrizione accurata secondo il sistema usato dall’ALI: che per altro andavo continuamente arricchendo di segni dall’una regione all’altra. Venivo così ad acquisire una ben rara familiarità coi più diversi dialetti nostrani. Sapevo che il Terracini non era incline a quella metodica, perché riteneva corretto che si continuasse il lavoro così come era stato iniziato; ma il materiale che gli fornivo lo convinse al punto che in pieno agosto mi raggiunse in mezzo alla rovente piana Padana, per offrirmi di concorrere al posto di assistente finalmente concessogli dal Ministero, e che mi avrebbe posto in grado di completare l’ancor lunga ricerca per l’ALI5.
Fu così che nel ’60 abbandonai Firenze e le trascrizioni medicee6 per Torino. Dove sulla cattedra di Glottologia al Terracini era frattanto succeduto un altro illustre Maestro, Giuliano Bonfante: che soleva, diversamente dai colleghi, trascorrere nell’ateneo le intere giornate. Motivo per cui, di contro ai normali assistenti presenti nei relativi istituti tre sole ore alla settimana, io – quando non mi trovavo in missione d’inchiesta – trascorrevo accanto a lui il tempo non impegnato nella cura della redazione dell’ALI7. Il dopocena lo dedicavo invece a tradurre un volume della Historische Grammatik der italienischen Sprache und ihrer Mundarten del Rohlfs (un progetto concepito già al tempo della tèsi). Ero difatti riuscito a convincere Giulio Einaudi a riprendere il progetto di pubblicazione, che era rimasto sospeso dopo che il traduttore del primo volume, un allievo del Contini, aveva abbandonato l’opera per avere iniziato una carriera nelle ferrovie. Avendo rintracciato e convinto quell’allievo, potei assumere l’incarico per il rimanente, con ovvia soddisfazione del Rohlfs. La vasta conoscenza ormai acquisita delle varie nostre parlate m’indusse a entrare in corrispondenza coll’Autore per proporgli sia correzioni, sia aggiunte al testo: che furono molto bene accolte8. Il Rohlfs finì per considerarmi una sorta di allievo a distanza, specie dopo un incontro nelle Calabrie, dove continuava le sue ricerche delle tracce del greco antico nei nostri dialetti meridionali9. Mi duole che soltanto dopo la sua scomparsa mi sia riuscito di ottenere l’unica dimostrazione inconfutabile della correttezza – esclusa, ben inteso, l’area salentina – delle sue tèsi magnogreche.
Per fortuna mia (e dell’ALI), un paio d’anni dopo la Vespa poté venir sostituita da una Fiat Seicento, grazie a un’apposita donazione del suo costo da parte di uno dei membri del Consiglio dell’ALI10. Sul finire del ’64 potei così terminare le mie centoventi inchieste dalle Alpi all’Aspromonte11: quando già avevo stampato un opuscolo (datato all’anno seguente) che valse a convincere Bonfante, Terracini e Rohlfs – oltre ad Avalle e Schiaffini e altri – a designarmi maturo per il prossimo concorso a cattedra12. Frattanto la fama ormai acquisita di unico dialettologo panitaliano aveva convinto Emilio Peruzzi a propormi di attraversare le Americhe alla ricerca di colonie italiane antiche e recenti, da esplorare per conto di un Centro per l’America latina da poco creato presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR). Affascinato dall’avventurosa prospettiva di viaggi in paesi lontani, accettai la proposta, e così fra il 1968 e il ’69 potei raccogliere in quel continente una vasta attestazione di dialetti nostrani13.
L’anno seguente in Urbino, dopo la riuscita nel concorso di Glottologia – dovuta anche a un lavoro illustrante la mia teoria dell’esagerazione linguistica quale strumento euristico14 – tramutai quella cattedra in una di Dialettologia italiana: la prima di tal nome assunta dal Ministero, che l’approvò insieme alla proposta di finanziamento di un’impresa detta Atlante Paremiologico Italiano15, da realizzare mediante tèsi di laurea di ricerca sul campo e intesa a illustrare una nuova disciplina, che avevo battezzato geoparemiologia16 e che aveva quale oggetto lo studio linguistico spaziale del proverbio. La concezione della nuova disciplina (così come dell’Atlante) era originata dalla frequenza con cui il collaboratore all’inchiesta dialettologica aggiungeva alla risposta la citazione di un proverbio che la voce richiesta gli aveva richiamato alla mente, e ch’era spesso connotato da rilevanti variazioni testuali17. La ricerca, fondata su un questionario che s’andava continuamente ampliando, risultava assai agevolata dalla presenza nell’ateneo urbinate di studenti provenienti dalle più varie regioni, fomentando una realizzazione per singole province; sicché le tèsi vennero infittendosi di anno in anno, e l’istituto di Linguistica si popolò di un gruppo di allieve che procedevano a trascrivere i dati raccolti su schedoni intitolati ai singoli detti: lavoro analogo a quello già attuato presso l’ALI torinese, e altrettanto manuale, come di norma sin dal medioevo.
Dal successo dell’impresa trassi motivo nel ’74 alla proposta di un Centro di ricerche e di studio dei Beni culturali marchigiani dell’università di Urbino, con la quale intendevo stimolare i colleghi ad assegnare anch’essi tèsi di ricerca sul campo, in perfetta armonia coll’impronta di rinnovo che a quell’ateneo aveva dato il suo rettore, Carlo Bo: il quale difatti prontamente approvò il progetto. Fu certo il primo centro del genere apparso in Italia, giacché a inaugurarlo venne – con somma mia sorpresa – Giovanni Spadolini, di recente divenuto appunto ministro dei Beni culturali; che giunse ovviamente scortato da giornalisti, donde la mia prima intervista. Il giorno dipoi la notizia dell’evento era riportata in prima pagina dai principali giornali, in più casi accompagnata dall’asserzione (motivata forse dal ministro?) che l’API era il ‘fiore all’occhiello’ dell’università urbinate. Presto mi ritrovai socio di due accademie, in Urbino e in Ancona, oltre che rappresentante dell’Ateneo nel Consiglio regionale marchigiano. Era davvero il caso di dire: troppa grazia, sant’Antonio!
Per anni a lezione avevo variamente discettato sui varî aspetti del proverbio, che riassunsi in un primo scritto teoretico (Franceschi 1978). Fu allora, se ben ricordo, che fui invitato dal Devoto a illustrare la mia attività – e visione – paremiologica nel suo Circolo linguistico fiorentino18. Nell’80 fui chiamato al Magistero di Firenze, che mi garantiva una sede distaccata per l’API nell’edificio albergante già la galileiana Specola. Qui potei in effetti riprendere – con un rinnovato stuolo di allieve – il lavoro redazionale. Fra i colleghi ritrovai con gran piacere antichi compagni di corso, quali Ornella Pollidori nei Castellani e Luigi Baldacci. La nuova sede non offriva tuttavia la varietà di provenienza degli studenti propria di quella urbinate, sicché l’API non disponeva più della precedente varietà degli apporti regionali. Decisi pertanto di progettare un piccolo atlante regionale, denominato Atlante Paremiologico Toscano (APT), circoscritto a una cinquantina di punti d’inchiesta e pertanto realizzabile in un lasso di tempo ragionevole. Oltre a ciò, per far progredire la vasta impresa nazionale mi risolsi ad ampliarne la struttura coll’estenderla ad altre università. Dopo aver raccolto, oltre all’ovvia approvazione rettorale, l’adesione di una mezza dozzina di docenti di materie affini alla mia in altrettanti atenei, potei realizzare, entro i tempi usuali dell’iter ministeriale, un Centro Interuniversitario di Geoparemiologìa (CIG), sotto presidenza fiorentina. Se il finanziamento per l’API era stato apprezzabile, quello destinato al CIG crebbe in proporzione alle varie cattedre.
Presto però mi trovai in vivo contrasto con una metà di quei colleghi, in quanto anziché attuare le ricerche concordate utilizzavano i milioni ministeriali per tutt’altre imprese: chi asserendo che nella sua regione i dialetti erano ormai disusati (a me, che quella regione troppo ben conoscevo!), chi limitandosi a ringraziarmi dei danari, che gli facevano comodo per altre sue ricerche; e chi più accortamente tacendo. Indignato, esposi la situazione in una lettera al Presidente della Repubblica, nella sua qualità di vertice della nostra Magistratura. Ne ebbi in risposta una lettera piena di elogi per la mia impresa, ma senza una sillaba sul merito, a conferma dell’idea che della nostra classe politica avevo avuto modo di farmi nel decennio urbinate; idea per altro presto confermata dallo scandalo rimasto celebre col nome di Mani pulite.
Col tempo tuttavia (e dopo la sostituzione di una regione con un’altra) mi riuscì di avviare una efficace collaborazione delle varie sedi, che vide attiva principalmente quella torinese19; pur se le inchieste restavano per la massima parte organizzate dalla sede fiorentina. Della quale cade qui opportuno rilevare che s’era venuta adeguando ai nuovi tempi grazie all’acquisizione dei moderni strumenti digitali ormai disponibili sul mercato. Il calcolatore elettronico (che l’amico Castellani aveva proposto di denominare «computiere», e che in Italia à conservato invece la forma inglese «computer») veniva a rivoluzionare l’opera di redazione dell’API. Seguendo il consiglio del mio figliolo Enrico20, acquistai dapprima una macchina della Olivetti (il modello M380, uno dei primi computer personali prodotti in Italia), a cui negli anni fecero séguito molti esemplari di computer, desktop e ‘portatili’ (ben più grandi degli attuali), con annesse stampanti, oltre a varî modem e altri dispositivi atti a seguire l’avvento di internet. Ne derivò tutt’altro andamento del lavoro redazionale, che risultò così velocizzato come perfezionato (grazie anche all’adeguamento tecnico delle operatrici).
Frattanto la fama della nuova impresa s’era diffusa anche fuor d’Italia, e non di poco21. Dall’estero mi giunse una quantità d’inviti a illustrar la mia impresa, che attraverso due decennî mi fecero conoscere ampiamente l’Europa, da Aix-en-Provence a Pietroburgo22. Un rapporto privilegiato l’API ebbe tuttavia con la Spagna, a séguito dell’iniziativa di Julia Sevilla Muñoz, giovane docente dell’Università complutense di Madrid, che attorno alla rivista di paremiologia da lei diretta aveva saputo riunire una folta schiera di cultori della materia23. Ella nel ’94, oltre a ospitare nella sua rivista un mio articolo di aggiornamento su teoria e pratica della ricerca nostrana (Franceschi 1994), organizzò per me conferenze in una serie di atenei spagnoli24, per poi chiamarmi ad aprire in Madrid il Primer Congreso internacional de Paremiología del ’96; dove fra gli altri conobbi Wolfgang Mieder, il ben noto tedesco americanizzato che da tempo aveva raccolto nella rivista Proverbium le fila dei precedenti maggiori studi paremiologici, e che nell’università del Vermont è venuto pubblicando una serie di volumi di cui ha continuato a omaggiare il CIG sino alla sua chiusura.
Non meno numerose le richieste in patria, donde una serie di lavori in cui alle inevitabili ripetizioni s’aggiungevano le nuove notazioni teoretiche che venivo elaborando di mano in mano nei corsi dialettologici25. Sul finire del secolo il CIG venne finalmente dotato di una sede proporzionata all’attività (con due ampî saloni e altri ambienti), assegnataci dal rettore Paolo Blasi – un fisico, che come tale poteva apprezzava il valore della ricerca sul campo meglio degli umanisti. Ma da qualche anno ormai la storica Facoltà di via del Parione era stata soppressa dal Ministero, sicché molti di noi si ritrovarono in quella di Lettere. In un primo tempo io mi rallegrai di ritornare là dove mi ero formato; presto tuttavia mi trovai a rimpiangere il vecchio ambiente, giacché in quello nuovo il clima risultava assai meno disteso e cordiale, nei miei riguardi almeno. Forse, a giudizio di taluno, perché disponevo di un ampio e autonomo istituto di ricerca; secondo altri, perché la Facoltà già disponeva di un corso dialettologico tenuto dalla collega Gabriella Giacomelli, con la quale già godevo di un ottimo rapporto26. Per esser dotato di due cattedre di sì raro titolo, accompagnate da una impresa nazionale, l’Ateneo fiorentino poteva definirsi il centro dialettologico d’Italia27. In breve tempo tuttavia quelle cattedre sarebbero entrambe sparite; e la materia stessa sembra avviata a scomparsa. E così la geoparemiologia28, di cui per altro non ero riuscito (pare per l’assenza di appoggi politici) a fare aggiungere all’elenco delle discipline ministeriali.
L’attività del CIG proseguiva intanto regolarmente, pur dopo ch’era venuto a mancare il finanziamento ministeriale per esser la sua concessione giunta a dipendere da un collega che mi aveva in dichiarata antipatia, perché non appartenevo alla sua parte politica29, e che mi fece sùbito intendere che da quella fonte l’API non avrebbe più incassato un soldo. Mantenne la parola; tuttavia per andare avanti era sufficiente il consueto finanziamento del CNR. Ma nei primi anni del nuovo millennio entrai in quiescenza, e dovetti rinunciare alla direzione ufficiale del CIG, trattandosi di un organo dell’ateneo. La cattedra di Dialettologia italiana, in mancanza di adeguati aspiranti (anche Luciano Giannelli, mio assistente, era atteso da altra cattedra nella sua Siena), fu occupata da un’italianista allieva del Castellani. In breve il Centro venne privato dell’ampia sede, e i vasti suoi materiali finirono ammucchiati in piccoli spazî di un antico palazzo in borg’Albizi, accanto ad altro materiale del dipartimento di Italianistica (che, a quanto ricordo, era in procinto di trasferirsi in una nuova, più degna sede). I lavori redazionali si continuarono, seppur con minore intensità, in un piccolo locale. L’attività di ricerca proseguì ancora in varie regioni; nel 2010 nella pugliese Andria si celebrò l’ultimo congresso dell’API, organizzato in memoria della valorosa allieva Paola Chicco, prematuramente scomparsa. Un lustro più tardi, nell’aprire il convegno cagliaritano di Fraseologia e Paremiologia curato da Cosimo De Giovanni, comunicai l’ulteriore perdita del finanziamento da parte del CNR, causata dall’omissione dell’imprescindibile richiesta di rinnovo da parte del mio successore nella direzione del CIG30. La conseguente mancanza di mezzi veniva a concludere forzosamente le ricerche, con la sola eccezione di quelle per l’APT, che poterono venir successivamente completate grazie a un fondo assegnatomi dalla Cassa di Risparmio di Firenze31. Ciò non pertanto un’ultima inchiesta si realizzò nel Mezzogiorno (senz’altro nostro carico che la mia guida a distanza) nella veste di una tèsi di laurea discussa presso l’università di Potenza. Una ricerca, noto, da cui potei apprendere un fatto notevolissimo e sin allora insospettato: la sopravvivenza, nella seconda e terza persona singolare del verbo, dell’uscita consonantica latina in un paesello lucano. Una bella conferma alla definizione della geoparemiologia quale branca specialistica della dialettologia.
Ma in quegli anni l’API perdeva anche l’ultima, modestissima sede, rischiando così una totale dispersione di tutti i suoi preziosi strumenti e – peggio – dell’amplissimo tesoro dei dati raccolti, e in gran parte trasferiti nei computer. Una sera mi fu segnalato che l’Ateneo aveva perduto la legale proprietà dell’edificio di Borgo degli Albizi (senza che nessuno si prendesse cura di farmene parola), e che già l’indomani sarebbe cominciato il trasferimento in un qualche deposito dei materiali ivi contenuti, senza che sene potessero conoscere le sorti. Mi trovai a dover prelevare in piena notte, coll’aiuto di qualche allievo, quanto mi fu possibile porre in salvo dei preziosi materiali dell’API presenti nel palazzo (libri e studî personali compresi), per raccoglierli nella mia soffitta. Successivamente un membro del dipartimento di Italianistica annunciò pubblicamente che si apprestava a mandare in onda tutti i materiali dell’API: asserzione sorprendente non tanto per il proposito di appropriarsi dell’altrui lavoro (secondo un’antica tradizione) quanto per la franchezza con cui l’intento veniva palesato. Mene allegrai, perché la dichiarazione mi confermava la sopravvivenza delle nostre apparecchiature all’interno di quel dipartimento32. Alla cui direzione pertanto scrissi per chiarire la situazione, e ottenere la restituzione di tutto ciò ch’era di spettanza dell’impresa da me fondata e diretta durante un quarantennio. Non avendo ottenuto risposta neppure a una seconda lettera, mi consultai con un collega più assai di me esperto delle vicende universitarie, traendone la conclusione che avevo preteso di riuscire a costruire un gran progetto nazionale senza ricorrere ad appoggi esterni alla scienza; sicché, da semplice cittadino, non mi restava che accettare lo scacco subìto dalla mia presunzione, e dedicare la restante vita ai molti interessi a lungo trascurati a causa del troppo tempo sottrattomi dalla cura di API e CIG, lasciando alle prossime generazioni di recuperare il più possibile di una grande ricerca che poneva una volta di più l’Italia all’avanguardia in una scienza, e che era stata così efficacemente osteggiata33.
Fu così che mi risolsi a ritornare al passato, per dedicarmi alle ricerche che da sempre più mi appassionavano: gl’inesplorati aspetti dello svolgimento del nostro linguaggio, dal latino repubblicano a tutto il ventesimo secolo. E, prima ancora, a un quesito che già in quarta ginnasio avevo posto invano: come fosse ammissibile che, nel trarre dal fenicio il proprio alfabeto, gl’Ïoni avessero scelto il digramma ου per rappresentare il singolo fonema /u/. Giacché, sulla scorta dell’evoluzione dal latino al francese, mi appariva ovvio riportare quella soluzione grafica a una fase seriore. Un confronto storico mi valse a evidenziare che un medesimo grafema greco era stato assunto due volte, a distanza di secoli, nell’alfabeto latino: la prima nella forma ridotta ‘europea’, col valore di /u/, e la seconda nella forma originaria ionica, in corrispondenza dell’evoluzione a /ü/ (che in bocca romana volgerà poi a /i/) che in quel dialetto il fonema originario aveva frattanto subìto. E appunto il dialetto ionico costituiva la base del linguaggio che l’impresa di Alessandro Magno aveva diffuso nell’area afro-asiatica. Ossia del greco ellenistico, la lingua ‘comune’ in quanto scritta, ma nel parlare realizzata secondo il sostrato semitico levantino, dal vocalismo estremamente ridotto rispetto alla vasta estensione di quello indeuropeo. In tale forma appunto il greco venne primamente appreso da Roma al tempo di Cesare, il quale non poté conoscerne altri (e non certo quello dell’ormai dimenticata Atene). Fu sempre dal greco ellenistico che infine, per la mediazione di Costantinopoli, derivò il neogreco. La tradizione dòtta à indebitamente esteso al parlare dell’antica Ellade una dizione palatalizzata /ü/ dell’estrema velare, che era stata invece certissimamente ignota alla lingua di Omero così come di Platone. Errore che à indótto a trasformare fra gli altri «turreno» in «tirreno», così come a mutare gli antichi «assuri» in «assiri»; laddove la lingua parlata volgeva invece, ad esempio, il gatto assuriano in «soriano».
Il chiarimento della qualità del greco che prese a influire il latino mi condusse altresì a risolvere il persistente mistero della trasformazione del vocalismo latino in quello neolatino, prodottosi nel primo secolo della nostra èra34 mediante la sovrapposizione alla tradizionale sillaba latina, a durata variabile, della sillaba ellenistica a durata fissa (la stessa ch’è propria delle odierne nostre lingue). Un’operazione che, abbreviando la durata della vocale interna rispetto alla final di sillaba, ne induceva un suono più aperto, donde quella fusione tra vocali similari che generò il vocalismo neolatino (con una trasformazione morfologica che indusse quella sintattica)35. La cui evoluzione non poteva attribuirsi (come ingenuamente proposto nel passato) all’influsso dal basso di una qualche parlata prelatina, ma solamente – come sempre, a mio giudizio, accade – a quello di una tradizione maggiormente pregiata, quale al tempo era il parlare ellenistico; anche per essere associato al dilagare della nuova religione cristiana, apportata a Roma dalle masse degl’inurbati di origine levantina.
A questo punto mi era aperta la via a seguire l’evolversi del neolatino trapiantato da Roma nell’Etruria settentrionale, a principiare dal quarto secolo, allorché venne posto sul corso dell’Arno il confine meridionale del territorio compreso nell’Italia annonaria, sicché la porzione superiore della regione toscana rimase compresa nel vasto e potente vescovato milanese (le strutture religiose prevalevano ormai decisamente sulle laiche). Sin d’allora su quella striscia di territorio, incentrata in Lucca, principiò un influsso padano, destinato a moltiplicarsi più tardi, e specialmente nel nuovo millennio, quando il progresso economico e culturale dell’area padana superava d’assai quello peninsulare. Ma questo non bastava a giustificar la peculiare evoluzione del linguaggio nella secondaria Firenze: dove la poesia dantesca evidenzia (accanto a lombardismi straordinariamente corretti rispetto a Lucca o Pisa) un eccezionale livello culturale, quale poteva ammettersi soltanto nel mondo clericale. Incentrai perciò l’indagine sulla Badia fiorentina, di cui supposi – sulla traccia della scelta di Dante di farsi introdurre nell’empireo da Bernardo, il fondatore del monachesimo cistercense – una colonizzazione precoce da parte dei monaci della milanese Badia di Chiaravalle. Un’ipotesi a cui trovai tosto ottime conferme, tra cui spicca la sonorità della sibilante intervocalica nella dizione del latino di Toscana: fenomeno che si arresta al confine meridionale della regione. Mi dedicai poi ad analizzare la parlata dantesca, di cui evidenziavo gli aspetti di chiara origine padana in ogni campo, e in ispecie nell’evoluzione del pronome e dell’articolo, da ILLE originati. Di qui venne ovvio passare al linguaggio rinascimentale, e così fino alla lingua d’oggi: di cui per certi aspetti potevo meglio di altri discorrere grazie all’ampia conoscenza dialettologica precedentemente esperita.
La lunga serie di risposte che venivo così ottenendo ai tanti problemi dello svolgimento della nostra lingua – che à formato l’oggetto di un complesso volume (Franceschi 20242), oltre a pubblicazioni minori (Franceschi 2022a, 2022b; ecc.) – poteva parzialmente confortarmi dell’interruzione dell’impresa paremiologica ch’era originata dall’occasionale accostamento del detto popolare a un’indagine geografica, e della quale ritenevo esaurita la serie di osservazioni teoretiche che ne avevo derivata; ciò che giustificava il passaggio ad altri argomenti per me più fondamentali, e il cui risultato mi appariva di assai maggior rilievo che l’invenzione di una disciplina. Tutto ciò non valeva tuttavia a sopprimere in me la coscienza del dovere di conservare quanto possibile il tesoro di dati scientifici raccolti in tanti anni grazie al lavoro di tanti ricercatori, e ai milioni versati dallo stato ossia dai cittadini. Nel corso degli anni ò pertanto costantemente curato, quanto meglio potevo, la conservazione dei materiali rimasti in mio possesso, provvedendo inoltre a finanziare una digitalizzazione dei nastri pertinenti alle inchieste – così paremiologiche come dialettologiche, ivi comprese quelle d’America – così da poterne offrire copia agli enti che vogliano succedermi nell’attuazione dei programmi, o almeno nella conservazione dei dati. Un lavoro lungo e complesso (specie per quanto riguarda le grandi e numerose bobine del registratore Uher da molti di noi utilizzato, e da tempo affatto disusato). Confido che finisca prima di me36.
Mi rallegra riscontrare il rifiorire della paremiologia, in particolare col gruppo della giovane rivista Phrasis, e mi auguro che la nostra esperienza riesca di giovamento ai nuovi studî. Di recente la Crusca à pubblicato un’opera su cui in quell’Accademia da tanto tempo si lavorava: i cinquecenteschi Proverbi italiani del Serdonati, curati da Paolo Rondinelli – già collaboratore dell’API – e introdotti da una bella prefazione (l’estrema opera dell’amico Piero Fiorelli, che da poco ci à lasciato); e che sarà l’oggetto di un prossimo congresso internazionale organizzato dall’infaticabile Julia Sevilla Muñoz. Un bel pronostico per il nostro argomento.
Bibliografia
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Franceschi, Temistocle. 20242 (2020). Profilo di storia politico-linguistica dell’italiano. L’apporto padano al toscano nella costruzione dell’idioma nazionale. Alessandria: Edizioni dell’Orso.
1 Che vantava di essere stato dichiarato il migliore d’Italia quarant’anni avanti.
2 Dal quale corsi il rischio di ereditare, in aggiunta a quello ellenico dell’avo paterno Temistocle, un secondo nome merovingio.
3 Di cui serbo un grato ricordo, oltre a una foto che mi volle donare, e che tengo accanto a quelle che di sé mi diede poi il Terracini.
4 A cui ricorrevo l’estate per raggiungere le Alpi da scalare.
5 Nel merito ebbi più tardi la soddisfazione di ricevere una lettera da una giovane, nativa di una delle località campane da me esplorate e laureatasi in una università tedesca dotata di una modernissima apparecchiatura di analisi del suono, che mi comunicava compiaciuta di aver ricevuto attestazione di una perfetta corrispondenza delle mie trascrizioni (di cui aveva ottenuto copia dall’ALI) con la registrazione – eseguita in quella sede – del suo parlare.
6 Che solo dopo oltre mezzo secolo dovevano trovare parziale collocazione in un libro storico ricco di citazioni quattrocentesche, in parte ancora ignote alla Crusca (Franceschi 2015).
7 A cui lavoravano Alma Sacuto, la segretaria del Terracini, e l’anziana signora Visin, una simpatica triestina.
8 Una riedizione dell’opera tradotta è stata di recente, e molto opportunamente, attuata ad opera della Accademia della Crusca.
9 Dieci anni più tardi soleva venirmi a trovare in Urbino non appena, al rientro da una delle sue campagne in Grecia, sbarcava in Ancona; e i miei figli potevano ammirare la semplicità di maniere di un sì famoso personaggio.
10 Il dono era coperto dall’anonimato, tuttavia venni poi a sapere che proveniva da Vittorio Sàntoli, il germanista di Firenze: bella persona che ricordo volentieri, e che penso abbia provato compassione per l’antico allievo.
11 Dove, in un arcaico abituro di Bova, potei intervistare uno degli ultimi portatori del magnogreco.
12 Il Bonfante, a cui avevo definito un controsenso l’attribuzione all’antica Roma dell’origine della nostrana lettura costantemente aperta delle vocali toniche medie del latino, mi aveva sfidato a trovare una spiegazione migliore di quella del Rajna; e nel giro di un mese lo sorpresi favorevolmente presentandogli la mia tèsi secondo cui quella lettura risaliva alla Schola Palatina di Carlo Magno, tèsi convalidata da un opportuno confronto dei testi latini merovingi con quelli carolingi. Al che inoltre aggiungevo una ricostruzione schematica dei principali fenomeni neolatini riportata a quell’impero, secondo la mia visione (sempre poi mantenuta) di una costante discesa dall’alto delle innovazioni, e della lor diffusione attraverso le strutture clericali.
13 Da quei viaggi potei purtroppo trarre un solo paio di volumi, a causa del fallimento economico di quel Centro, il cui segretario aveva scelto di volare a Cuba per consegnare a Fidel Castro l’ingente patrimonio affidatogli. Conseguentemente gli altri significativi materiali raccolti andarono perduti.
14 Criterio utilizzato già nella tèsi di laurea.
15 Finanziamento a cui presto s’aggiunse quello del Consiglio Nazionale delle Ricerche.
16 L’Enciclopedia Treccani registra il neologismo, pur se non mene riconosce l’invenzione.
17 Fatto che già nel ’65 aveva ispirato una breve comunicazione intitolata Proverbî e detti calabro-lucani (Franceschi 1965).
18 Bel luogo tradizionale di apertura alla discussione ma non al vezzo degli applausi finali: che a mio gusto dovrebbero riservarsi unicamente alle manifestazioni artistiche, non già a quelle scientifiche. [Per una ricostruzione della presenza di Franceschi al Circolo Linguistico Fiorentino, si veda Alessandro Parenti, “I quaderni del Circolo Linguistico Fiorentino”, in Il Circolo Linguistico Fiorentino. Testimonianze e frammenti, a cura di A. Parenti (Leo S. Olschki Editore, 2022), 61. NdR]
19 Pur se non sempre quei laureandi venivano sufficientemente istruiti sul metodo, per cui talune di tali tèsi piuttosto che una veridica attestazione della tradizione locale presentano una traduzione in dialetto del testo proposto.
20 Oggi ingegnere, tecnologo al servizio della ricerca astrofisica, ma al tempo ancora studente.
21 Ricordo una lettera giuntami addirittura dalla Tasmania!
22 Alla richiesta pervenuta dall’Argentina risposi invece delegando l’ottima allieva Lucrecia Beatriz Porto, di quel Paese originaria.
23 Non va dimenticato che nel campo paremiologico la Spagna vanta una peculiare cultura di radici medievali, valorizzata già sin dal Quattrocento da Iñigo López de Mendoza, marchese di Santillana.
24 Vicenda che si ripeté in altre sedi qualche anno dopo. Peculiare la visita a Salamanca, dove trovai ad attendermi il Vicerettore, che parlando in uno splendido italiano mi fece visitare e ammirare quella celebre università.
25 Quei testi si ritrovano in buona parte nella seconda metà delle mie Pagine sparse (Franceschi 2008). Un’ulteriore analisi è stata ben riassunta nel lavoro dell’allieva Patrizia Bessi (2004).
26 Pur lei laureata col Battisti, da cui era stata dotata, mediante apposita donazione all’università, di una cattedra a vita, ossia destinata a scomparire con lei. Aveva fra l’altro organizzato un Atlante Lessicale Toscano (ALT), pur esso nutrito delle ricerche degli allievi.
27 Ma era forse proprio questo che dispiaceva a qualche collega, che si risentiva della fama di una disciplina che concepiva come deteriore. Un’ipotesi che risulterebbe coerente col fatto che al funerale della Giacomelli, perita in un tragico incidente, mi ritrovai tutto solo a rappresentare l’Ateneo.
28 La disciplina appare invece in continuo progresso in Ispagna, per merito di quei valorosi colleghi.
29 È anche probabile che pur lui mi avversasse in quanto presunto massone, come già m’era accaduto nel periodo urbinate: quando appresi di esser ritenuto tale per esser nota la mia indipendenza da legami politici, sicché non appariva concepibile che in Italia si potesse guadagnare una cattedra universitaria senza goder dell’appoggio di un qualche gruppo di potere. Ricevetti infatti un giorno la visita di uno sconosciuto (membro di altro ateneo) che pretendeva (non so immaginare a qual titolo) che lo raccomandassi al mio cugino romano Bruno Paradisi – l’illustre giurista fra l’altro direttore della Treccani giuridica – che colui definiva ‘un noto Trentatré’. Ovviamente sen’andò deluso, senza chiarirmi come avesse fatto a scoprire quella parentela. Dal cugino ebbi poi a sapere che a sua volta aveva udito parlare di me quale massone: laddove a tale associazione eravamo parimenti estranei. Un aneddoto caratteristico della mentalità corrente in certi nostri ambienti.
30 A nulla eran valse le sollecitazioni della vicerettrice (squisita persona) ad evitare che l’Ateneo perdesse un importante Centro nazionale, unico nel suo genere («io séguito a ricordarglielo, ma se lui non lo vuol fare, non lo posso obbligare!»).
31 Analoga richiesta avevo in verità già rivolto alla Regione Toscana, alla quale portavo ad esempio l’ingente contributo versato dalla Regione Piemonte all’ALI di Torino; ricevendone la franca risposta che qui si prendevano in considerazione le sole imprese culturali dotate di ricaduta politica.
32 Oltre a farmi comprendere che l’oratore parlava senza conoscere l’argomento di cui trattava: una immissione on line di sfilze di vocaboli dialettali prive di precisi riferimenti testuali e geografici sarebbe rimasta priva di significato.
33 A conforto di sì triste memoria della sede fiorentina mi soccorre una rimembranza del diverso rapporto col settore amministrativo. Sul finire della carriera, una delle giovani che provvedevano a smaltire le spese del CIG ebbe a dirmi sorridendo che per loro la mia ricerca significava un aumento di lavoro; ciò che m’indusse a replicare con un invito a cena in un noto ristorante. Vennero in buon numero, e fu assai piacevole incontro. Al termine degli ultimi fondi, mi fu proposta una replica, a cui volentieri aderii; ma quando in fine mi alzai per andare a pagare fui arrestato da una risata collettiva. Era tutto già sistemato, stavolta ospite ero io (la volta precedente dovevano essersi attese di vedere il conto addossato alla ricerca). Il ricordo di quel paio di riunioni conviviali allevia ancora la coscienza del mio rapporto coll’Ateneo.
34 E non certo nel secolo quarto, come voleva una superficiale opinione che si fondava sugli ultimi resti della tradizione poetica classica.
35 Secondo il detto criterio, il mantenimento della quantità vocalica breve nei monosillabi già uscenti in consonante caduca valeva altresì a chiarire l’altro ‘mistero’ del raddoppiamento sintattico, che tuttora si conserva nell’italiano.
36 Pur se mi sento nel tradizionale dovere di superare il mio Maestro Bonfante, che sen’andò a 101.