Il tema
Una lettura intersezionale della giustizia tra gruppi di età: limiti e possibilità
An Intersectional Reading of Justice Between Age Groups: Limitations and Possibilities
Università del Piemonte Orientale, Italy
Abstract. This article contributes to the debate on justice between coexisting generations from a relational and intersectional perspective, investigating how age intersects with other social categories in shaping dynamics of inequality and discrimination. Therefore, the article presents the concept of ageism and considers intersectionality essential to grasp how the social construction of age is shaped by patriarchal assumptions, exposing women more to ageism. The article also explores possible limitations of an intersectional perspective to justice between age groups, highlighting the difficulties in considering the ‘young’ and the ‘old’ as social groups and emphasising the predominance of gender, compared to age, in gendered ageism.
Keywords: intergenerational justice, age groups, intersectionality, ageism.
Riassunto. Questo articolo intende contribuire al dibattito sulla giustizia fra generazioni compresenti da una prospettiva relazionale e intersezionale, indagando come l’età si intrecci con altre categorie sociali nel modellare dinamiche di disuguaglianza e discriminazione. Pertanto, l’articolo presenta il concetto di ageismo e considera l’intersezionalità essenziale per cogliere come la costruzione sociale dell’età sia plasmata da presupposti patriarcali, esponendo maggiormente le donne all’ageismo. L’articolo indaga inoltre i possibili limiti di una prospettiva intersezionale alla giustizia fra gruppi di età, evidenziando le difficoltà nel considerare ‘giovani’ e ‘anziani’ come gruppi sociali e sottolineando il ruolo predominante del genere, rispetto all’età, nel gendered ageism.
Parole chiave: giustizia intergenerazionale, gruppi di età, intersezionalità, ageismo.
Index
2. Giustizia tra generazioni compresenti: una mappa essenziale del dibattito
2.1. Che cosa intendiamo per “generazione”? Coorti e gruppi di età
2.2. Che cosa intendiamo per “giustizia” fra coorti e gruppi di età?
2.3. Giustizia fra gruppi di età: eguaglianza relazionale e ageismo
3. Giustizia tra gruppi di età e intersezionalità
3.1. Ageismo e infantilizzazione da una prospettiva intersezionale
3.2. Ageismo e intersezionalità: i limiti
La filosofia politica normativa contemporanea si è avvicinata solo recentemente alle questioni relative alla giustizia tra generazioni compresenti. Un’attenzione crescente è stata rivolta al rapporto tra generazioni presenti e future, con particolare riferimento alle responsabilità delle prime nei confronti delle seconde. Assai meno indagato è il rapporto tra generazioni compresenti, che tuttavia solleva questioni rilevanti, sia in un’ottica di equità distributiva sia in un’ottica di eguaglianza relazionale. A rendere complesse le relazioni fra generazioni compresenti contribuisce l’intrecciarsi di altre forme di ingiustizia, discriminazione e oppressione che pongono i membri della stessa generazione in posizioni sociali differenti.
Il presente articolo ha l’obiettivo di contribuire a stimolare il dibattito emergente sulla giustizia fra generazioni compresenti. In primo luogo, pone l’accento sulla dimensione relazionale della giustizia tra gruppi di età. Inoltre, dal punto di vista metodologico, questo articolo adotta esplicitamente una prospettiva intersezionale, al fine di indagare come l’età si intrecci con altre categorie sociali, in particolare il genere, nel modellare dinamiche di disuguaglianza e discriminazione.
Per comprendere le forme di oppressione legate all’età, quali l’infantilizzazione che colpisce sia i giovani adulti sia gli anziani, introdurremo innanzi tutto il concetto di ageismo. In seguito, sosterremo che il concetto di intersezionalità elaborato nella letteratura femminista sia uno strumento essenziale per cogliere come la costruzione sociale dell’età e dei gruppi di età – nonché degli stereotipi ageisti associati a giovani e anziani – sia plasmata da presupposti patriarcali. Per questa ragione, come vedremo, le donne non solo sono maggiormente esposte all’ageismo, ma anche particolarmente vulnerabili a forme specifiche di gendered ageism, specialmente nel contesto lavorativo. In particolare, mostreremo come l’infantilizzazione subita dalle donne a causa del genere si intrecci con quella subita a causa dell’età. Inoltre, sosterremo che il concetto di intersezionalità consente di porre in rilievo ulteriori fonti di discriminazione, oltre a quelle derivanti dall’oppressione di genere (quali il razzismo, il classismo, l’abilismo e l’omofobia). Concentrandoci sul caso del razzismo, mostreremo che un approccio intersezionale consente di cogliere l’intrecciarsi dell’ageismo e del sessismo con gli stereotipi negativi associati alle minoranze razzializzate, anch’esse esposte all’infantilizzazione, nel determinare le forme di trattamento inferiorizzanti.
Tuttavia, intendiamo anche porre in rilievo le possibili criticità nell’adozione di una prospettiva intersezionale alla giustizia fra gruppi di età. Dal punto di vista concettuale, evidenzieremo le difficoltà nel considerare ‘giovani’ e ‘anziani’ come veri e propri gruppi sociali. Dal punto di vista normativo, sottolineeremo come, nell’analisi delle forme di discriminazione generate dall’intersezione fra sessismo e ageismo, il genere abbia un ruolo predominante rispetto all’età. Ciò non significa, però, che l’età sia ininfluente e irrilevante nel dare forma alle disuguaglianze relazionali. Al contrario, un approccio intersezionale consente di cogliere come l’ageismo, pur non essendo la fonte di discriminazione principale, vada a esacerbare forme di discriminazione derivanti da altre fonti, come il genere o l’appartenenza a gruppi sociali razzializzati. Ad esempio, se a causa della giovane età un ventenne tende a essere considerato un interlocutore meno affidabile e degno di ascolto di un uomo di mezza età, una giovane donna o un giovane appartenente a una minoranza etnica inferiorizzata tendono a esserlo ancor di più.
Questo lavoro mira, quindi, ad ampliare il dibattito filosofico sulla giustizia intergenerazionale, offrendo un contributo innovativo che pone in dialogo la letteratura emergente sulle questioni di giustizia tra gruppi di età con la letteratura sull’intersezionalità, prestando particolare attenzione alle complesse interazioni tra età e genere nella società contemporanea.
2. Giustizia tra generazioni compresenti: una mappa essenziale del dibattito
Nelle pagine seguenti, ci interrogheremo sull’opportunità di adottare una prospettiva intersezionale alla giustizia fra gruppi di età. Tuttavia, in primo luogo è necessario chiarire che cosa si intende per generazione, distinguendo fra coorti e gruppi di età. In secondo luogo, è opportuno soffermarsi sul significato di giustizia, prevalentemente – ma non esclusivamente – inteso dai filosofi politici come equità distributiva (fairness). Questa sezione offrirà quindi un quadro del dibattito sulla giustizia distributiva fra coorti compresenti e fra gruppi di età, nonché dell’emergente dibattito sull’eguaglianza fra gruppi di età. Si concentrerà poi sulla dimensione relazionale della giustizia fra gruppi di età, che costituisce il nostro focus in questo paper, e presenterà il concetto di ageismo, centrale per comprendere le forme di discriminazione ingiusta basate sull’età.
2.1. Che cosa intendiamo per “generazione”? Coorti e gruppi di età
In filosofia politica normativa, quando ci si riferisce alla giustizia intergenerazionale, ci si riferisce tipicamente alla giustizia fra coorti. Una coorte è un gruppo di persone che sono nate nello stesso periodo storico. Ad esempio, i Baby Boomers sono una coorte di persone nate in uno specifico intervallo di tempo (1946-1964). I membri di una coorte, invecchiando, attraversano diverse fasce d’età ma appartengono alla stessa coorte per tutta la vita. Tuttavia, quando ci si riferisce alla giustizia tra generazioni compresenti, ci si riferisce talvolta anche a ‘giovani’ e ‘anziani’, intesi come gruppi di età. Un gruppo di età è costituito dalle persone che si trovano in una certa fase della vita. Ad esempio, con ‘giovani adulti’ si intendono tipicamente coloro che hanno fra i 18 e i 30 anni, anche se l’estensione di un gruppo di età può variare in diversi contesti (ad esempio, un cinquantenne può essere considerato ‘anziano’ come lavoratore in un mercato del lavoro dove il pensionamento avviene a 65 anni, ma non è anziano rispetto alla popolazione generale di una società dove la speranza di vita è di 85 anni). Diversamente dall’appartenenza ad una coorte, l’appartenenza ad un gruppo di età è temporanea: invecchiando, l’individuo esce da un gruppo di età ed entra in un altro.
Quando ci si chiede che cosa dobbiamo alle generazioni future, si pone una questione di giustizia fra coorti: che cosa le coorti attualmente viventi devono alle coorti future. Una questione simile si pone quando ci chiediamo se i Millennial, come generazione, siano svantaggiati rispetto ai Baby Boomer. Il punto è se, nel corso della loro vita, i Millennial ricevano dal sistema di cooperazione sociale altrettanti benefici rispetto ai Baby Boomer (ad esempio, per quanto riguarda la protezione sociale, i sistemi pensionistici e l’istruzione). Quando invece ci si interroga sull’equità della quota di spesa pubblica dedicata alle pensioni rispetto a quella dedicata all’istruzione dei giovani, si solleva una questione di giustizia fra gruppi di età. Juliana Bidadanure ha messo in rilievo la carenza di teorizzazione nell’ambito della giustizia tra gruppi di età. Sebbene già nel 1988 Norman Daniels avesse dedicato una monografia all’argomento, solo un altro testo specificamente dedicato alla giustizia tra gruppi di età è stato pubblicato negli ultimi decenni.1
Come sostenuto da Bidadanure2 è opportuno distinguere fra questioni di giustizia tra coorti e questioni di giustizia fra gruppi di età, sebbene le due questioni siano fra loro connesse, in quanto il trattamento ricevuto in una certa fase della vita può avere ripercussioni sulla vita intera, assumendo pertanto una valenza coortale. Tuttavia, distinguere fra coorti e gruppi di età non è ancora sufficiente a comprendere che cosa intendiamo con giustizia fra generazioni. Che cosa significa trattare giustamente o ingiustamente qualcuno in quanto membro di una coorte o di un gruppo di età?
2.2. Che cosa intendiamo per “giustizia” fra coorti e gruppi di età?
Nella filosofia politica normativa, il paradigma della giustizia prevalente è quello distributivo, che intende la giustizia come equa distribuzione dei benefici della cooperazione sociale (risorse, benessere, opportunità, ecc.). In generale, l’obiettivo delle teorie della giustizia liberali ed egalitarie è quello di neutralizzare gli effetti delle contingenze legate alla lotteria della nascita rispettando l’autonomia dell’individuo. Poiché è ingiusto che alcune persone stiano peggio di altre per cause indipendenti dalle loro scelte, nessuna persona dovrebbe essere svantaggiata per essere nata in una certa coorte piuttosto che in un’altra. Specialmente per i luck egalitarians, i confronti interpersonali possono essere fatti soltanto tenendo conto della vita intera, poiché le diseguaglianze che dipendono dalla responsabilità individuale non richiedono di essere compensate attraverso la redistribuzione. Pertanto, i teorici della giustizia distributiva hanno prevalentemente considerato la vita intera come arco temporale normativamente rilevante per valutare l’equità della distribuzione fra i membri di una società.
Nella “prospettiva della vita intera” o complete lives view, secondo l’espressione coniata da McKerlie, le diseguaglianze fra due individui in un dato segmento temporale della loro vita non sono di per sé rilevanti, se i due individui ricevono ciò che è loro dovuto nel corso della vita intera. Alcuni autori, come Temkin3 e lo stesso McKerlie, hanno obiettato a tale visione puramente diacronica della giustizia distributiva, sostenendo che le diseguaglianze sincroniche tra individui in un dato segmento della loro vita possono essere moralmente problematiche indipendentemente dal fatto che determino una diseguaglianza fra le vite intere degli individui in questione. L’adozione di una prospettiva sincronica alla questione dell’equità si scontra però con il problema dell’arbitrarietà nella scelta del segmento temporale rilevante in cui effettuare la comparazione.4 La prospettiva della vita intera resta quindi a oggi la prospettiva prevalente nel dibattito sulla giustizia distributiva tra generazioni.
Tuttavia, le diseguaglianze di trattamento possono avere una rilevanza normativa anche quando non minano la giustizia distributiva misurata sulla vita intera. Per esempio, forme di dominio e oppressione appaiono moralmente riprovevoli anche quando subite solo per un periodo di tempo limitato. Diventare in seguito oppressori di altri non sembra bilanciare l’ingiustizia dell’aver subito oppressione. Per alcuni autori, come Lippert-Rasmussen,5 questa intuizione deriva dal fatto che la giustizia dipende da diversi valori, oltre all’eguaglianza, che pertengono alle relazioni tra individui. Per altri, come Anderson6 il punto è che vi è un’altra dimensione dell’eguaglianza, ossia l’eguaglianza relazionale. Per i sostenitori della concezione relazionale dell’eguaglianza, lo scopo di una teoria della giustizia non è l’equità distributiva in quanto tale, ma la creazione di società in cui le persone sono in grado di relazionarsi da pari.7 Ciò implica costruire società libere dal dominio e dall’oppressione in tutte le sue forme, passando al vaglio la legittimità morale delle gerarchie di status e di potere.
Bidadanure8 ha sostenuto che la prospettiva dell’eguaglianza relazionale permette di cogliere la rilevanza normativa delle diseguaglianze sincroniche nel trattamento dei membri di diversi gruppi di età in un dato momento, anche nel caso queste non abbiano ripercussioni sulla giustizia distributiva fra coorti. Il punto, infatti, è che i membri di un gruppo di età, in virtù dell’appartenenza a quel gruppo di età, possono subire, da parte delle istituzioni e di altri cittadini, un trattamento diseguale. Se è vero che non ogni forma di discriminazione è ingiusta, vi è tuttavia un ampio consenso nel considerare ingiusti i trattamenti degradanti, che non riconoscono l’eguale dignità o eguale valore morale degli esseri umani.9 Tra questi, Bidadanure ricorda ad esempio sfruttamento, segregazione, stigmatizzazione ed emarginazione. Pertanto, una teoria della giustizia tra gruppi di età deve indagare se le persone subiscano trattamenti degradanti in quanto membri di un certo gruppo di età. La dimensione relazionale della giustizia fra gruppi di età e il suo possibile sviluppo in un’ottica intersezionale costituisce l’oggetto di questo paper. Nel prossimo paragrafo ci soffermeremo pertanto sul concetto di discriminazione ageista, focalizzandoci in particolare su una delle sue forme, ossia l’infantilizzazione.
2.3. Giustizia fra gruppi di età: eguaglianza relazionale e ageismo
L’età anagrafica o cronologica dà spesso luogo a trattamenti differenziati. Per esempio, il diritto di voto richiede il raggiungimento della maggiore età. In base all’età, i lavoratori possono talora avere priorità nel mercato del lavoro o essere costretti ad andare in pensione, e così via. In maniera non dissimile dal genere al quale veniamo assegnati o dal colore della nostra pelle, anche la nostra età anagrafica non dipende da noi. Tuttavia, l’essere trattati in modi diversi in base all’età non suscita lo stesso sdegno morale dell’essere trattati diversamente in base al genere o alla ‘razza’. In parte, ciò dipende dal fatto che l’età sembra essere un proxy affidabile per i livelli di capacità intellettuali, affettive o fisiche e che lo scopo del trattamento differenziale in base all’età è spesso ragionevole. Tuttavia, come nota Bidadanure,10 una discriminazione può essere ingiusta anche quando è basata su un proxy accurato o quando lo scopo è ragionevole (si pensi al profiling razziale).
Ciò che sembra più rilevante nel considerare diverso il caso dell’età rispetto al genere o alla ‘razza’ è, banalmente, il fatto che “tutti invecchiamo” e che pertanto l’appartenenza a un gruppo di età è transitoria. Fatta eccezione per chi muore prematuramente, tutti attraversiamo le stesse fasi della vita, così che “gli oneri e i benefici di una volta che si applicavano per chi è più anziano di noi si applicheranno anche per noi”.11 Inoltre, applicando un approccio diacronico all’eguaglianza,
il trattamento differenziale basato sull’età in un dato momento è meno problematico di quello basato sul genere o sulla ‘razza’ perché non porta necessariamente ad alcun trattamento differenziale nell’arco della vita intera. Se i membri di coorti sovrapposte sono tutti esclusi dal diritto di voto prima dei 18 anni e se viene soddisfatta una serie di altre condizioni, il criterio dell’età non comporterà necessariamente alcuna differenza di trattamento in termini di accesso al potere elettorale nel corso della vita intera.12
Sebbene il trattamento differenziato in base all’età sia, in linea generale, meno problematico della discriminazione razziale o di genere, questo non significa che non possano esservi forme di discriminazione ingiuste nei confronti dei membri di un gruppo di età sulla base di un pregiudizio, analogamente a quanto accade nel caso delle donne o delle persone razzializzate. Il termine ‘ageismo’ è stato coniato per la prima volta da Robert Butler13 per descrivere “un pregiudizio da parte di un gruppo di età nei confronti di un altro gruppo di età”. Butler14 ha successivamente sviluppato il concetto di ageismo come un processo di stereotipizzazione sistematica e discriminazione rivolto specificamente contro le persone anziane in quanto anziane. L’ageismo nei confronti delle persone anziane “è spesso implicito e comunemente espresso attraverso il paternalismo e l’infantilizzazione nel trattamento degli anziani, ai quali viene mostrata pietà ma non rispetto”.15 Tuttavia, il termine ageismo non è più utilizzato esclusivamente in relazione agli anziani. Numerosi studi evidenziano l’ageismo rivolto verso i giovani, talvolta etichettato come ‘adultismo’ in quanto presuppone la superiorità degli adulti maturi rispetto ai giovani.16 Forme di discriminazione basate su stereotipi e pregiudizi negativi legati all’età si ritrovano, infatti, anche nel caso dei giovani adulti, anch’essi spesso soggetti a forme di paternalismo e infantilizzazione.
L’infantilizzazione può essere descritta come un trattamento che nega a un individuo la sua maturità come adulto, come agente morale e politico. Come osserva Bidadanure,17 è la natura umiliante dell’infantilizzazione a renderla moralmente problematica. Indipendentemente dagli altri danni che può arrecare, ad esempio in termini di benessere, l’infantilizzazione degrada lo status sociale di chi la subisce. L’infantilizzazione è evidente nel caso di molti anziani percepiti come fragili, ai quali le persone si rivolgono talvolta con un linguaggio analogo a quello usato verso i bambini. Anche i giovani adulti però spesso non vengono presi sul serio come agenti morali e politici a causa della loro età. Secondo Bidadanure,18 dovremmo prestare maggiore attenzione ai casi di seniorsplaining, in cui ci si rivolge a un interlocutore più giovane in modo condiscendente e presupponendo una mancanza di conoscenza da parte dell’interlocutore semplicemente in virtù della differenza di età, analogamente a quanto accade alle donne che subiscono mansplaining.
Non è un caso che Bidadanure tracci analogie fra la discriminazione basata sull’età e la discriminazione di genere. Bidadanure è infatti consapevole che le persone più vulnerabili alla discriminazione si trovano “all’intersezione di varie categorie”19 e che “l’ageismo è spesso associato al sessismo, al razzismo o al classismo”.20 Tuttavia, Bidadanure non adotta esplicitamente un approccio intersezionale all’eguaglianza relazionale fra gruppi di età. Nel presupporre che tutti, invecchiando, appartengono agli stessi gruppi di età e quindi sono soggetti gli stessi oneri e traggono gli stessi benefici, Bidadanure non sembra tenere adeguatamente conto di come l’ageismo possa combinarsi con altre forme di pregiudizio non solo nel rendere alcune persone più vulnerabili di altre alla discriminazione ageista, ma anche nel determinare la natura stessa delle forme di trattamento degradante a cui sono soggette. Inoltre, mentre Bidadanure sembra intendere l’età in senso puramente anagrafico o cronologico, la percezione dell’età è socialmente costruita. Come Lippert-Rasmussen21 suggerisce, l’ageismo sembra basarsi sulla percezione dell’età biologica ed esperienziale oltre che sulla mera età cronologica. Infine, se, come Bidadanure afferma, le donne anziane o quelle di colore sono stereotipate e stigmatizzate in modo particolare, ciò dipende dal fatto che la costruzione di stereotipi ageisti e la stessa ascrizione delle persone a un gruppo di età non sono processi neutrali rispetto al genere e alla ‘razza’.
Il prossimo paragrafo presenterà quindi il concetto di intersezionalità, prima di discutere la sua applicazione all’ageismo nell’indagare le forme di trattamento degradante legate all’età, con particolare riguardo all’infantilizzazione.
3. Giustizia tra gruppi di età e intersezionalità
In questa sezione tratteremo di come un approccio intersezionale possa aprire nuove prospettive nell’ambito dei vari dibattiti di giustizia tra generazioni coesistenti, analizzando, in particolare, la relazione tra genere ed età. Infine, ci interrogheremo sui limiti di tale approccio.
L’idea della necessità di adottare un approccio intersezionale nasce negli Stati Uniti nel contesto del black feminism tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta in seguito al riconoscimento dell’impossibilità, per il femminismo, di parlare universalmente per tutte le donne.22 Nel tempo, è diventata una lente analitica fondamentale nei campi delle scienze sociali, dei diritti umani e dell’attivismo, aiutando a illuminare le esperienze di gruppi emarginati che affrontano oppressioni multiple e interconnesse.
Il termine “intersezionalità”, introdotto per la prima volta nel 1989 dalla giurista Kimberlé Crenshaw, indica come diverse forme di discriminazione possano sovrapporsi e interagire, creando esperienze uniche di oppressione per individui che appartengono a più gruppi emarginati. Anche se Crenshaw23 ha coniato il termine per riferirsi alla discriminazione subita dalle donne afroamericane, in realtà sostiene che l’intersezionalità può essere applicata a qualsiasi gruppo sociale discriminato. Dalla pubblicazione dell’articolo del 1989 di Crenshaw, infatti, la nozione di intersezionalità ha via via iniziato a includere anche altre forme di discriminazione, come ad esempio l’abilismo, l’ageismo e quelle basate sull’orientamento sessuale e l’identità di genere,24 a sostegno di un uso dell’intersezionalità come paradigma di ricerca.
3.1. Ageismo e infantilizzazione da una prospettiva intersezionale
L’attenzione dei filosofi politici che si sono occupati di discriminazione basata sull’età si è concentrata sulla presenza di trattamenti differenziati in base all’età cronologica in politiche pubbliche quali il pensionamento obbligatorio o l’esclusione dei minorenni dal voto. Tuttavia, la prospettiva dell’eguaglianza relazionale invita ad ampliare lo sguardo alle forme di everyday ageism nelle relazioni interpersonali in diversi contesti sociali, alla rappresentazione dei gruppi di età nei media, e via dicendo. Secondo la prospettiva del costruttivismo sociale, i significati sociali dell’età sono rinforzati o messi in discussione attraverso interazioni quotidiane.25 Nelle relazioni interpersonali, non è tanto l’età cronologica indicata sui documenti anagrafici a determinare il comportamento ageista, quanto piuttosto la percezione dell’età e il significato sociale attributo a essa. Nel caso dell’ageismo verso le persone anziane, ciò che è saliente è la percezione dell’età biologica, che può non corrispondere all’effettiva età cronologica della persona.26 Se consideriamo in particolare l’infantilizzazione delle persone anziane, possiamo notare che a esserne vittime sono coloro il cui aspetto fisico è interpretato come indice di decadimento delle capacità fisiche e/o cognitive, non coloro che, pur cronologicamente anziani, appaiono fisicamente e cognitivamente ‘giovanili’ e conservano pertanto uno status sociale autorevole. Il concetto di età biologica, spesso adottato dalla biogerontologia e dalla medicina geriatrica, è alla base della distinzione tra terza e quarta età. L’infantilizzazione è principalmente diretta verso chi, in base al suo aspetto, sembra appartenere biologicamente alla quarta età. “I corpi che presentano una continuità fisiologica con le norme dei corpi di mezza età appartengono a una ‘terza età’: sono cronologicamente ‘vecchi’ ma fisiologicamente ‘giovani’”. La “vera vecchiaia, invece, è la quarta età”, in cui il corpo è “segnato dalla malattia”.27
Secondo la sociologa Susan Pickard, ciò che conta nel determinare le gerarchie sociali legate all’età è dunque l’età adulta come categoria simbolica, distinta e non perfettamente coincidente rispetto all’età cronologica. La norma, rispetto alla quale sia l’età giovane sia quella anziana divergono, è la symbolic adulthood, che può corrispondere a diversi range di età cronologica a seconda dei contesti. L’adulto, in senso simbolico, è colui che, indipendentemente dalla sua età cronologica, appare fisicamente e mentalmente autonomo, non dipendente da altri bensì capace di contribuire produttivamente alla società e di agire con razionalità. Krekula et al.28 utilizzano i concetti di marked/unmarked age per problematizzare il concetto di normalità basata sull’età. L’età ‘non contrassegnata’ costituisce la norma a cui fanno riferimento le altre età. L’ageismo, tanto verso gli anziani quanto verso i giovani, sembra insomma presupporre come norma l’individuo ‘simbolicamente’ adulto, la cui età non ha bisogno di essere specificata. Per questo, l’ageismo verso gli anziani ‘biologicamente invecchiati’, concepiti come ‘non più pienamente adulti’, può coesistere con un ordine sociale in cui individui cronologicamente anziani ma ancora percepiti come adulti competenti sono ascrivibili alla categoria simbolica di ‘adulti’ e quindi eguali in termini di status sociale, in grado anzi di mantenere posizioni apicali nella sfera sociale e politica. Analogamente, l’ageismo verso chi è ascritto alla categoria simbolica di ‘giovane’ – stereotipicamente percepito come ‘non ancora abbastanza adulto’ dal punto di vista intellettivo, morale, ed esperienziale e quindi inferiore in termini di status sociale – può coesistere con l’esaltazione delle caratteristiche fisiche positive del corpo biologicamente giovane contrapposte a quelle del corpo biologicamente anziano.
Pickard ha opportunamente sottolineato che “di tutte le caratteristiche fisiche che sono state utilizzate per giustificare la disuguaglianza – come genere e ‘razza’ – solo l’età rimane un ‘fatto’ sia nell’immaginazione popolare che in gran parte di quella intellettuale, e quindi è ancora più potente per questo”.29 Al contrario, la letteratura che si sta sviluppando intorno al significato di età e invecchiamento e alle relazioni fra gruppi di età – i critical age studies – mostrano che l’età non è un fatto neutrale puramente cronologico né puramente biologico, bensì una “categoria socialmente costruita”.30 Per Krekula et al., l’età è essa stessa una “struttura di potere che ha un ruolo chiave nell’organizzazione della società”, che si “interseca con altre forme di potere” nel determinare “le identità dei gruppi e il loro accesso al potere”.31 In altre parole, l’età è una delle linee lungo le quali sono costruite le gerarchie sociali.
In questa prospettiva, l’ageismo è una pratica o un insieme di pratiche che contribuisce alla diseguaglianza di potere e di status sociale fra i membri dei gruppi di età. Secondo Ayalon e Tesch-Römer32 l’ageismo è
uno dei meccanismi che creano disuguaglianza nella società, simile a quelli derivanti da genere, ‘razza’, povertà e orientamento sessuale. Un quadro più sofisticato dell’ageismo può essere ottenuto solo esaminando più meccanismi insieme, piuttosto che considerare solo uno di essi e trascurare gli altri. È quindi importante considerare l’ageismo da una prospettiva intersezionale.
Analogamente, Pickard sostiene che “le possibilità e i vincoli contenuti in ciascuna fase del corso della vita non possono essere compresi senza esaminare le intersezioni con la classe e il genere in particolare”.33
Gli studi sull’ageismo indicano che i significati sociali attribuiti all’età non sono neutrali rispetto al genere. Essere giovane e donna e invecchiare come donna non è identico rispetto all’essere giovane e uomo e invecchiare come uomo. Krekula et al. osservano che “gli uomini non sono immuni dall’ageismo, ma gli esiti dell’ageismo di genere sulla vita di uomini e donne anziani sono diversi”.34 Analogo è l’effetto del genere nel caso dell’ageismo verso le persone giovani. Ad esempio, pur avendo la stessa età cronologica, una donna giovane può essere percepita come ‘meno adulta’, in senso simbolico, rispetto a un coetaneo ed essere più vulnerabile all’infantilizzazione.
Già negli anni ’90 Itzin e Phillipson hanno introdotto il termine gendered ageism, oggi largamente utilizzato nelle scienze sociali per indicare una doppia forma di marginalizzazione o oppressione sociale.35 Come hanno rilevato, numerosi studi hanno evidenziato come il gendered ageism si esprima nel mondo del lavoro e si ripercuota sulle carriere lavorative delle donne. Le giovani lavoratrici hanno maggiori probabilità dei loro coetanei di essere percepite come ‘troppo giovani’ per essere prese sul serio, inibendo il loro avanzamento di carriera. Nello studio svolto da Duncan e Loretto36 nel Regno Unito, le donne segnalavano più frequentemente degli uomini di aver incontrato ostacoli alla promozione o di ricevere un trattamento meno favorevole e atteggiamenti più negativi a causa della (percezione della) loro giovane età. Perfino nel contesto finlandese, spesso considerato fra i più egalitari rispetto al genere, l’indagine qualitativa realizzata da Jyrkinen37 ha evidenziato una diffusa infantilizzazione delle giovani manager, sistematicamente trattate e indicate come ‘ragazzine’ dai colleghi e percepite come interlocutrici poco credibili dai clienti. Inoltre, le lavoratrici sono tipicamente definite ‘troppo anziane’ a un’età cronologica assai precedente rispetto ai colleghi uomini.38 Paradossalmente, le donne intervistate sentivano di non avere mai l’età ‘giusta’ e di dover apparire il più possibile ‘senza età’. Diversamente da quanto avveniva per i colleghi uomini, per i quali l’avanzare dell’età accresceva lo status di manager credibili e affidabili, mostrare segni di invecchiamento era deleterio per le carriere delle donne. Infatti, nota Jyrkinen, “la conoscenza è spesso associata naturalmente agli uomini più anziani, che non subiscono necessariamente svantaggi [in termini di status sociale] nell’invecchiare e nell’apparire più vecchi”.39
La lente dell’intersezionalità è dunque utile a illuminare come il genere influisca sulla costruzione sociale dei gruppi di età e delle fasi della vita. Infatti, permette di vedere come la costruzione sociale dell’età – e dei gruppi di età caratterizzati da stereotipi ageisti – sia influenzata da presupposti patriarcali e renda perciò le donne non solo più vulnerabili all’ageismo, ma soggette a forme specifiche di ageismo. Il gendered ageism, come insieme di pratiche sociali di oppressione all’intersezione fra età e genere, fa sì che le donne siano specificamente vulnerabili all’infantilizzazione, non solo in quanto ‘donne’ o in quanto ‘giovani’ o ‘anziane’ ma in quanto ‘donne giovani’ o ‘donne anziane.’
La combinazione di età e genere è l’aspetto dell’intersezionalità più indagato dagli studi sull’invecchiamento.40 Tuttavia, il concetto di intersezionalità, a differenza di quello di gendered ageism, permette di cogliere come l’età si intrecci ad altre dimensioni, oltre al genere, nel determinare forme specifiche di ageismo. Infatti, nella costruzione sociale dei gruppi d’età, le caratteristiche generalmente attribuite all’adulto in senso simbolico (quali razionalità e autocontrollo) non sono soltanto associate al genere maschile in contrapposizione a quello femminile, ma anche all’essere ‘bianchi’ (ossia senza ‘razza’) rispetto all’essere ‘razzializzati’, all’essere eterosessuali e cisgender anziché queer, e così via.41
Inizialmente coniato proprio per rendere conto delle forme di oppressione all’intersezione fra genere e ‘razza’ subite dalle donne afroamericane, il concetto di intersezionalità appare particolarmente adatto a illuminare la ‘tripla vulnerabilità’, ancora poco indagata, insita nell’essere giovani donne (o donne anziane) e, allo stesso tempo, appartenere a un gruppo ‘razzializzato’. La stessa Crenshaw, insieme ad alcune colleghe, ha evidenziato come le esperienze di trattamenti repressivi esercitati da poliziotti e insegnanti nei confronti dalle ragazze afroamericane differiscano sia dalle esperienze dei ragazzi afroamericani sia da quelle delle ragazze ‘bianche’.42 Inoltre, un recente studio qualitativo tra le persone anziane svolto negli USA ha rilevato che “l’ageismo può essere razzializzato attraverso stereotipi basati sia sull’età sia sulla razza”.43 Inoltre, per molte delle partecipanti, ageismo e razzismo non potevano essere disgiunti dal sessismo. Il fatto che la forma di discriminazione subita da donne anziane afroamericane, latine o indigene derivi dall’intersezione fra queste tre dimensioni e sia irriducibile a una di esse è precisamente ciò che il concetto di intersezionalità permette di cogliere.
La prospettiva intersezionale mette dunque in dubbio il presupposto, accettato anche da Bidadanure,44 che le persone siano soggette agli stessi oneri e ricevano gli stessi benefici nel corso della vita, attraversando le stesse fasi della vita e appartenendo, via via, agli stessi gruppi di età. Pertanto, sollecita i filosofi politici a raffinare la teorizzazione della giustizia fra gruppi di età tenendo conto dell’intersezione fra età, genere, ‘razza’ e altre categorie normativamente salienti nel determinare le disuguaglianze di status sociale.
3.2. Ageismo e intersezionalità: i limiti
Nel precedente paragrafo abbiamo illustrato come abbia senso parlare di ageismo in un’ottica intersezionale. In questa sezione, invece, intendiamo trattare i possibili limiti di una lettura intersezionale della giustizia tra gruppi d’età. In particolare, ci concentriamo su due difficoltà. La prima è che a essere discriminati e oppressi sono determinati gruppi sociali. Tuttavia, è difficile parlare di ‘giovani’ e ‘anziani’ come gruppi sociali. La seconda perplessità, che arriva a conclusione della prima, riguarda invece l’evidente prevalenza del genere rispetto all’età nel caso delle discriminazioni subite dalle donne giovani e delle donne anziane. Consideriamo dunque queste due questioni nel dettaglio.
Innanzitutto, non è così semplice inserire ‘giovani’ e ‘anziani’ in gruppi sociali ben definiti. Ci sono varie definizioni del concetto di gruppo sociale, ma, in generale, un gruppo sociale è un insieme di persone che condividono determinate caratteristiche, interagiscono tra loro e si identificano come parte di un’entità collettiva. Per esempio, Iris Marion Young definisce i gruppi sociali come
una collettività di persone differenziate da almeno un altro gruppo da forme culturali, pratiche o modi di vita. I membri di un gruppo hanno una affinità specifica tra loro, dovuta a esperienze o modi di vita simili, che li spinge ad associarsi tra loro più che con chi non si identifica con il gruppo o lo fa in modo diverso.45
Proprio il senso di appartenenza, l’identità comune e i sentimenti di affinità tra i membri del gruppo – ma non necessariamente una natura comune condivisa da tutti i membri del gruppo – distinguerebbero i gruppi sociali da semplici aggregati di persone. Come spiega bene Kuchem, in quest’ottica “gli aggregati sono insiemi di persone definite da un attributo comune, mentre un gruppo sociale è definito da un senso di identità condivisa che emerge dal riconoscimento di esperienze, storia, affinità e modi di vita comuni”.46 Quindi, per Young, le persone di colore sono un gruppo sociale, mentre i baristi, le persone mancine e coloro che portano gli occhiali no, in quanto non c’è una determinante identitaria. Un altro modo di definire i gruppi sociali è quello di Margaret Gilbert: “Gli esseri umani X, Y e Z costituiscono una collettività (gruppo sociale) se e solo se ciascuno pensa correttamente a se stesso e agli altri, nel loro insieme, come ‘noi*’”.47 Questa concezione di gruppo sociale deriva direttamente da quella di Georg Simmel,48 il quale pone l’accento su uno specifico stato mentale comune ai membri di un gruppo. Tale stato mentale implica il fatto che le persone interessate si percepiscano come legate da un certo vincolo speciale. Ritornando alla questione di giustizia tra gruppi di età e al gendered ageism, incontriamo le prime difficoltà. Possiamo sicuramente affermare che i gruppi di età, in quanto categoria, condividono alcuni tratti distintivi. Innanzitutto, ovviamente, un range di età (cronologica): le persone appartenenti ai vari gruppi d’età si trovano in una fase di vita simile (l’infanzia, l’adolescenza e la giovinezza, l’età adulta, la mezza età, l’anzianità). In secondo luogo, a seconda dell’età si tende a condividere le esperienze legate all’istruzione, al lavoro o alla pensione, alle relazioni sociali. Inoltre, le varie generazioni spesso sviluppano una cultura propria, che comprende musica, moda, linguaggi e comportamenti distintivi. Infine, potremmo anche affermare che a seconda dell’età ci si ritrova ad affrontare sfide simili e problemi comuni, come le difficoltà riguardanti lo studio e i primi gruppi di amicizie, la costruzione della propria identità e il confronto con le aspettative sociali tipica della giovinezza, l’ingresso nel mercato del lavoro, l’eventuale isolamento più proprio delle persone anziane. Tuttavia, anche sulla scia delle concezioni di Young, Gilbert e Simmel, non è immediato inserire i vari gruppi di età all’interno di una categoria sociale, e ricondurli a essa. In primo luogo, la mera appartenenza a un gruppo d’età non rimanda a quella identificazione di un ‘noi’ sottolineata da Gilbert e di identità condivisa di cui parla invece Young. All’interno del gruppo dei giovani, per esempio, ci sono notevoli differenze con un potenziale identitario maggiore, come il fatto di essere donna, provenire da un determinato contesto di classe, professare una determinata religione, o avere lo stesso background etnico e culturale. Una giovane donna di classe media e un giovane proveniente da un contesto sociale sfavorevole sembrerebbero avere meno tratti identitari in comune tra di loro di quanto non lo abbiano due donne (accomunate da oppressione e discriminazione storica) o a due persone in difficoltà economiche appartenenti a gruppi d’età diversi, o ancora, a due persone di colore. Inoltre, come è stato affrontato nella sezione precedente, le definizioni stesse di ‘giovane’, ‘adulto’ o ‘ anziano’ sembrano essere fluide, culturalmente determinate49 – soprattutto per quanto riguarda i giovani50 – o addirittura considerate un costrutto sociale.51
Tuttavia, le stesse perplessità possono essere mosse anche nei confronti di altri gruppi più determinati dalla condivisione di oppressioni storiche, come le donne.
Gli studiosi femministi ritengono che definire le donne come gruppo sia particolarmente impegnativo, perché qualsiasi definizione di donna può cancellare importanti differenze e, di conseguenza, significative asimmetrie di potere (ad esempio, in base a criteri di classe, razza, sessualità o abilità) tra le donne. Per questo motivo, si può essere tentati di evitare di dare una definizione di donna”.52
Al contrario, c’è chi si è posto la domanda circa l’opportunità di parlare di intersezionalità tout court, in quanto metterebbe in pericolo la possibilità stessa di definire ontologicamente la categoria di donna senza una frammentazione che andrebbe a compromettere il femminismo – se non possiamo arrivare a una definizione sufficientemente unificata e coerente di donna, per chi ci stiamo battendo? La questione definitoria, in sintesi, sarebbe centrale per poter teorizzare di discriminazione e oppressione. Se così fosse, sarebbe un problema parlare di giustizia tra generazioni in un’ottica intersezionale.
Tuttavia, in un recente articolo, la studiosa di intersezionalità Annette Martín53 cerca di superare il problema della definizione proponendo di concentrarsi sull’intersezionalità in quanto basata su esperienze comuni di oppressione, intesa come un insieme di schemi di ingiustizia legati a determinate concezioni ideologiche del mondo sociale, lasciando da parte la domanda ‘cos’è una donna’:
Piuttosto che lavorare per dare un concetto unitario di donna che possa servire come punto focale per il femminismo, sposto l’attenzione dall’identità e dai tipi di gruppo all’oppressione. Cioè, piuttosto che cercare di trovare una base unificante per gruppi come le donne, mostro come sia possibile (1) concettualizzare le forme collettive di oppressione mantenendo gli impegni intersezionali e (2) concepire la risposta all’oppressione come la base razionale del femminismo e di movimenti politici simili.54
Se riprendiamo il caso delle donne giovani e anziane trattato nel paragrafo precedente, la concettualizzazione di Martín ci viene in aiuto. Possiamo infatti applicare parzialmente la sua teoria e considerare non necessaria una definizione essenzialista di cosa significhi essere donna o di cosa voglia dire essere giovani o anziane. In quest’ottica, è sufficiente individuare le dinamiche oppressive che accomunano le donne e quelle generate dall’età, concentrandosi sulle relazioni di oppressione piuttosto che sulla definizione delle identità.
Allo stesso tempo, emerge come la fonte di oppressione primaria sia data dal genere, mentre l’età assuma un ruolo apparentemente secondario. Di per sé, l’età sembra avere un peso minore in termini di oppressione e discriminazione. Come già osservato, l’invecchiamento maschile è generalmente associato a saggezza e autorevolezza, qualità che invece non vengono riconosciute alle donne della stessa età: i pregiudizi sessisti e ageisti agiscono in tandem e rendono le donne più anziane doppiamente svantaggiate.55 Parallelamente, l’infantilizzazione sul posto di lavoro colpisce soprattutto le donne giovani, considerate sempre ‘ragazze’ e mai pienamente adulte o professionali:56 un’etichetta che contribuisce a mantenerle in una posizione subordinata e sottopagata rispetto ai colleghi uomini, destinatari di un diverso rispetto.57
Con questo non intendiamo negare la portata discriminatoria dell’ageismo, ma piuttosto sottolineare come, nel caso del gendered ageism, l’oppressione primaria sembra derivare dal fatto di essere donna. Tuttavia, se il genere si manifesta come fonte principale di oppressione – segnando tanto l’infantilizzazione delle donne giovani quanto l’invisibilizzazione delle donne anziane – l’età non va considerata marginale. Essa agisce come fattore modulante e aggravante, nel senso che è capace di trasformare le modalità attraverso cui l’oppressione di genere viene vissuta e percepita.
Il punto, dunque, non è negare che l’ageismo abbia forza oppressiva, ma riconoscere che raramente esso si manifesta come categoria autonoma: il suo impatto varia a seconda del genere, così come della classe, della razza o di altri assi di disuguaglianza. Questa prospettiva ci riconcilia con la possibilità stessa di adottare un approccio intersezionale, secondo cui le esperienze di oppressione si co-costruiscono in forme specifiche e situate.58
Questo lavoro ha mostrato come le diseguaglianze relazionali fra gruppi di età si intreccino con altre forme di oppressione, in particolare quelle legate al genere. Facendo riferimento al concetto di ageismo, ha messo in luce le dinamiche di infantilizzazione che coinvolgono sia i giovani sia gli anziani e che, sovrapponendosi a discriminazioni di genere, gravano specificamente sulle donne, sia giovani sia anziane. Adottare un’ottica intersezionale per affrontare le questioni di giustizia intergenerazionale presenta numerosi vantaggi e apre a prospettive innovative. Tale approccio consente di analizzare in modo approfondito le complesse interazioni tra età e altre categorie sociali, offrendo strumenti per comprendere meglio le dinamiche di disuguaglianza, oppressione e discriminazione. Questo articolo ha inoltre evidenziato la presenza di difficoltà teoriche e pratiche nell’applicare l’intersezionalità ai contesti della giustizia intergenerazionale. Tuttavia, proprio tale complessità sollecita il superamento di una concezione uniforme dei gruppi di età e dell’ageismo.
Altman, Andrew. “Discrimination”. In Stanford Encyclopedia of Philosophy. A cura di Edward N. Zalta. Stanford: Stanford University, 2016. https://plato.stanford.edu/entries/discrimination/#Int.
Anderson, Elisabeth. “What Is the Point of Equality?”. Ethics 109 (1999), no. 2: 287-337. http://www.jstor.org/stable/2989479.
Arber, Sara, e Ginn, Jay. “Gender and Later Life: A Sociological Analysis of Resources and Constraints”. London: Sage, 1991. https://doi.org/10.4135/9781446221880.
Ayalon, Liat, e Tesch-Römer, Clemens. “Introduction to the Section: Ageism—Concept and Origins”. In Contemporary Perspectives on Ageism. A cura di Liat Ayalon e Clemens Tesch-Römer. Cham: Springer, 2018.
Bello, Barbara Giovanna. Intersezionalità. Teorie e pratiche tra diritto e società. Milano: FrancoAngeli, 2020.
Bidadanure, Juliana. Justice Across Ages. Oxford: Oxford University Press, 2021.
Butler, Robert Neil. “Ageism: Another form of bigotry”. The Gerontologist 9, no. 4 (1969): 243-246. https://doi.org/10.1093/geront/9.4_Part_1.243.
Butler, Robert Neil. “Ageism: A foreword”. Journal of Social Issues 36, no. 2 (1980): 8-11. https://doi.org/10.1111/j.1540-4560.1980.tb02018.x.
Calasanti, Toni M., e Slevin, Kathleen F., a cura di. Age Matters: Realigning Feminist Thinking. New York: Routledge, 2006. https://doi.org/10.4324/9780203006752.
Carastathis, Anna. “The Concept of Intersectionality in Feminist Theory”. Philosophy Compass 9, no. 5 (2014): 304-314. https://doi.org/10.1111/phc3.12129.
Crenshaw, Kimberlè. “Mapping the Margins: Intersectionality, Identity Politics, and Violence against Women of Color”. Stanford Law Review 43, no. 6 (1991): 1241-1299. https://doi.org/10.2307/1229039.
Crenshaw, Kimberlè. “Demarginalizing the Intersection of Race and Sex: A Black Feminist Critique of Antidiscrimination Doctrine, Feminist Theory and Antiracist Politics”. University of Chicago Legal Forum 1, no. 8 (1989): 139-167.
Crenshaw, Kimberlè et al. “Black girls matter: Pushed out, overpoliced, and underprotected”. Center for Intersectionality and Social Policy Studies, 2015. https://scholarship.law.columbia.edu/faculty_scholarship/3227 (ultimo accesso 10.09.2025).
Daniels, Norman. Am I My Parents’ Keeper?: An Essay on Justice Between the Young and the Old. Oxford: Oxford University Press, 1988.
Duncan, Colin e Loretto, Wendy. “Never the right age? Gender and age-based discrimination in employment”. Gender, Work & Organization 11, no. 1 (2024): 95-115. https://doi.org/10.1111/j.1468-0432.2004.00222.x.
Gilbert, Margaret. On Social Facts. Princeton: Princeton University Press, 1992.
Gosseries, Axel. “What Makes Age Discrimination Special? A Philosophical Look at the ECJ Case Law”. Netherlands Journal of Legal Philosophy 43, no. 1 (2014): 59-80. https://doi.org/10.5553/NJLP/221307132014043001005.
Hellman, Deborah. When Is Discrimination Wrong?. Cambridge, MA: Harvard University Press, 2008.
Helman, Cecil G. “Cultural aspects of time and ageing”. EMBO reports 6, no. 1 (2005): 54-58.
Hill Collins, Patricia. Intersezionalità come teoria critica della società. Trad. it. di Pietro Maturi. Milano: UTET 2022.
Itzin, Catherine e Phillipson, Chris. Age barriers at work. London: METRA, 1993.
Itzin, Catherine e Phillipson, Chris. “Gendered ageism: A double jeopardy for women in organisations”. In: Itzin, Catherine e Phillipson, Chris, eds. Gender, culture and organisational change. Putting theory into practice. London: Routledge, 1995.
Johfre, Sasha e Saperstein, Aliya. “The Social Construction of Age: Concepts and Measurement”. Annual Review of Sociology 49 (2023): 339-358. https://doi.org/10.1146/annurev-soc-031021-121020.
Jyrkinen, Marjut. “Women managers, careers and gendered ageism”. Scandinavian Journal of Management 30, no. 2 (2014): 175-185. https://doi.org/10.1016/j.scaman.2013.07.002.
King, Deborah. “Multiple Jeopardy, Multiple Consciousness: The Context of a Black Feminist Ideology”. Signs: Journal of Women in Culture and Society 14, no. 1 (1988): 42-72.
Krekula, Clary et al. “Multiple Marginalizations Based on Age: Gendered Ageism and Beyond”. In Contemporary Perspectives on Ageism. A cura di Liat Ayalon e Clemens Tesch-Römer. Cham: Springer, 2018.
Kuchem, Matthew D. “Young, Gilbert, and Social Groups”. Social Theory and Practice 46, no. 4 (2020): 737-763. https://www.jstor.org/stable/45302464.
Liebel, Manfred e Mead, Philip. “Intersectional Tensions in Theorizing Adultism”. Taboo: The Journal of Culture & Education 22, no. 1 (2024): 96-123.
Lippert-Rasmussen, Kasper. Luck Egalitarianism. London: Bloomsbury Academic, 2015.
Lippert-Rasmussen, Kasper. “Moral Equality and Age Discrimination: Bidadanure on Justice Across Ages”. Law, Ethics and Philosophy no. 10 (2024): 50-66. https://doi.org/10.31009/leap.2023.v10.04.
McCall, Leslie. “The Complexity of Intersectionality”. The University of Chicago Press Journal 30, no. 3 (2005): 1771-1800. http://www.jstor.org/stable/10.1086/426800.
Martín, Annette. “Intersectionality Without Fragmentation”. Ethics 134, no. 2 (2024): 214-245. DOI: 10.1086/727271.
McKerlie, Dennis. Justice Between the Young and the Old. New York: Oxford University Press, 2013.
Murgia, Michela. Stai zitta. Milano: Einaudi, 2021.
Nuti, Alasia. Injustice and the Reproduction of History. Cambridge: Cambridge University Press, 2019.
Pickard, Susan. Age studies. A Sociological Examination of How We Age and are Aged through the Life Course. London: SAGE Publications, 2016. https://doi.org/10.4135/9781473957800.
Simmel, Georg. “The Persistence of Social Groups”. American Journal of Sociology 3, no. 5 (1898): 662-698. https://www.jstor.org/stable/i328535.
Smith, Karen. “Using Adultism in Conceptualizing Oppression of Children and Youth: More Than a Buzzword?”. Taboo: The Journal of Culture & Education 22, no. 1 (2024): 227-255.
Steward, Andrew T. et al. “A Phenomenological Understanding of the Intersectionality of Ageism and Racism Among Older Adults: Individual-Level Experiences”, The Journals of Gerontology: Series B 78, no. 5 (2023): 880-890. https://doi.org/10.1093/geronb/gbad031
Stypińska, Justyna e Nikander, Pirjo. “Ageism and Age Discrimination in the Labour Market: A Macrostructural Perspective”. In Contemporary Perspectives on Ageism. A cura di Liat Ayalon e Clemens Tesch-Römer. Cham: Springer, 2018.
Temkin, Larry S. Inequality. New York: Oxford University Press, 1993.
Young, Iris Marion. Justice and the Politics of Difference. Princeton, NJ: Princeton University Press, 1990.
1 McKerlie, Justice Between the Young and the Old.
2 Bidadanure, Justice Across Ages.
3 Temkin, Inequality.
4 Bidadanure, Justice Across Ages, 90-92.
5 Lippert-Rasmussen, Luck Egalitarianism; Lippert-Rasmussen, “Moral Equality and Age Discrimination: Bidadanure on Justice Across Ages”.
6 Anderson, “What Is the Point of Equality?”.
7 Young, Justice and the Politics of Difference.
8 Bidadanure, Justice Across Ages.
9 Hellman, When Is Discrimination Wrong?; Bidadanure, Justice Across Ages.
10 Bidadanure, Justice Across Ages, 27, (qui e dove non diversamente indicato le traduzioni sono delle Autrici).
11 Ibid., 29, traduzione nostra.
12 Gosseries “What Makes Age Discrimination Special?”, 68, traduzione nostra.
13 Butler, “Ageism: Another form of bigotry”, 243.
14 Butler, “Ageism: A foreword”.
15 Bidadanure, Justice Across Ages, 175, traduzione nostra.
16 Krekula et al. “Multiple Marginalizations Based on Age”, 36; Smith, “Using Adultism in Conceptualizing Oppression of Children and Youth”, 236-239.
17 Bidadanure, Justice Across Ages, 106.
18 Ibid., 107.
19 Ibid., 176.
20 Ibid., 14.
21 Lippert-Rasmussen, “Moral Equality and Age Discrimination”.
22 Bello, Intersezionalità; Collins, Intersezionalità come teoria critica della società; McCall, “The Complexity of Intersectionality”.
23 Crenshaw, “Mapping the Margins”; Crenshaw, “Demarginalizing the Intersection of Race and Sex”.
24 King, “Multiple Jeopardy, Multiple Consciousness”; Carastathis, “The Concept of Intersectionality in Feminist Theory”.
25 Krekula et al., “Multiple Marginalizations Based on Age”, 44.
26 Ibid., 45.
27 Pickard, Age studies, 89.
28 Krekula et al., “Multiple Marginalizations Based on Age”.
29 Pickard, Age studies, 42.
30 Krekula et al., “Multiple Marginalizations Based on Age”.
31 Ibid., 39.
32 Ayalon e Tesch-Römer, “Introduction to the Section”, 7-8, traduzione nostra.
33 Pickard, Age studies, 44 traduzione nostra.
34 Krekula et al., “Multiple Marginalizations Based on Age”.
35 Itzin e Phillipson, Age barriers at work; Itzin e Phillipson, “Gendered ageism”.
36 Duncan e Loretto, “Never the right age?”.
37 Jyrkinen, “Women managers, careers and gendered ageism”.
38 Itzin e Phillipson, Age barriers at work; Itzin e Phillipson, “Gendered ageism”; Duncan e Loretto, “Never the right age?”.
39 Jyrkinen, “Women managers, careers and gendered ageism”, 182, traduzione nostra.
40 Stypińska e Nikander, “Ageism and Age Discrimination in the Labour Market”, 95.
41 Cfr. Smith, “Using Adultism in Conceptualizing Oppression of Children and Youth”, 240; Liebel and Meade, “Intersectional Tensions in Theorizing Adultism”, 107.
42 Crenshaw et al., “Black girls matter: Pushed out, overpoliced, and underprotected”.
43 Stewared et al., “A Phenomenological Understanding of the Intersectionality of Ageism and Racism Among Older Adults”, 888, traduzione nostra.
44 Bidadanure, Justice Across Ages.
45 Young, Justice and the Politics of Difference, 43, traduzione nostra.
46 Kuchem, “Young, Gilbert, and Social Groups”, 741, traduzione nostra.
47 Gilbert, On Social Facts, 147, traduzione nostra.
48 Simmel, “The Persistence of Social Groups”.
49 Helman, “Cultural aspects of time and ageing”.
51 Johfre e Saperstein, “The Social Construction of Age”.
52 Nuti, Injustice and the Reproduction of History, 82, traduzione nostra.
53 Martín, “Intersectionality Without Fragmentation”.
54 Martín, “Intersectionality Without Fragmentation”, 215-216, traduzione nostra.
55 Arber e Ginn, “Gender and Later Life”.
56 Murgia, Stai zitta.
57 Si potrebbe obiettare che anche gli uomini subiscono talvolta forme di infantilizzazione, basate su stereotipi di genere, che possono apparire analoghe a quelle subite dalle donne. Ad esempio, gli uomini tendono a essere dipinti come meno competenti nella di cura dei figli o nel lavoro domestico e pertanto come bisognosi di essere guidati da una figura femminile. Tuttavia, spesso si tratta di una sorta di ‘infantilizzazione autoprodotta’ che permette agli uomini di mantenere privilegi di status e autorità nella sfera pubblica, deresponsabilizzandoli rispetto ai compiti di cura. Il fatto che l’infantilizzazione delle donne produce svantaggio e subordinazione nelle relazioni sociali, mentre nel caso degli uomini può tradursi in un vantaggio, conferma che l’oppressione primaria è determinata dal genere, che influisce a sua volta sulla costruzione sociale dell’età adulta e del gendered ageism.
58 Crenshaw, “Mapping the Margins”; Calasanti e Slevin, Age Matters.