Vico e Said contro “la boria dei dotti e delle nazioni”

Vico and Said against “the Arrogance of Scholars and Nations”

Giulia Abbadessa

Università di Firenze, Italia

Abstract. This article presents a philological study of Edward Said’s intertextual dialogue with Giambattista Vico’s New Science, beginning with Said’s earliest writings during his time in exile. The research concludes with an interview given by Said in 2000 to Ha’aretz. The aim is to highlight how Vico’s humanism constitutes the main theme of reflection in Said’s studies, both in those comparing the New Science with post-structuralist thought and in those most influenced by Gramsci.

Keywords: philosophy of humanism, Giambattista Vico, Edward Said, philology, post-decolonial studies.

Riassunto. L’articolo presenta uno studio filologico sul dialogo intertestuale di Edward Said con la Nuova Scienza di Giambattista Vico, a partire dai primi articoli scritti in esilio dall’esule palestinese. La ricerca si conclude con un’intervista rilasciata da Said nel 2000 a Ha’aretz. L’obiettivo è quello di evidenziare come l’umanesimo di Vico costituisca il tema principale di riflessione negli studi di Said, sia in quelli che mettono a confronto la Nuova Scienza con il pensiero post-strutturalista che in quelli maggiormente influenzati da Gramsci.

Parole chiave: filosofia dell’umanesimo, Giambattista Vico, Edward Said, filologia, studi post-decolonial.

Index

1. Premessa

2. Vico e Said: 1967-1971

3. Vico in Beginnings

4. Vico tra Deleuze e Foucault

5. Vico da Foucault a Gramsci

Riferimenti bibliografici

1. Premessa

Dopo essersi diffusa in Europa, l’opera di Giambattista Vico conosce una nuova grandezza in America anzitutto con gli esuli della seconda guerra mondiale come Leo Spitzer, Erich Auerbach, Theodor W. Adorno e Hanna Arendt.1 In particolare, Fulvio Tessitore e Andrea Battistini hanno già osservato che, tra questi, Auerbach fu il maggior interprete di Vico: oltre ad aver tradotto in tedesco la Scienza nuova e la Filosofia di Giambattista Vico di Benedetto Croce, il filologo consacrò all’opera vichiana diversi saggi per rinnovarla e liberarla dall’ingerenza della lettura crociana.2 D’altra parte, con Giuseppe Cacciatore, Mauro Scalercio, Fabrizio Lomonaco e Marco Gatto ormai si riconosce anche in Edward Wadie Said un grande studioso di Vico oltre che un erede dello stesso Auerbach.3

Come noto, però, l’opera di Said ha suscitato un ampio dibattito internazionale che, pur accompagnando spesso i grandi interpreti, nel caso dell’esule palestinese ha talvolta assunto toni parossistici. Innumerevoli sono stati e rimangono tutt’ora i tentativi di accusare il suo saggio più noto di aver fornito una rappresentazione stereotipata dell’Oriente, benché Said abbia chiarito che studiare gli stereotipi del mito orientalista era lo scopo della sua ricerca e che, in ogni caso, non esiste un solo Orientalism dal momento che questo termine indica un mito che in quanto tale, come insegna Vico, sempre rinasce a nuova forma ma sempre camuffando l’oggetto di cui tratta.4 Pur sottolineando che lo spettro dell’‘Oriente’ tocca un apice di diffusione nel XIX secolo, Said anzi differenzia anche gli autori di quel periodo, lodando ad esempio Flaubert per le sue descrizioni dettagliate che offrono una sorta di controcanto di denuncia dei cliché coloniali.5 Nella postfazione del 1994 al saggio, del resto, Said si precisa ostile a ogni “approccio schematico”: il suo libro è “attento” a distinguere i “diversi periodi e diversi stili di orientalismo.”6

Tra i dibattiti più costruttivi sull’opera di Said, quelli che hanno catturato l’attenzione degli studiosi italiani sono il suo rapporto con gli studi postcoloniali e con il marxismo, e la sua lettura di Vico e di Gramsci.7 Pur essendosi già accesa da tempo, la querelle sulla ricezione saidiana di Vico è, però, lontana dall’essere esaurita.8 Basti pensare che il saggio Beginnings. Intention and Method – la cui introduzione e il cui epilogo sono consacrati al pensiero vichiano – non è ancora stato tradotto né in italiano né tantomeno in francese. In un’epoca in cui la voce del popolo palestinese non trova spazio, nonostante la Corte Internazionale di Giustizia abbia condannato l’apartheid israeliano, indagando anche il governo di Netanyahu per il genocidio messo in atto con la complicità in primis degli Stati Uniti, ripercorrere il dialogo intertestuale di Said con l’opera di Vico consente di contrastare almeno in parte la disumanizzazione a cui sono sottoposti lo stesso popolo palestinese e il cosiddetto Oriente arabo e islamico. Senza alcuna pretesa di esaustività, questo studio filologico al contempo offre qualche spunto per future ricerche nell’ambito della filosofia interculturale.

2. Vico e Said: 1967-1971

Si è ormai diffuso il sospetto che la Scienza nuova o la sua traduzione a cura di Jules Michelet abbiano alimentato gli studi decoloniali di Jean-Paul Sartre e di Aimé Césaire, che indirettamente rievocano il pensiero vichiano nel celebrare la lingua poetica contro il discorso sul razionalismo e sul progresso scientifico, promosso dal colonialismo capitalista.9 Nell’ambito degli studi postcoloniali – da cui però prese le distanze –10 Said si confrontò direttamente con Vico, senza mai dedicargli una monografia e diventarne specialista in senso classico e conservatore, nonostante fosse stato invitato a farlo dagli studiosi vichiani in America.11

In particolare, in Out of Place Said narra di aver iniziato la lettura di Vico già ad Harvard – insieme con quella di Conrad e Heidegger – e di averla proseguita a Princeton dove, però, la Scienza nuova era un testo estraneo al programma accademico, come Storia e coscienza di classe di Lukács e le opere di Sartre, Heidegger e Merleau-Ponty.12 Da questa lettura scaturiscono nel 1967 due articoli: il primo, ripreso in Beginnings – la cui stesura inizia nell’inverno – è intitolato Vico: Autodidact and Humanist e commenta la Scienza nuova e la Vita scritta da se medesimo. Sulla scia di The Eighteenth Century Confronts the Gods di Frank Manuel, Said rileva che l’opera di Vico si diffuse, soprattutto per vie carsiche, tra i romantici – Herder e Goethe, Coleridge e Schiller – ma anche che, dopo questa eco “clandestina,” la Scienza nuova fu riscoperta da Michelet; poi da Marx, Dilthey, Ranke, Meinecke, Bury, Acton, Coulangers, Nietzsche, Sorel, Yeats, Beckett, Joyce, Croce, Cassirer, Auerbach e Collengwood:

Later there was to be a Marxist Vico, then an existentialist, then an idealist, then a Catholic. Thanks to the excellent translation of Vico by Max Harold Fisch and Thomas Goddard Bergin […], it has become possible to find traces of Vico everywhere […]. Not that his thought is always understood […].13

Said presenta Vico come un autore decisivo per il Novecento, ma invitando a riscoprirne il metodo al di là del mito che lo circonda. Definendo Auerbach “Vico’s principal and most profound literary student,” Said del resto nota che gli studi Croce, al pari di The Mirror and the Lamp: Romantic Theory and the Critical Tradition di Meyer Howard Abrams, seppur preziosi, avrebbero alimentato un cliché sull’oscurità della lingua dell’autore napoletano.14 Un cliché che, peraltro, secondo l’introduzione dei suoi Opuscoli a cura di Villarosa, si diffuse già tra i suoi contemporanei.15

Prima di Said, come si è accennato, anche Auerbach aveva criticato la lettura vichiana di Croce, ma in modo più accurato di Hayden White che finì per scontrarsi anche a tal proposito con Carlo Ginzburg nel quadro del dibattito sulla Metahistory e la Microstoria.16 Auerbach infatti criticò il rifiuto di Croce della trascendenza della Scienza nuova: il filosofo la ridusse all’immanente sostenendo che per Vico “il sapere umano è, qualitativamente, il medesimo del divino.”17 Per Auerbach, invece, il trattato vichiano definisce la “conoscenza umana” solo “probabile, poiché solo chi crea l’oggetto della conoscenza, vale a dire Dio, è in grado di conoscerla davvero.”18 Auerbach infatti precisò che il “criterio gnoseologico,” elaborato da Vico, del verum faciendum non “ha nulla a che spartire con la sua filosofia della storia” ma introduce il metodo sperimentale per cui l’uomo può conoscere, in modo imperfetto, ciò che crea, cioè la sua storia, il mondo delle nazioni, prodotto dalle “lotte di classe fra patrizi e plebei”: unificando i dati empirici della filologia con la filosofia, la Scienza nuova mira alla “sintesi del contraddittorio.”19 Opponendolo a Cartesio e al suo “disprezzo […] della storia,” Auerbach quindi individuò in Vico l’iniziatore di una “rivoluzione copernicana” ovvero storicistica, ma senza definirlo in termini crociani come “il secolo decimonono in germe” o come un precursore dell’Idealismo tedesco.20 Dopo aver sostenuto con Croce che né il Settecento né l’Ottocento accolsero il pensiero di Vico, Auerbach anzi colse la sua eco romantica, ma opponendo comunque lo storicismo vichiano a quello di Herder, più interessato al Volksgeist che al genere umano.21 Sostenendo che l’idea di “storia come insieme dotato di senso” risale al “cristianesimo,” e individuando nello storicismo la sua secolarizzazione, Auerbach usò dunque l’Historismus secondo l’accezione della lingua tedesca, come un termine che Guido Lucchini nota essere “polisemico,” per definire quello di Vico come né romantico né positivistico, bensì “estetico” o “prospettico” e “sintetico.”22 Dopo che la seconda guerra mondiale sancì lo scacco dello storicismo nazionalistico, Auerbach infatti lodò Vico per aver creato un metodo di ricerca sui frammenti del passato che, pur evidenziando la loro incompletezza, tende alla conoscenza dell’“intero corso della storia umana.”23 Tanto che, come rilevano Battistini e Guido Mazzoni, nel saggio Philologie der Weltliteratur, tradotto in inglese da Said nel ’67, Auerbach si richiamò a Vico, oltre che a Goethe, per invitare allo studio anti-eurocentrico della letteratura mondiale, ridefinendolo in questo modo:

Per realizzare una grande opera di tipo sintetico è necessario trovare anzitutto uno spunto [Ansatz], direi quasi un appiglio [Handhabe], che permetta di attaccare l’argomento. Lo spunto deve isolare una cerchia di fenomeni rigorosamente circoscritta e ben calcolabile; e l’interpretazione di questi fenomeni deve avere una forza di irradiazione capace di ordinare ed interpretare anche un territorio molto più vasto di quello dello spunto.24

Anche per Said Vico mirava a studiare la duplice potenzialità della mente che dapprima osserva la realtà e poi sé stessa, pervenendo così alla visione spaventosa, senza Dio, della storia umana. Seguendo Auerbach – soprattutto la sua analisi del lemma auctor che, derivando da “autos, which equals proprius or suus ipsius,”25 collega “l’origine della proprietà” e “la legge” dei “padri eroici,” cioè gli “iniziatori (auctores) dei popoli, creatori della tradizione” –26, ma anche Croce e H. P. Adams (autore di una biografia di Vico, edita nel 1935, che evidenzia la sua visione linguistica della mente), Said al contempo ribadì che l’opera vichiana intendeva studiare la vicenda umana con l’eleganza e la severità con cui la geometria descrive le sue figure.27 A Croce, però, Said riconosceva soprattutto il merito di aver comparato l’autobiografia di Vico con la Scienza nuova, benché, per lo studioso palestinese, questi testi mirassero anzitutto a definire un modello autodidatta e umanista di messa in discussione critica e creativa dell’autorità. Croce, Auerbach e Said infatti si soffermano tutti sul passo dell’autobiografia di Vico che ne descrive l’isolamento intellettuale con un topos sfatato dagli studi recenti, il cui valore euristico è ben messo in luce dall’articolo dello stesso Said.28

In Il labirinto delle incarnazioni Vico è invece citato rapidamente. Lodando l’attenzione rivolta dal XXI secolo al linguaggio (nel 1967 è edito il Linguistic turn a cura di Richard Rorty) e considerando l’influenza dell’esistenzialismo marxista di Sartre e della fenomenologia della percezione di Husserl in Merleau-Ponty, Said nota che l’idea che la filosofia debba occuparsi dell’enigma del “presente vivente,” in realtà, “realizza e chiarifica la prospettiva espressa” dalla “Scienza nuova, dove si mostra come storia e cultura siano prodotte dall’uomo, che” quindi “costituisce il primo soggetto dell’impresa conoscitiva.”29 Said così individua nella linea di studi da Vico a Merleau-Ponty “la grande tradizione dell’umanesimo radicale europeo nella quale, come si specifica in Senso e non senso, il vero eroe è […] l’uomo e non Prometeo o Lucifero.”30

Negli anni Sessanta Said quindi leggeva Vico alla luce sia dell’esistenzialismo marxista – a cui riconosce il merito di non aver ridotto l’uomo a una sola dimensione – sia degli studi vichiani dell’epoca. Decisivo è il commento di Fisch a un lemma chiave di Vico come “ingegno” nella traduzione inglese (1944) della sua autobiografia: “Ingegno (Latin ingenium) is difficult to render. Perception, invention, the faculty of discerning the relations between things, which issues on the one hand in analogy, simile, metaphor, and on the other in scientific hypotheses.”31 Altrettanto decisivo è che, oltre ad aver definito – come rileva Mazzoni – existentiell lo stile che esprime la serietà del quotidiano in Mimesis. Il realismo nella letteratura occidentale,32 Auerbach individuò in Vico, in opposizione a Cartesio, “un autentico fenomenista” per il quale il “mondo delle cose non si lascia comprendere”:33

Descartes incappa, a detta di Vico, in uno scambio tra esse ed existere. Existere significa essere scaturiti da qualcosa, fondarsi su qualcosa (star sovra); l’altra cosa su cui ci si fonda è la sostanza (star sotto), e l’essentia dipende solo da questo. Quindi Descartes avrebbe dovuto dire: cogito, ergo existo: penso quindi ho un’esistenza, mi fondo su qualcos’altro che è, che esiste in sé e ha essentia.34

Al contempo, il succitato articolo di Said è in parziale sintonia con gli atti di un simposio tenutosi a Baltimora per il tricentenario vichiano, curati da White e Giorgio Tagliacozzo con Isaiah Berlin, Max Fisch e Elio Gianturco: qui figurano almeno due letture esistenzialiste di Vico, la prima di James M. Edie, che compara Vico e Merleau-Ponty, e l’altra di Enzo Paci.35

Ben presto, gli studi di Said raggiungono un’altra autonomia: l’articolo Molestation and Authority (1971) studia con la Scienza nuova il genere romanzesco, elaborando una prospettiva ermeneutica, assente in Mimesis. Qui, pur adottando capillarmente il metodo di Vico per leggere nei testi un’espressione storico-culturale (come rileva in primis Said),36 Auerbach citava il napoletano due volte, come moderno filosofo pratico e come un autore in sintonia con Saint-Simon nel ricercare “un caos informe,” anche linguistico, volto a promuovere una visione “vivente” della storia in “contrasto con la mentalità razionale e antistorica del loro tempo.”37 Invece, comparando la recente tradizione araba del romanzo – che ha la funzione ornamentale di offrire delle “variations” del mondo – con quella occidentale, Said individua il fine di quest’ultima nella creazione di un mondo alternativo, ispirata al principio economico, studiato da Freud, di minimizzare il dolore dell’esperienza: elaborando il concetto di “contingent authority,” lo studioso conclude che il rapporto tra la verità “and its artistic version is dialectical, non stricly mimetic.”38 Notando, come Croce e Auerbach,39 che Vico individuò nel Diluvio una rottura, un evento che separa la storia umana in due tipologie distinte ma che fluiscono l’una nell’altra, cioè la storia sacra degli ebrei e quella gentile degli altri popoli (gentes), Said compara la Scienza nuova con Sulla mia attività di scrittore di Kierkegaard, per distinguere i libri in due tipi: estetico e religioso che, secondo la sua sintesi dell’opera del filosofo tedesco, sono tenuti insieme da vincoli di necessità, nella misura in cui il secondo rimanda a una verità anteriore e collettiva, passibile di emergere nel primo solo in forme secondarie, ironiche e dissimulate. Said conviene che un’ironia sul modello kierkeegardiano della socratica è sempre in gioco nella scrittura, in quanto l’autore gioca con la pretesa di usare una lingua universale ma senza né poter esprimere la verità che lo precede né sottrarvisi: iniziando a scrivere, ogni auctor, reale o fittizio, è dunque ironico in quanto sperimenta la libertà ingannevole e soggettiva di riformulare il religioso, confrontandosi peraltro con le voci dei lettori o del personaggio.40 Said infatti nota sia che l’autore o il narratore talvolta insistono su tale duplicità o “molestia,” presentando la loro autorità come “presa in prestito” o come una “finzione,” sia che la conclusione del romanzo classico spesso si risolve nella negazione dell’inizio, cioè in una rivelazione del carattere fittizio dell’autorità narrativa: esemplare è il caso di À la recherche du temps perdu.41

È possibile che l’analisi di Said si richiami tacitamente alla teoria vichiana dell’ironia come una forma linguistica moderna oltre che agli studi di Auerbach sul rapporto tra letteratura e pubblico.42 Se quest’ultimo aveva alluso a una celebre nota di Marx nel Capitale rilevando che, per Vico, “l’uomo è in grado di comprendere non già la natura, ma la storia,” Said d’altronde legge il romanzo anche alla luce degli studi dello stesso Marx sulla crescita della società capitalistica in cui l’individuo, derubato dei mezzi di produzione, è costretto a crearne altri, illudendosi di essere libero o di avere forza di lavoro libera.43 Said infatti nota che l’autore o il personaggio del romanzo classico, come Pip di Great Expectations di Dickens, sperimenta la perdita della sua libertà che infine si rivela dipendere dagli interessi e dalle alleanze di classe. Se la Scienza nuova individua nella mitologia omerica una testimonianza delle “lotte” tra eroi e famoli (nei quali Auerbach riconobbe gli antenati della plebe), Said dunque adotta l’ermeneutica di Vico – l’inventore dell’“idea moderna di ‘stile’”44 – per studiare la modernità del romanzo occidentale in cui già Hegel e poi soprattutto Lukàcs riconobbero – è noto – una forma borghese del genere epico, che esprime una realtà sociale instabile, divisa tra gli obiettivi dell’individuo e i condizionamenti esterni. Said infatti osserva che “a whole range of principal characters in fiction are […]: orphans, outcasts, parvenus” e così via, vive la minaccia di veder rifiutato il suo “background.”45 Sulla scia di Lukàcs, però, nel 1984 Said distingue l’epica dal romanzo: nella prima “non esiste un altro mondo, solo la finitezza di questo: Ulisse ritorna dopo anni di vagabondaggio, Achille morirà perché non può sfuggire al fato”; mentre il romanzo “esiste […] perché altri mondi possono esistere: mondi alternativi, per speculatori borghesi, vagabondi, esiliati.”46

3. Vico in Beginnings

Che Vico sia un “philosopher central to Beginnings,” Said lo riconosce nella prefazione del 1984 al saggio, benché – è noto – già l’edizione del 1975 studi diffusamente la Scienza nuova, richiamandola sin dall’epigrafe (“Doctrines must take their beginning from that of the matters of which they treat”) e consacrandole l’epilogo, che elenca sette “Vichian signposts,” decisivi per la ricerca presentata.47

Said infatti si appropria del metodo di Vico da molteplici punti di vista. Rivalutando la topica, nonché le adiacenze, le complementarità e le correlazioni fra gli elementi linguistici, Said manifesta il gusto filologico, etimologico ed erudito che Vico aveva coltivato, come notava Auerbach, allo scopo filosofico di non eludere il caos e la contraddizione. Oltre a ribadire che la visione umanista e anti-eurocentrica della Scienza nuova studia tramite la lingua i diversi aspetti della storia sociale, in Beginnings Said presenta una sorta di “catalog,”48 comprensivo di un Abecedarium Culturae che evoca il Dizionario Mentale Comune e che sarà un modello per Deleuze.

Al contempo, Said rinnova il metodo dell’Ansatz sulla scia di Harold Bloom, che aveva evidenziato come, secondo Auerbach, per “Vico, […] there is no knowledge whitout creation.”49 Said infatti precisa che l’Intention and Method del proprio saggio consiste nel tentativo di superare “the orthodox distinction between critical and creative thought.”50 Avendo studiato da tempo il nesso tra letteratura e filosofia – almeno da quanto aveva notato che la “fenomenologia approccia l’esperienza come un romanziere o un poeta fa con la sua materia, da dentro” –51, Said rileva ormai un parallelismo tra il farsi del pensiero critico – che in chiave umanista, come si è detto, è deputato a fare tabula rasa, reinventando la tradizione – e l’“act of writing” che è sempre “unknown,” in quanto “from the point of view of the writer, […] his writing […] is perpetually at the beginning.”52 Studiando l’inizio in una prospettiva linguistica, Said in altre parole evidenzia che il linguaggio è, vichianamente, un atto ‘poetico’ in senso etimologico cioè un atto ‘creativo’ che, unendo soggettività e oggettività per ritrovare ed esporre “things that otherwise lie hidden beath piety, heedlessness, or routine,” come l’intellettuale palestinese preciserà più tardi, resta aperto a interpretazioni che non esauriscono né l’intentio operis né l’intentio auctoris.53 In tal senso, già in Beginnings si possono cogliere i semi della Travelling Theory che Said elabora negli anni Ottanta:54 il saggio infatti individua nell’analisi vichiana degli inizi un nodo centrale della tradizione otto e novecentesca, moderna e postmoderna, sia filosofica sia letteraria.

Con riguardo a quest’ultima, in particolare, Said riprende i suoi studi sul romanzo, ma analizza anche la poesia che spesso evoca la creazione, come attesta il Livre di Mallarmé. D’altra parte, pur interrogandosi sull’ἀρχή sin dall’antichità, la filosofia aveva vissuto una rivoluzione con gli studi genealogici di Foucault: non occorre ricordare che quest’ultimo, con una tesi avanzata nel 1964 a un convegno organizzato da Deleuze, individuò il suo modello nell’opera di Nietzsche il quale, ricusando la ricerca delle origini, avrebbe inaugurato una nuova metodologia, poi rinnovata da Freud e Marx.55 La triade dei maestri del sospetto è evocata anche in Beginnings che, tuttavia, oltre a inserire nella stessa corrente diversi altri autori – sia filosofi sia letterati come Kafka, Mallarmé e Rilke – la riconduce anzitutto all’ermeneutica secolare di Vico.56

Opponendo alle “Origini […] oscurissime,” che evocano una dimensione sacra, i “nascimenti” delle “cose” che avvengono in “certi tempi e con certe guise,” talché “tali e non altre nascon le cose,” Vico infatti invitò a studiare gli inizi prodotti dall’uomo secondo una “logica” moderna “che nel ragionare dell’Origini delle cose divine, ed umane della Gentilità se ne giugne a que’ Primi, oltre i quali è stolta curiosità di domandar’altri Primi: ch’è la propia caratteristica de’ Principj.”57 Esemplare in tal senso è il suo studio del mito: citando la sua analisi della favola di Cadmo, che Adorno aveva definito “geniale,” Said infatti nota che Vico individuò nelle mitologie dei “repilogamenti,” atti a ricapitolare la storia nel “mental language common to all nation,” cioè in una lingua che, pur tradendo la stessa verità storica, ne trasmette l’“epilogue” alle successive “generations and other races.”58

Benché si possano distinguere Vico e Nietzsche,59 Said d’altronde insiste sull’“atteggiamento radicale rispetto al linguaggio,” manifestato da entrambi i filosofi che coltivarono, come “Marx” e “Freud,” l’ambizione a indagare nelle parole “a collective fate.”60 Per Nietzsche, infatti, scopo del filosofo “is to recognize what feeling, what lack, what suffering or pain (Leid) causes universal Need,” mentre “the artist’s task is to create this feeling, to give it form,” in primis con la poesia e la musica, cioè linguaggi non iconici che “do not represent but rather create a special other world.”61 Per Nietzsche, dunque, il “language,” come l’inizio, “is a necessary contingency, albeit one usually confused with ‘absolute truth’ and ‘objectivity’.”62 Allo stesso modo, Said nota che in “no philosopher before Marx, Freud, or Nietzsche does one find an assimilative capacity as great as Vico’s. Because he takes words as his subject, no aspect of human experience can be relegated to the status of mere detail.”63 Nell’epilogo del saggio, però, insistendo sul nesso tra educare e educere, Said non solo riconosce che Vico mostra il nesso tra lingua e corpo, ma precisa che, come la sua autobiografia ricapitola il “progress from a child’s beginning with language to a man’s achievement in language,” così, per la Scienza nuova, l’auto-educazione “brings out mind from the body, thus assuring mind of a real existence”; abbracciando una visione pedagogica diversa anche da quella di Rousseau.64

Ritornando su tali temi nel 1976 Said quindi distingue Nietzsche da Vico, osservando che il primo rifiuta “l’antropomorfizzazione del sapere e della conoscenza,” promossa dal napoletano, il cui linguaggio figurativo e la cui ricerca etimologica mirano a ricondurre le parole al corpo da cui provengono.65 Ciononostante, nel 2006, valorizzando il fatto che i testi della tradizione umanista evidenziano l’incompletezza del sapere, Said ribadisce che l’“eroismo filologico” di Vico rivela quanto Nietzsche “sosterrà […] un secolo e mezzo dopo, che la verità della storia umana è ‘un esercito di metafore e metonimie in movimento’.”66

Per Scalercio, del resto, l’accento saidiano sul nesso vichiano tra pathos e lingua costituisce un discrimine soprattutto rispetto a Foucault: nel 2006 l’esule palestinese infatti rifiuta la visione reazionaria dell’umanesimo, avanzata dal filosofo francese, lodando l’umanesimo geografico di Vico, volto a studiare nel linguaggio non solo il tempo ma anche lo spazio d’azione della storia umana.67 Come osserva Raffaele Carbone, la Scienza nuova infatti studia il soggetto “(language, institutions, and nations) by identifying their origins (which is to fix the only valid methodology of knowledge) and irreducible differences (tali e non altre nascon le cose).”68 In tal senso è significativo che l’anno in cui scrive la prefazione di Beginnings, Said riconosce a Foucault un’attenzione al territorio della Francia, ma rimproverandogli l’assenza di una visione cosmopolita.69

La prima edizione di Beginnings però cerca ancora di conciliare gli studi genealogici foucaultiani con il prospettivismo vichiano. Da un lato, infatti, sulla scia di autori come Émile Benveniste, Adorno e Walter Benjamin, Said rifiuta, come noto, la tesi novecentesca della morte dell’autore, avanzata da Barthes e ripresa da Foucault, Derrida e dalla New Criticism.70 D’altra parte, Said precisa che la condanna dell’umanesimo classico da parte degli stessi “Barthes, Foucault, Derrida” rappresenta “one side of Vico’s ‘humanistic’ science,” e misurando la distanza tra il post-strutturalismo e la Scienza nuova, loda i saggi più vichiani degli autori succitati: Mythologies e Le Degré zéro de l’écriture, L’écriture et la différence e De la grammatologie, nonché – tra diversi studi foucaultiani – soprattutto L’ordre du discours; tanto che Gatto considera Beginnings una sorta di commento a questo testo.71 A ben vedere, però, il saggio di Said si conclude comparando la Scienza nuova con gli studi non solo di Foucault ma anche e soprattutto di Deleuze. Entrambi hanno accolto “the adversary current found in Vico, in Marx and Engels, in Lukacs, in Fanon” e altri, riconoscendo “an instance of surface” nel ruolo dell’intellettuale: l’atto di “prendre la parole […] in order to do something.”72

4. Vico tra Deleuze e Foucault

Nell’articolo On Repetition (1976) Said torna sugli studi genealogici di Vico, comparandoli con la storia naturale di Maupertius e Buffon che, egualmente, usarono la tassonomia per identificare le fasi che gli esseri viventi attraversano e ri-attraversano.73 Se Vico rileva la ripetizione del processo storico con cui i diversi popoli fondarono le istituzioni (“like matrimony”; poi, con la lotta “of plebeians,” le “laws”; infine le “nations”), Said paragona il “corso or ricorso” di tale meccanismo al cantus firmus, alla ciaccona e alla “most developed classical instance, Bach’s Goldberg Variations,” ma inoltre nota che le immagini vichiane sono “biological and […] paternal.”74 Soffermandosi sulla lotta delineata da Vico tra padri e figli, Said infatti osserva che le immagini del suo trattato mostrano la ripetizione in una prospettiva “filiative” e “genealogical” (come attesta altresì “the process in the production of cognates out of radicales: gens, gentes, gentile, genialis”),75 ma al contempo problematica. Studiando il processo con cui i rapporti genealogici sono preservati dalla fondazione delle diverse istituzioni, Vico sottolinea che “those same institutions -say marriage or community- protect filiation by instituting affiliation, that is, a joining together of people in a nongenealogical, non-procreative but social unit.”76 Said conclude che Vico, da un lato, affonda le radici in un’epoca che ripensa l’origine in chiave genetica e, dall’altro, introduce l’idea, presente in Lamarck, per cui la “generation” non si risolve solo nella ripetizione temporale, ma produce nello spazio anche la differenza e il conflitto.77

Oltre a notare che la Scienza nuova definisce poetica la “family metaphor of filial engenderment, when it is extended throughout the whole of human activity,” Said rileva di nuovo che i temi trattati da Vico sono diffusi nel romanzo realistico europeo: tra il XVIII e il XIX secolo, la “narrative fiction” spesso sfida i legami familiari e affiliativi, come attesta Madame Bovary che ruota tutto intorno all’insoddisfazione del desiderio sessuale, sperimentata dalla protagonista nel matrimonio.78 Definendola “profetica,” Said inoltre compara l’opera di Vico con la saggistica dell’Ottocento, da On Repetition di Kierkegaard, che evidenzia l’eccezionalità di ogni ripetizione, fino a Der achtzehnte Brumaire des Louis Bonaparte di Marx, che rivela come l’uomo spesso manipoli il suo passato genealogico, trasformando il mito in “propaganda.”79 Riflettendo sul potere delle affiliazioni, che supera le filiazioni dirette, Said quindi cita Différence et répétition e critica la metafora riproduttiva nei titoli di “La Naissance de la clinique and Sureveiller et punir: La Naissance de la prison,” che non esprimono “adequately” la brillante analisi del loro autore, proprio in quanto usano “metaphors of biological reproduction.”80 Notando, inoltre, che Foucault non rileva il meccanismo per cui la società carceraria ripete l’istituzione della famiglia, Said definisce tale società come una “mock-family, uniformly celibate and disciplined.”81 Pur non potendo ricostruire qui la ricezione vichiana di Deleuze e di Foucault – che cita di rado la Scienza nuova e per prenderne le distanze in l’Archéologie du savoir (1969)82 – si può ipotizzare che Said critichi quest’ultimo per non aver accolto con entusiasmo il pensiero linguistico di Vico, che rilevando il nesso tra la famiglia e le successive istituzioni sociali, aveva elaborato un’epistemologia efficace nel riconoscere che la creazione e la neutralizzazione dell’alterità sono frutto del processo arcaico di esclusione dei famoli dal potere. Come noto, Said torna sul tema dell’Altro in Orientalism (1978).

5. Vico da Foucault a Gramsci

Scalercio nota che, rileggendo Foucault con Vico, Said rivaluta la “doppia natura” del linguaggio che è un insieme di “pratiche discorsive,” preparatorie ad altre “non discorsive (come la disciplina carceraria),” ma è anche “traccia di una politicità originaria e violenta,” cioè “espressione della creatività corporea dell’uomo” che tenta di sublimare la sofferenza esperita a causa del “dominio materiale esercitato da un gruppo su un altro.”83 In Orientalism Said infatti studia gli stereotipi che hanno accompagnato il cosiddetto conflitto tra Occidente e Oriente, sia ricordando che bisogna “prendere molto sul serio l’osservazione di Vico che gli uomini sono artefici della loro storia, e che ciò che possono conoscere è quanto essi stessi hanno fatto,” sia precisando che la Scienza nuova contrasta “la boria dei dotti e delle nazioni.”84 Se la prima citazione introduce alla visione storicistica del libro, la seconda è decisiva: finora Said ha rilevato il tono antagonistico di Vico solo in relazione all’invito umanista a fare tabula rasa della ‘boria dei dotti’,85 in sintonia con Auerbach che oppose altrettanto velocemente il napoletano alla “boria” dei razionalisti.86 Gramsci invece citò a più riprese la “boria di dotti” e “delle nazioni” sia nelle Lettere sia nei Quaderni;87 tanto che nella traduzione in inglese di questi, in versione estesa dal 1971, l’indice dei nomi registra quello di Vico accanto al “conceit of nations,” oltre che per la sua “Theory of knowledge” del verum ipsum factum e della “Providence.”88 Una nota alla prima occorrenza della ‘boria delle nazioni’, inoltre, evoca un passo vichiano che può aver catturato l’attenzione di Said:

On the conceit of nations, there is a golden saying of Diodorus Siculus. Every nation, according to him, whether Greek or barbarian, has had the same conceit that it before all other nations invented the comforts of human life and that its remembered history goes back to the very beginning of the world. (The New Science of Giambattista Vico, Cornell, 1968, p. 61).89

Se è noto che Gramsci ha un ruolo chiave in Orientalism,90 si può considerare anche l’acceso dibattito che accompagnò la traduzione inglese dei suoi scritti, per studiarne l’influenza sulla seconda fase della ricezione saidiana di Vico. Uno studioso di riferimento per Said come Victor Kiernan, commentando “l’analisi di Gramsci dell’Islam, […] dei grandi Paesi e culture del cosiddetto estremo oriente,” presentò l’intellettuale antifascista come un’incarnazione dell’Europa, quindi del mondo al crocevia tra Oriente e Occidente, ma anche come un autore a cui Vico era molto familiare.91 Anzi, già la traduzione dei Quaderni evidenzia la derivazione vichiana e crociana del lemma ‘filologia’ nel vocabolario di Gramsci, sottolineando altresì che l’antifascista promosse l’insegnamento della distinzione, altrettanto vichiana, tra “certo” e “vero,” nelle scuole elementari: secondo il modello umanista dell’educazione, il bambino deve imparare a non confondere la società e la cultura con la verità (Q 12).92 Forse anche in tale prospettiva, Gramsci criticò (come Auerbach) la lettura di Croce del verum-factum.93 Tra gli altri elementi che possono aver favorito una lettura vichiana dei Quaderni da parte di Said si può altresì considerare che la filologia vivente, adottata da Gramsci tramite le varianti evoca la prassi scrittoria di Vico. Una prassi a cui si possono ricondurre le riflessioni di Gramsci sull’inizio e sulla necessità di ricominciare, che Said commenta, anche correggendo la traduzione inglese:

Nei Quaderni del carcere Gramsci afferma: ‘L’inizio dell’elaborazione critica è la coscienza di quello che è realmente, cioè un ‘conosci te stesso’ come prodotto del processo storico finora svoltosi che ha lasciato in te stesso un’infinità di tracce accolte senza beneficio d’inventario’. Inspiegabilmente, l’unica traduzione inglese dell’opera si ferma qui, laddove il testo italiano di Gramsci conclude aggiungendo: “Occorre fare inizialmente un tale inventario.”94

Considerando il ruolo simbolico di Vico nei Quaderni,95 Said ha colto la sintonia metodologica tra i due filosofi italiani che, come notato da Cacciatore, promossero un’educazione umanistica tramite la filologia.96 Benché la tesi per cui Vico fu un ‘autore’ di Gramsci è da tempo rifiutata, non si può infatti né ridimensionare il suo apprezzamento dell’opera vichiana – di cui, come noto, l’antifascista non poté verosimilmente disporre durante la prigionia –, né tantomeno ridurre la lettura gramsciana di Said a un’ingenua adesione alle riflessioni dei Quaderni. Se, dopo averlo definito come un cattolico, Said ricolloca Vico nella tradizione del pessimismo materialista che va da Lucrezio a Leopardi e allo stesso Gramsci, questa ‘nuova’ lettura della Scienza nuova rinnova il suo metodo, mirando a riportare alla luce ciò che è sepolto nella lingua e nell’opera, anche al di là dell’intentio auctoris.97 Non si dimentichi che, facendo appello a un umanesimo democratico, Said lo individuerà anche in un’inesausta, “nuova decifrazione” dei testi “in un contesto molto più ampio di quello che è stato finora loro assegnato.”98 Che Gramsci favorisca la rilettura antagonista di Vico e dell’umanesimo da parte di Said è attestato dal fatto che, in seguito, come noto, l’esule palestinese svilupperà un metodo contrappuntistico, oltre a ribadire che il ruolo dell’intellettuale è nella lotta per la verità.99

Altrettanto noto è che, dopo averlo comparato anche con Alexander Pope e Jonathan Swift,100 Said definirà Vico un fondatore “della scienza storica” insieme come Ibn Khaldum.101 Forse, meno noto è che, con un ruolo analogo, Vico ritorna per l’ultima volta nei testi di Said tradotti in italiano, in un’intervista rilasciata nel 2000 ad Ha’aretz, in cui l’esule palestinese riconosce che “possiamo creare le nostre stesse origini. Non sono date, sono atti di volontà.”102 Durante l’intervista, però, Said non solo riflette sull’inventio e sulla lingua, ma soprattutto sulla questione palestinese, definendosi inoltre come “l’unico vero continuatore di Adorno.”103 Said è infatti rimasto ormai deluso da molti filosofi francesi, almeno da quando, nel 1979, era stato invitato da Sartre a un incontro segreto sulla pace in Medio Oriente, tenutosi a Parigi a casa di Foucault. Pur avendo notato nella sua biblioteca una copia di Beginnings, Said racconta che nessuno dei presenti – neanche un sostenitore dell’indipendenza algerina come Sartre – nominò mai il popolo palestinese.104 Nell’intervista del 2000, dopo che il sionismo aveva generato altri orrori, come il massacro di Sabra e Shatila (1982), riprendendo un’ipotesi giovanile Said prospetta la soluzione di uno “stato bi-nazionale” o “panarabo” o “pan-mediterraneo,” comprensivo della minoranza ebraica che tutt’ora abita il cosiddetto Medio Oriente. Seppur senza soffermarsi gli studi vichiani sul diritto, Said d’altronde rivendica come Vico la necessità non solo di ripensare gli inizi – in particolare quelli della questione palestinese con l’accordo di Balfour e la Nakba – ma anche di di un “rafforzamento del potere centrale” volto a limitare i “privilegi di forze particolaristiche,” ma proponendo, suo malgrado, il modello dei millet.105 Invitando, al contempo, a una riflessione collettiva contro il nazionalismo, Said adotta, ancora una volta, il metodo umanista e transnazionale della scienza incerta di Vico che, però, come noto, si ispirava al modello dell’antica Roma. Se si potrebbe comparare l’ultima visione politica di Said anche con quella rivendicata da Albert Camus per l’Algeria e il cui intento rivoluzionario è stato evidenziato di recente da Catherine Maubon più che dallo stesso Said,106 giova però rilevare che, forse, la specificità della sua proposta, al pari di quella di altri studiosi recenti tra cui Ilan Pappe, risiede anche nella tutela del territorio della popolazione indigena e delle sue risorse, che il sionismo tende ad annientare tramite una serie di operazioni militari che possono configurare fattispecie di reato di ecocidio ma anche di ‘domicidio’107.

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1 Cf. Luglio, Vico et le XXe siècle e, su Adorno, Campagnoli, “Per una scienza estetica.”

2 Tessitore, “Auerbach” e Battistini, “Limpide voci.” I saggi vichiani sono riuniti in Auerbach: Letteratura mondiale.

3 Cacciatore, “Verità e filologia;” Scalercio, Umanesimo; Lomonaco, “La ‘Disciplina’;” Gatto, L’umanesimo radicale.

4 Cf. Abbadessa, Vico e il pensiero mitico.

5 Flaubert “si interessa” a “ciò che vede ma anche […] al modo in cui lo vede […]; ciò che conta è la lucida trasmissione di ogni particolare”; talché “si deve riconoscere la sua” capacità “di suscitare risposte complesse, e a volte drammatiche autorivelazioni, nell’anima di quasi tutti gli orientalisti;” Said, Orientalismo, 187.

6 Ibid., 334.

7 Sul marxismo e gli studi postcoloniali ha offerto un contributo decisivo Mellino, Post-Orientalismo, 37-46.

8 Nella prefazione a Scalercio, Umanesimo, VI-XII, Cacciatore ha sostenuto che, diversamente da quanto ipotizza il suo allievo, Said accoglie il metodo non solo filologico ma anche filosofico di Vico. Sulla filosofia dell’umanesimo cf. Garin, L’umanesimo e Grassi, La filosofia.

9 Abbadessa, “Sulle tracce di Orfeo” e Banchetti, Robino, “Orfeo nero.”

10 Cf. Mellino, Post-orientalismo.

11 Brennan, Places of Mind, 173. Sull’opposizione di Said alla specializzazione degli studi, promossa da Reagan e Thatcher, cf. Gatto, L’umanesimo.

12 Said, Sempre nel posto sbagliato.

13 Said, “Vico: Autodidact,” 337. Cf. Wilson, Michelet. Quando si citano in italiano i saggi di Said non ancora tradotti, la traduzione è di chi scrive. Ricordiamo che gli studi recenti hanno ormai evidenziato che l’opera di Vico si diffuse già nel XVIII secolo anche grazie agli intellettuali in viaggio o in esilio nella Repubblica delle Lettere.

14 Said, “Vico: Autodidact,” 347.

15 Gli Opuscoli di Villarosa sono citati in Ibid.

16 Cf. Pisani, “Carlo Ginzburg” e Scarpato, “Problemi di prospettiva.”

17 Croce, La filosofia di Giambattista Vico, 29. Cf. Auerbach, Letteratura mondiale, 118.

18 Ibid., 115.

19 Ibid., 121-145.

20 Ibid., 193-201. Cf. Patella, “Vico e il senso comune estetico,” 84.

21 Cf. Lucchini, “Auerbach.”

22 Ibid., 266; Auerbach, Letteratura mondiale, 134. Mazzoni, “Il paradosso di Auerbach,” 17-28. Cf. Battistini, “A scuola di Vico.”

23 Auerbach, Letteratura mondiale, 233, che rivela di aver appreso questo “concetto di filologia” da Vico.

24 Ibid., 168. Cf. Mazzoni, “Il paradosso di Auerbach,” 27; Battistini, A scuola di Vico, 20; Sinopoli, Interculturalità e transnazionalità, 65-71. A partire da questa citazione Ginzburg ricostruisce la tradizione dello storicismo secolare per delineare così una genealogia, anche vichiana e crociana, della microstoria; Ginzburg, La lettera uccide, 6.

25 Said, “Autodidact and Humanist,” 340-341.

26 Auerbach, Letteratura mondiale, 154-155, n5.

27 Said, “Autodidact and Humanist,” 346. Cf. Adams, The Life and Writings.

28 Su tale valore euristico, cf. Diana, Le “borie” vichiane.

29 Said, “Il labirinto,” 45.

30 Ibid.

31 La citazione è studiata da Sanna, “Inventio,” 11.

32 Mazzoni, “Auerbach,” 95.

33 Auerbach, Letteratura mondiale, 111.

34 Ibid., 107.

35 Cf. Tagliacozzo, White, Giambattista Vico, 483-516 e Brennan, Places of Mind, 173.

36 Nella sua introduzione all’edizione inglese di Mimesis del 2003; cf. Said, Umanesimo, 92-119. Williams nota che Vico riconobbe “the relation between periods of art and periods of society” (Williams, Culture & Society, 140).

37 Auerbach, Mimesis, vol. II, 197 e vol. I, 46.

38 Said, “Molestation and Authority,” 48-54.

39 Croce, La filosofia di G.B. Vico, 152-3; e Auerbach, Letteratura mondiale, 143.

40 Said si richiama alla tesi dottorale di Kierkegaard Sul concetto di ironia in riferimento costante a Socrate.

41 Said, “Molestation and Authority,” 49. (trad. nostra).

42 Il primo tema, trascurato da Croce e Auerbach, sarà ripreso da White, cf. Basto, White reading, 31-39 che recensirà il libro di Vico. Cf. Auerbach, Lingua letteraria e pubblico è citato da Said, “Vico: Autodidact.”

43 Auerbach, Letteratura mondiale, 141.

44 Ibid., 142 e 224.

45 Said, “Molestation and Authority,” 60, poi in Said, Beginnings, 92-93.

46 Said, Nel segno dell’esilio, 225.

47 Ibid., XIII, VII e 357.

48 Ibid., XVI.

49 Ibid., XVI.

50 Bloom The Anxiety, 58, cit. in Allen, Said…Bloom…Vico, 57. Cf. Said, Beginnings, XV e 68.

51 Said, Il labirinto, 36 in cui emerge una lettura linguistica – dunque vichiana – dei testi.

52 Said, Beginnings, 74.

53 Said, The World, the Text and the Critic, 53.

54 Su cui si veda Mellino (a cura di), Post-Orientalismo.

55 Foucault, “Nietzsche, Freud, Marx.”

56 Said, Beginnings, 281 e 352.

57 Vico, Scienza nuova, 93.

58 Adorno, Teoria estetica, 341 e Said, Beginnings, 356.

59 Cf. Miner, Vico: Genealogist.

60 Said, “Conrad and Nietzsche,” 66 e Said, Beginnings, 352.

61 Ibid., 38.

62 Ibid., 39.

63 Ibid., 352.

64 Ibid., 366-70.

65 Said, “Vico on the Discipline.” Cf. Lomonaco, “La ‘Disciplina’;” Lupo, Nietzsche, 105-122.

66 Said, Umanesimo e critica democratica, 84.

67 Scalercio, Umanesimo, 139-141. Cacciatore parla di un “umanesimo della terrestrità” nella prefazione a Ibid., XI.

68 Carbone, “Difference,” 45.

69 Said, Nel segno dell’esilio, 232-41.

70 Scalercio, Umanesimo, 136-41. Su Benjamin cf. Vitiello, “Vico e Benjamin.”

71 Said, Beginnings, 375 e Gatto, L’umanesimo radicale, 77-80 che, però, riunisce la lettura vichiana di Croce e Auerbach e propone un’analisi diversa del saggio di Said.

72 Said, Beginnings, 378.

73 Said, On Repetition, 111-125.

74 Ibid., 114.

75 Ibid., 114-5 in cui Said ricorda che secondo La logique du vivant di François Jacob “the notion of reproduction was itself born in the early eighteeenth century.”

76 Ibid., 116.

77 Ibid., “Vico was aware that filiation from one point of view is recurrence, but from another, that of history as the form of human existence seen as a domain of its own, it is difference.”

78 Ibid., 117.

79 Come osserva Fletcher, The Literature of Fact, XVI.

80 Said, On Repetition, 119.

81 Ibid., 300, nota 6: “Curiously, however, Foucault never remarks on the resemblance, just as he seems undecided as to whether the prison is a new institution or a redeployment of old or analogous elements.” Foucault studia la prigione come una pratica, senza attribuire al lemma ‘istituzione’ una decisiva rilevanza semantica, secondo L. Lawlor, J. Nale (eds.), Institution, 217-23.

82 Scalercio, Umanesimo, 140.

83 Ibid., 138.

84 Said, Beginnings, 14 e 59.

85 Ibid., 203.

86 Auerbach, Letteratura mondiale, 117.

87 Gramsci, Lettere, 564 e Gramsci, Quaderni, vol. 3, 172-4. Su Vico in Gramsci cf. Garin, “Vico in Gramsci;” Ciliberto, “La fabbrica dei Quaderni;” Carlucci, “Giambattista Vico;” Girard, “Le Vico d’Antonio Gramsci” e Degosus, “L’influenza di Vico.”

88 Gramsci, Selections from the Prison Notebooks, 477.

89 Ibid., 151.

90 Su tale tema, cf. Chambers, Esercizi di potere e Darraj, Antonio Gramsci e Edward Said.

91 Boothman, Le traduzioni di Gramsci. Cf. Kiernan, “Gramsci and Marxism.”

92 Gramsci, Selections from the Prison Notebooks, 428 e 35.

93 Ibid., 477.

94 Said, Orientalismo, 34. Il passo della Scienza nuova in cui Vico studia il detto nosce te ipsum – cf. Scalercio, “Povera e oppressa plebe,” 99 – è citato da Gramsci in Socialismo e cultura, cf. Ciliberto, “La fabbrica dei Quaderni,” 21-22.

95 Ibid. Cf. Garin, “Vico in Gramsci;” Carlucci, “Giambattista Vico;” Girard, “Le Vico d’Antonio Gramsci” e Degosus, “L’influenza di Vico.”

96 Cacciatore, “Verità e filologia.”

97 Said, Il segno dell’esilio. Cf. Prestipino, “Tre voci nel deserto.”

98 Said, Umanesimo, 81.

99 Guarracino, “Concerto a tre voci.”

100 Said, The World, the Text and the Critic, 19.

101 Said, Sullo stile tardo, 19.

102 Said, Il mio diritto al ritorno, 44.

103 Ibid., 48.

104 Said, “Ma rencontre avec Jean-Paul Sartre.”

105 Said, Il mio diritto al ritorno, 31-40.

106 Maubon, Vivere in tempi di catastrofe.

107 Pappe, Storia della Palestina moderna. Sulla gestione delle risorse in età moderna cf. Bayly, La nascita del mondo moderno. Il neologismo ‘domicidio’ è stato introdotto nel corso del 2024 dall’Enciclopedia Treccani per indicare “la distruzione deliberata e sistematica di case, palazzi e infrastrutture civili in un insediamento abitato, in una città o in una zona circoscritta”: https://www.treccani.it/vocabolario/neo-domicidio_(Neologismi)/. Ultimo accesso: 11/10/2025.