Panorami
Filosofia dello sport. Una rassegna ragionata delle discussioni contemporanee
Philosophy of Sport. A Critical Review of Contemporary Debates
1 Università del Piemonte Orientale, Italy
2 University of Aberdeen, UK
Abstract. Although sport is a social practice with a long history and one that now holds a certain more or less direct relevance in the lives of many people, the philosophical analysis of this phenomenon is fairly recent. While some contributions were presented as early as the 1930s, the philosophy of sport as an autonomous discipline only developed from the 1970s onward. Whereas the earliest contributions were situated within the philosophy of education and regarded sport as a vehicle for the formation of the individual, more recent literature has begun to apply philosophical methods and concepts to every domain of sporting practice. As we shall see in this brief and inevitably partial reconstruction of the debate, in recent years metaphysical, ontological, aesthetic, ethical, and political questions have been examined. Although the topics addressed are many, those that will be analyzed in greater detail concern the nature of sport, doping, fandom, and the inclusion of women. The final section deals with two areas – esports and combat sports – that are emerging and will, in our view, undergo significant development in the coming years.
Keywords: sport, inclusion, doping, fandom, e-sports.
Riassunto. Per quanto lo sport sia una pratica sociale con una lunga storia e che ha ormai una certa rilevanza più o meno diretta nella vita di molte persone, l’analisi filosofica di questo fenomeno è abbastanza recente. Se alcuni contributi sono stati presentati sin dagli anni ‘30 del XX secolo, la filosofia dello sport come disciplina autonoma si è sviluppata solo a partire dagli anni ’70. Mentre i primi contributi erano interni alla filosofia dell’educazione e consideravano lo sport come un vettore di formazione dell’individuo, la letteratura più recente ha iniziato ad applicare metodi e concetti della filosofia a ogni ambito della pratica sportiva. Come vedremo in questa breve e inevitabilmente parziale ricostruzione del dibattito degli ultimi anni vengono analizzate questioni metafisiche, ontologiche, estetiche, etiche e politiche. Per quanto i temi trattati siano molti, quelli che verranno analizzati più nel dettaglio riguardano la natura dello sport, il doping, il tifo e l’inclusione delle donne. L’ultima sezione tratta due ambiti (gli e-sports e gli sport da combattimento) che sono emergenti e avranno a nostro avviso uno sviluppo significativo nei prossimi anni.
Parole chiave: sport, inclusione, doping, tifo, e-sports.
Index
La teoria di Suits e la natura dello sport
b) Tifo partigiano e suoi limiti
Lo sport e l’inclusione delle donne
Per quanto lo sport sia una pratica sociale con una lunga storia e che ha ormai una rilevanza più o meno diretta nella vita di molte persone, l’analisi filosofica di questo fenomeno è abbastanza recente. Se alcuni contributi sono stati presentati sin dagli anni ‘30 del XX secolo, la filosofia dello sport come disciplina autonoma si è sviluppata solo a partire dagli anni ’70. Mentre i primi contributi erano interni alla filosofia dell’educazione e consideravano lo sport come un vettore di formazione dell’individuo, la letteratura più recente ha iniziato ad applicare metodi e concetti della filosofia a ogni ambito della pratica sportiva. Come vedremo in questa breve e inevitabilmente parziale ricostruzione del dibattito degli ultimi anni vengono analizzate questioni metafisiche, ontologiche, estetiche, etiche e politiche. Riuscire a rendere conto di questa complessità nello spazio di un articolo ha determinato la necessità di fare una serie di scelte. Vista la portata internazionale del dibattito, e pur riconoscendo come questo si sia molto diffuso anche in Italia,1 abbiamo deciso di focalizzarci principalmente sugli articoli pubblicati negli ultimi cinque anni nelle due principali riviste internazionali di filosofia dello sport: il Journal of the Philosophy of Sport e Sport, Ethics and Philosophy. Molti sono i temi trattati tra cui: l’etica dei salvataggi in montagna,2 l’eccellenza e il talento,3 la violazione delle regole,4 le scommesse.5 Alcuni, però, emergono come maggiormente centrali perché affrontano questioni metafisiche come la natura dello sport, etiche come la legittimità del doping o il valore del tifo, e politiche come l’inclusione delle donne all’interno delle pratiche sportive. Dopo aver affrontato questi temi, nell’ultima sezione di questo panorama analizzeremo due ambiti (gli e-sports e gli sport da combattimento) che sono trattati da un numero minore di contributi, ma sono emergenti e avranno a nostro avviso uno sviluppo significativo nei prossimi anni.
La teoria di Suits e la natura dello sport
The Grasshopper di Bernard Suits6 è il libro seminale da cui è nato il filone di ricerca contemporaneo della filosofia dei giochi.7 In questo libro Suits propone e difende la sua definizione di ‘gioco’ – un concetto notoriamente dichiarato indefinibile da Wittgenstein8 – secondo cui giocare a un gioco è (nella definizione ‘portatile’) il tentativo volontario di sormontare ostacoli superflui. Più specificamente, giocare a un gioco significa: (i) svolgere un’attività che tenta di portare in essere un particolare stato di cose (‘l’obiettivo prelusorio’) (ii) utilizzando solo mezzi permessi dalle regole (‘mezzi lusori’), (iii) le quali prediligono mezzi meno efficienti a scapito di mezzi più efficienti (le ‘regole costitutive’) (iv) e che vengono accettate per rendere possibile l’attività stessa (‘l’atteggiamento lusorio’). Inoltre Suits traccia una connessione tra i giochi e la vita buona: nel mondo utopico immaginato da Suits, gli esseri umani non dovranno più fare alcuno sforzo per ottenere ciò che vogliono; tutto sarà reso disponibile automaticamente dalla tecnologia avanzata. In questo mondo i giochi svolgeranno un ruolo fondamentale nel dare significato alla vita umana: l’auto-imposizione di ostacoli superflui e i tentativi di superarli – in altre parole, giocare ai giochi – non sarà mera attività di svago, ma l’ideale dell’esistenza umana. Nei suoi scritti susseguenti, Suits ha elaborato ulteriormente le sue teorie, opinando in particolare sul rapporto tra i giochi e lo sport e sul ruolo dei giochi nel mondo utopico.9
Il lavoro di Suits è così importante da continuare a sostenere il vivo interesse dei filosofi dello sport contemporanei intorno a tre filoni di ricerca in particolare: a) la natura dei giochi; b) il tipo di giochi per una società utopica; c) il rapporto tra giochi e vita buona. Cerchiamo di chiarire questi aspetti più nel dettaglio.
Definire lo sport e la sua natura richiede di chiarire cosa contraddistingue lo sport da altre attività umane e spiegare se lo sport abbia un valore intrinseco e, in caso affermativo, quale questo sia. Esistono tre tipi principali di teorie ‘internaliste’ della natura dello sport, ovvero teorie che concepiscono lo sport come un’attività distintiva dal valore non-strumentale: il formalismo, secondo cui ciascuno sport è semplicemente il gruppo di regole formalizzate che lo governano;10 il convenzionalismo, secondo cui lo sport include anche regole implicite, informali o altre convenzioni;11 e l’interpretivismo, secondo cui lo sport include non solo regole esplicite e implicite, ma anche alcuni principi intrinsechi che ne dettano l’interpretazione appropriata.12
All’interno di questo dibattito è particolarmente interessante la prospettiva di Hemmingsen che, ispirandosi alla teoria di Parfit (1986) sull’identità personale, propone una teoria dello sport chiamata teoria ‘centro-periferia’ che si rifiuta intenzionalmente di offrire una demarcazione tra sport e non-sport.13 Secondo Hemmingsen, alcuni elementi sono di importanza centrale allo sport; e le attività in cui non figurano (fortemente) alcuni di questi elementi vanno categorizzate nella ‘periferia’, pur rimanendo sport. Quindi ‘sport’ è un termine graduato: alcune attività sono più ‘sport-like’ di altre. Lo stesso autore propone una critica alle definizioni dello sport che includono come condizione necessaria che l’attività in questione sia di valore affermando che è preferibile una definizione neutrale di sport che permette l’esistenza di sport dal valore negativo (‘bad sports’).14 Un’alternativa a questa prospettiva si focalizza invece sul rapporto tra il gioco/la giocosità (‘playfulness’) e lo sport. Per Duncan, l’influente teoria del gioco di Huizinga15 che enfatizza il divertimento, la spontaneità e l’individualismo, ben trova spazio negli sport professionali, nonostante la giocosità possa sembrare contrapposta allo scopo principale degli sportivi professionisti, cioè vincere.16 Duncan argomenta che la giocosità può avere effetti positivi sui risultati, e crea un senso di appartenenza, di significato e di emancipazione per chi pratica lo sport. In una vena simile, Mares e Ryall propongono un’esaminazione filosofica della giocosità, argomentando che ci permette di vedere la ricchezza dello sport appieno e contribuisce ad una mentalità vincente.17
Un principio chiave in questo ambito è rappresentato dalla Tesi dell’Abilità (Skill Thesis), secondo cui una competizione sportiva è un test d’abilità che produce una graduatoria (ranking) tra atleti. Tale tesi è indipendentemente plausibile, ed è anche sostenuta dall’influente teoria ‘mutualista’ di Robert Simon, una teoria di stampo interpretativo che concepisce lo sport come ricerca reciprocamente accettabile (da parte dei partecipanti) dell’eccellenza attraverso la sfida.18 Flynn argomenta che la Tesi dell’Abilità è incompatibile col valore delle gare combattute, in cui il vincitore è determinato non dall’abilità, ma da fattori altamente contingenti. Ne consegue che l’abilità non può essere l’unica base per il valore che associamo alla vittoria.19 Pho propone un raffinamento importante della teoria mutualista di Simon, prendendo ispirazione dal Confucianesimo.20 Un problema per il mutualismo di Simon è infatti l’apparente impossibilità per un partecipante allo sport di mirare legittimamente a un obiettivo diverso dal miglioramento delle proprie capacità. Ciò è implausibile, poiché in alcune situazioni sembra legittimo non mirare a migliorarsi (ad esempio, quando una madre esperta gioca a tennis con la sua figlia principiante). Il Confucianesimo rende parte integrante dello sviluppo delle proprie capacità, intese come virtù, lo sviluppo delle capacità delle persone intorno a noi. Dato questo elemento, è facile vedere come una madre possa legittimamente mirare a migliorare le capacità di sua figlia, invece di tentare di massimizzare le proprie capacità individuali, risolvendo il problema per la teoria mutualista di Simon.
Se questo è il dibattito sulla natura dello sport, a partire dalla teoria di Suits alcuni recenti contributi hanno riflettuto su quali siano le caratteristiche dei giochi che verranno giocati in un mondo utopico dove la scarsità non esiste.21 Rust risponde ad un dilemma proposto da Yorke,22 la cui comprensione richiede familiarità con la distinzione tratta da Suits tra giochi ‘chiusi’ – come gli sport, che hanno uno specifico stato di cose come obiettivo (vincere tre set di tennis, arrivare al traguardo prima degli altri corridori) – e i giochi ‘aperti’ – come i giochi di ruolo, che hanno come obiettivo il prolungamento del gioco stesso. Secondo Yorke, il dilemma è questo: i giochi utopici saranno o giochi ‘chiusi’, in qual caso non sufficientemente interessanti per alleviare il tedio degli abitanti del mondo utopico, oppure talmente diversi dai giochi che conosciamo da renderli inappropriati quali ideali dell’esistenza di esseri come noi. Rust argomenta che la soluzione al dilemma di Yorke si trova nei giochi aperti. Questi giochi saranno sufficientemente interessanti da liberarci dalla noia e sufficientemente familiari da poter essere ideali della nostra esistenza. Kolers propone che i giochi utopici serviranno sia le Formiche (gli esseri umani per cui il lavoro è importante) che le Cicale23 (coloro che invece amano giocare).24 In Utopia, sarà il lavoro delle Formiche a creare nuovi giochi per le Cicale. E la creazione di tali giochi richiederà discussione cooperative tra le due parti, tramite cui nuove preferenze verranno alla luce, rendendo i giochi così prodotti ‘magnifici’. Kobiela ripercorre la discussione di Suits sul ‘paradosso del gioco perfetto’ in alcuni scritti non pubblicati.25 Ne emerge secondo Kobiela una concezione di tale paradosso che richiede che un gioco perfetto sia (1) perfettamente disegnato (2) perfettamente arbitrato (3) perfettamente giocato (4) perfettamente concluso, cioè terminato con la vittoria di uno dei partecipanti in virtu’ delle sue abilità. Il paradosso risiede nel fatto che giochi con caratteristiche (1)-(3) finiscono inevitabilmente in parità o nella vittoria di un giocatore per via di fattori imprevisti, più che per via di abilità superiori, minando quindi (4).
A concludere le influenze che la teoria di Suits ha sul dibattito contemporaneo possiamo considerare l’analisi di Lopez Frías e Mares i quali, proprio a partire dal rapporto tra la proposta teorica di Aristotele e quella di Suits, analizzano il rapporto tra, da un lato, la vita buona e, dall’altro, i giochi e lo sport.26 Importante in questo ambito è la concezione di Suits dei giochi (e di molti sport) quali attività autoteliche ed auto-sufficienti: giocare è tipicamente un’attività non-strumentale, ossia non volta ad un ulteriore scopo (auto-telismo) e tipicamente ha come effetto lo sviluppo di importanti capacità umane (auto-sufficienza). Secondo entrambi autori, le teorie di Aristotele e di Suits si complementano, e contribuiscono congiuntamente importanti considerazioni che spiegano il valore dei giochi e dello sport per il vivere bene.27
Dopo aver analizzato il dibattito relativo alla natura dello sport, vogliamo considerare un ambito teorico che ha una ricaduta pratica molto significativa: la discussione intorno alla legittimità o meno del doping, ovvero l’assunzione di farmaci che migliorano le prestazioni sportive (i ‘PED’, ‘performance-enhancing drugs’). La World Anti-Doping Agency (WADA), l’organo principale vigente sul doping, proibisce qualsiasi sostanza che soddisfa almeno due dei seguenti tre criteri: (1) ha la possibilità di migliorare oppure migliora le prestazioni sportive; (2) rappresenta un rischio o potenziale rischio alla salute dell’atleta; (3) viola lo spirito dello sport. La WADA pubblica e aggiorna annualmente una lista di sostanze vietate. Le domande principali in questo ambito sono: è giusto che questi farmaci siano vietati? Sono i criteri della WADA giustificabili e ben applicati?
Le organizzazioni sportive hanno presumibilmente un forte interesse nel vietare i PED per mantenere l’equità (‘fairness’) delle competizioni sportive. Sebbene alcuni filosofi dello sport concordino con il divieto dei PED, molti altri argomentano che i divieti ai PED sulla base della giustizia sportiva non sono giustificati: non esiste infatti modo adeguato per distinguere dal punto di vista morale i PED da altre misure che conferiscono un vantaggio sportivo, quali le camere iperbariche e l’allenamento ad altitudine – misure che non sono alla portata di tutti gli atleti e che quindi conferiscono un vantaggio ingiusto. Altri obiettano al divieto dei PED su basi differenti: che comporta un’invasione inaccettabile della privacy dell’atleta; che è una misura eccessivamente paternalista; o che danneggia la salute degli atleti, poiché costringe i numerosi atleti professionisti che si dopano (stimati tra il 14% e il 39%)28 a nascondere l’assunzione di queste sostanze e i loro effetti negativi, e a ricorrere a mercati illegali e rischiosi. Inoltre, alcuni obiettano che le misure anti-doping sono palesemente inefficaci. La maggioranza degli articoli esaminati per questa panoramica sono critici delle misure anti-doping per gli atleti, o degli argomenti che le sostengono.
Gordon e Dodds sostengono che due farmaci raccomandati dai medici per il mal di montagna (acetazolamide and dexamethasone) sono ingiustamente inclusi nella lista di farmaci proibiti.29 Tali farmaci non soddisfano due dei tre criteri della WADA. Questo rende chiaro che i criteri WADA sono mal specificati. Gli autori suggeriscono due revisioni a questi criteri: che il rischio alla salute degli atleti nel secondo criterio sia concreto e che il terzo criterio (la violazione dello spirito dello sport), ritenuto troppo vago, sia rimpiazzato dal criterio che il successo dell’atleta non sia riconducibile alla sua abilità, in linea con criteri simili di successo proposti nell’etica e l’epistemologia delle virtù.
Un filo comune di critica riguarda l’evidenza scientifica che i farmaci nella lista WADA soddisfano il primo e il secondo criterio WADA. Tale evidenza è insufficiente per molte sostanze nella lista, e ottenere ulteriore evidenza è reso difficile da regole WADA che vietano agli atleti professionisti di partecipare alla ricerca sui loro effetti.30 Non è da escludersi, secondo Morrison e Moore, che la stessa inclusione nella lista di farmaci proibiti crei un effetto placebo. Inoltre, l’evidenza disponibile suggerisce che i controlli anti-doping sono molto meno efficaci di quanto si pensi: Pitsch e Gleaves stimano che solo 0.65%-2.19% degli atleti che si dopano vengono identificati dai controlli anti-doping; ne consegue che la premessa empirica, invocata da alcuni filosofi in questo ambito, che l’anti-doping funge da deterrente e rassicura gli atleti ‘puliti’ è implausibile.31
Kayser e De Block e Petersen criticano l’idea che le misure anti-doping debbano essere giustificate perché se queste non vi fossero doparsi il più possibile diventerebbe la strategia dominante per qualsiasi atleta, col risultato che tutti gli atleti otterrebbero un simile vantaggio, ma la loro salute sarebbe fortemente danneggiata dall’assunzione smisurata di PED.32 I tre autori obiettano che date predisposizioni genetiche diverse, gli atleti otterrebbero vantaggi molto dissimili. Oltretutto, le prestazioni non variano linearmente con il dosaggio, e declinano con dosaggi troppo alti, per cui il rilassamento delle regole anti-doping non porterebbe né all’assunzione smisurata di farmaci, né a danni significativi alla salute degli atleti.
Altman propone il concetto dialetticamente neutrale di ‘atleta ragionevole’ per distinguere tra PED eccessivamente rischiosi dai PED accettabili. Questa distinzione di principio può essere utilizzata sia da chi è favorevole all’anti-doping – poiché permette di rispondere all’obiezione che l’anti-doping è eccessivamente paternalista, indicando che l’assunzione dei PED vietati non è ragionevole – sia da chi è in favore del doping ‘sicuro’ per la salute – poiché permette una distinzione giustificata tra farmaci considerati rischiosi e non.33 Altman argomenta che i PED che non verrebbero assunti da un atleta ragionevole sono quelli che vanno vietati.
Una considerazione principale in favore dell’anti-doping, come abbiamo visto, è il desiderio di proteggere l’equità delle competizioni, poiché i PED presumibilmente conferiscono un vantaggio ingiusto. Thau non è d’accordo, e sostiene una teoria secondo cui il merito sportivo è basato esclusivamente sull’impegno, più che (ibridamente) sulla combinazione dell’impegno e del talento naturale.34 Poiché gli atleti che si dopano possono impegnarsi a livelli simili a chi non si dopa, chi si dopa può meritarsi i risultati sportivi che ottiene, senza minare l’equità delle competizioni.
Un argomento tangenziale ma particolarmente interessante è proposto da Petersen e Lopez Frías,35 i quali osservano come questa motivazione principale per vietare i PED – ossia il conferimento ingiusto di un vantaggio ad alcuni atleti – ne supporta l’assunzione da parte degli arbitri, i cui errori sono spesso causa di ingiustizia sportiva. Alcuni di questi errori sono dovuti a limiti fisici (si pensi a un arbitro di calcio che si trova troppo distante da un contropiede veloce per poter accertare un fallo) o a limiti di concentrazione evitabili con l’assunzione dei PED.
Fino ad ora abbiamo analizzato lo sport dalla prospettiva di coloro che lo praticano, ma gli atleti non sono gli unici ad essere coinvolti in una pratica sportiva. Gli sport sono una pratica sociale molto rilevante anche perché ci sono molti appassionati e tifosi che investono risorse (economiche, emotive, di tempo) significative per seguire le proprie squadre e i propri atleti di riferimento. Se pensiamo, anzi, al modo in cui lo sport viene discusso nella vita di tutti i giorni o all’interno dei media, ci rendiamo conto che uno dei temi più divisivi riguarda proprio il valore che le persone attribuiscono allo sport stesso. Chi è appassionato lo considera un aspetto a cui dedicare tempo, attenzione e risorse economiche.36 La maggior parte di queste persone è inoltre tifosa di una squadra (o di un atleta) e questo richiede di seguire pratiche abbastanza codificate (per uno sport di squadra: andare allo stadio o vedere le partite regolarmente, vestire con i colori della propria squadra, fare cori o partecipare ad altre scenografie, contrapporsi agli altri tifosi e avere un particolare acredine nei confronti di alcuni etc etc). Se per tifosi, la propria “fede” è una questione molto seria, per chi non ha alcuna passione sportiva risulta un comportamento narcisistico e irrazionale.37 Dal momento che sia la posizione di chi tifa che quella di chi è profondamente critico nei confronti del tifo sembrano a prima vista fondate, un recente ramo della filosofia dello sport si è focalizzato proprio sul significato e i limiti del tifo cercando di comprendere: a) cosa significhi tifare (questione ontologica); b) quale sia l’ideale di tifo a cui aspirare e se vi siano limiti morali al tifo (questione etica).38 Cerchiamo adesso di analizzare questi due aspetti.
Se è difficile negare che per molte persone il tifo sia un elemento molto importante delle proprie vite, è altrettanto vero che agli occhi di chi non condivide questa passione possa sembrare un’allucinazione collettiva che fa perdere contatto con la realtà e spinge a comportamenti del tutto irrazionali. Questo avviene, secondo un recente filone della letteratura dello sport (finzionalismo), perché il tifo è una forma di finzione che spinge le persone tifose a pretendere che il risultato della propria squadra conti moltissimo quando in realtà così non è.39 Questo naturalmente non significa che i tifosi non vivano con trasporto la loro esperienza o che le loro emozioni siano finte, ma che queste dipendono da un gioco di finzione che ha tra le sue regole il fatto di dare molta importanza al risultato di una certa performance. Riprendendo un modello utilizzato da Walton per spiegare il coinvolgimento che molte persone hanno nei confronti delle opere di fantasia, il finzionalismo sostiene che il tifo segua la stessa logica.40 Come chi è appassionato di teatro o di opera si fa trascinare dalle performances a cui assiste e prova emozioni per eventi che sa essere fittizi così chi va allo stadio e segue una partita si emoziona per quello che fa la propria squadra e attribuisce grande importanza al suo risultato perché questo è la parte richiesta da questa opera di finzione a chi tifa.41 A conferma di questo possiamo vedere come le persone tifose siano realmente trasportate durante una partita, ma quando questa è terminata tornino alla propria vita senza essere, ad esempio, devastate da una cocente sconfitta proprio perché “si tratta solo di una storia; si tratta solo di una rappresentazione”.42
Per quanto il finzionalismo riesca a cogliere la sproporzione tra il valore che chi tifa attribuisce a un singolo evento (il risultato di una partita) e l’impatto quasi nullo che questo ha sulla sua vita non da tifoso, secondo molti critici non rende conto della complessità del tifo e delle differenze che intercorrono tra questo e la passione per un’opera di finzione.43 A conferma di quest’ultimo aspetto basti pensare che: 1) le rappresentazioni teatrali seguono una sceneggiatura, e almeno nel caso di opere non inedite le persone la conoscono, mentre il risultato dell’evento sportivo non dipende da una sceneggiatura ma quello che fanno gli atleti; 2) gli sport sono necessariamente competitivi ed è questo che rende il risultato così rilevante, mentre la finzione non è in alcun modo competitiva, per quanto possa ma non debba essere competitivo l’atto di scrivere un’opera di finzione. Se vogliamo capire, quindi, le ragioni per cui chi tifa attribuisce così tanto valore a quello che fa la propria squadra non possiamo fare riferimento al mondo della finzione. Il tifo, in base a questa prospettiva, è una pratica sociale che le tifose e tifosi condividono e costruiscono insieme.44 Per chi si riconosce in questa pratica, ciò che fa la propria squadra conta davvero perché è parte dell’identità di una comunità che è composta da tutti coloro che si riconoscono in quella squadra, siano questi i tifosi o i giocatori. Per queste persone il successo della propria squadra è elemento costitutivo del tifo, ma non è l’unica cosa che conta. Visto, infatti, che il tifo ha una forte componente avversariale (in ogni contesto competitivo ci sono avversari da battere) l’identità di chi tifa si costituisce anche in relazione ai propri avversari e a contare per chi tifa saranno anche il loro successo o insuccesso. A ben vedere, però, il successo di una certa squadra non dipende solo dai risultati (partite o trofei vinti) per quanto questi siano ovviamente importanti. Per alcune comunità di tifosi conterà adottare un certo stile di gioco o dimostrare un forte attaccamento alla maglia, per altre sarà invece rilevante il successo all’interno di determinate competizioni più che di altre (alcune squadre hanno un maggior legame con la vittoria del titolo nazionale, mentre altre prestano più attenzione alle competizioni internazionali). Per quanto questi aspetti possano risultare marginali, sono proprio quelli su cui l’azione di chi tifa ha maggiore impatto perché saranno proprio queste le ragioni che spingeranno i tifosi a contestare un certo acquisto o la prestazione della propria squadra. Il fatto che questi aspetti contino dimostra, secondo i critici del finzionalismo, che il tifo è una pratica che coinvolge sia chi tifa che le squadre tifate mettendo in luce come chi tifa non sia solo uno spettatore ma un agente che ha un ruolo attivo.
b) Tifo partigiano e suoi limiti
Se il ruolo attivo di chi tifa non viene colto dai finzionalisti questo è dovuto al fatto che una simile prospettiva non riesce a rendere conto dei diversi livelli di coinvolgimento che possono caratterizzare le persone che seguono uno sport con passione. Vi è infatti, chi è appassionato di un certo sport e sostiene chiunque lo svolga al meglio (i puristi) e c’è chi si riconosce in una determinata squadra/atleta e vuole che questa/o abbia successo indipendentemente dal fatto che incarni al meglio lo spirito di quello sport (i tifosi). Per quanto entrambi questi gruppi siano coinvolti emotivamente, solo i tifosi sono partigiani e proprio come chi ha una fede politica molto forte si contrappongono ad avversari che vogliono vedere perdere,45 sono parziali nella valutazione di quanto fatto da chi sostengono e hanno come obiettivo primario il successo della loro parte.46 L’analisi dei finzionalisti si applica molto bene al caso dei puristi, che hanno un livello di coinvolgimento limitato nel tempo, mentre risulta maggiormente problematica con i tifosi partigiani visto che questi ultimi attribuiscono un alto valore al successo della propria squadra e hanno un coinvolgimento continuativo. Da questo punto di vista i tifosi rispecchiano le caratteristiche di chi si riconosce in un ideale politico di parte e lega la propria identità a come questo ideale si è sviluppato nel tempo, alle vittorie che è riuscito a ottenere e alle sconfitte che ha subito.
Per quanto sia corretto sostenere che il finzionalismo non si riesce ad applicare al tifo partigiano, è stato da più parti sottolineato come solo i puristi rappresentino una forma di tifo desiderabile proprio perché sono appassionati di un certo sport e vogliano il suo successo.47 Secondo questa prospettiva, la partigianeria porterebbe chi tifa, proprio come chi si riconosce in un’ideologia di parte, a deformare la passione nei confronti dello sport. Se conta solo che vinca la propria squadra, le tifose e i tifosi non vorranno che abbia successo chi gioca meglio e saranno disposti a comportamenti scorretti (tifare contro i propri avversari, apprezzare chi vuole vincere ad ogni costo etc) pur di vedere la propria parte vincere. Questo significa che una persona tifosa non può apprezzare davvero lo sport perché guarderà una partita con una prospettiva che le impedirà di cogliere la bellezza di un gesto atletico. Per chiarire questo aspetto basterà fare un esempio personale: uno degli autori di questo articolo tifa per la Sampdoria e, a causa del risultato di una vecchia finale di coppa Campioni, “odia” il Barcellona. La conseguenza di ciò è che pur amando il calcio di alto livello guarda molte partite di bassissimo livello tecnico perché la sua squadra è retrocessa in Serie B e, pur sapendo che il Barcellona gioca un calcio spettacolare in linea con il proprio ideale estetico, spera che perda ogni partita di Champions League che gioca. Sembra quindi possibile concludere che come la diffusione della partigianeria può minare un contesto democratico, impedendo alle persone di riconoscere proposte che sono negli interessi di tutta la collettività o arrivando a negare elementi fattuali, così il tifo impedisce alle persone di apprezzare davvero uno sport e farlo fiorire attraverso quella sana e rispettosa competizione che dovrebbe caratterizzarlo.48
Di fronte a queste obiezioni, che riprendono molte delle critiche rivolte al tifo anche nel dibattito mediatico, diversi autori hanno cercato di difendere il tifo partigiano mostrando che anche questo incarna la passione sportiva e permette di realizzare obiettivi che sono importanti. Queste difese non portano naturalmente ad affermare che non sia possibile, e anzi necessario, vincolare in qualche modo questa forma di parzialità ma sostengono che, qualora questo avvenga, si realizzi a pieno lo spirito sportivo.49 Cerchiamo di chiarire questi punti. In primo luogo, un aspetto centrale all’interno di una gara sportiva è l’incertezza del risultato e il fatto che questo dipenda dall’abilità delle atlete e degli atleti. Questo elemento viene rafforzato, soprattutto per gli sport di squadra in cui i diversi team hanno una storia fatta di successi e sconfitte, dalle aspettative che si hanno rispetto al risultato e dai risultati delle diverse squadre in contesti simili. La combinazione di questi fattori è ciò che, secondo molti autori, rende così interessante seguire uno sport e può essere colto fino in fondo solo se si è dei tifosi partigiani che, da un lato, conoscono tutti questi elementi e, dall’altro, hanno un profondo investimento sul risultato della partita.50 Questo viene confermato dal fatto che parte del pathos di un evento sportivo dipende dal trasporto di chi lo segue e questo è legato al livello di coinvolgimento che hanno le persone. Non è vero, insomma, che i tifosi partigiani minano il senso dello sport perché sono gli unici che ne colgono alcuni aspetti e che partecipano alla realizzazione dell’impresa sportiva nel suo complesso. In secondo luogo, è stato da più parti sottolineato come se chi tifa vuole che la propria squadra faccia le cose al meglio, queste persone dovrebbero avere un’idea di cosa sia questo meglio. In base a questa lettura, quindi, le tifose e i tifosi sono nella condizione di apprezzare la massima realizzazione di un certo sport avendolo seguito attentamente nel tempo, anche se è vero che questa loro sensibilità potrebbe essere in parte limitata quando stanno tifando per la propria squadra.
È chiaro che questa difesa della partigianeria non significa sostenere che il tifo di parte sia l’unico modo per essere un tifoso o affermare che chi tifa può mettere in atto qualsiasi comportamento per supportare la propria parte. Sono ovviamente desiderabili diverse forme di tifo ed è anche possibile che una stessa persona ricopra ruoli diversi a seconda dei casi. L’obiettivo di queste prospettive è più modesto: difendere l’idea che il tifo sia ammissibile o, addirittura, desiderabile. Perché sia davvero così sarà, però, fondamentale porre qualche vincolo al tifo in modo che vengano esclusi comportamenti che sono chiaramente contrari allo spirito sportivo. Da un lato, chi tifa non dovrebbe mai supportare la violazione delle regole o agire in un modo che danneggi le altre persone. Questo non esclude solo le forme di tifo violento, ma anche quello che offende gli avversari o gli altri tifosi. Dall’altro, chi tifa dovrebbe avere un atteggiamento critico nei confronti di sportivi/e o proprietà che hanno violato valori morali altamente condivisi (immaginiamo il caso di un’atleta razzista o una proprietà che viola i diritti umani) e a seconda di quanto sia esplicita questa violazione le tifosi e i tifosi avrebbero il dovere morale di allontanarsi della propria squadra o mettere in atto altre azioni di protesta.51 Il tifo può essere partigiano, ma deve incarnare una partigianeria critica che sia vincolata dal rispetto di alcuni valori morali e sportivi condivisi e che non imponga alle tifose e ai tifosi una cieca lealtà alla propria squadra. Per quanto una simile proposta renda conto di alcune pratiche che chi tifa ha adottato (immaginiamo le proteste contro la super-lega o quelle dei gruppi più politicizzati contro la guerra a Gaza), bisogna riconoscere che sono casi abbastanza isolati rispetto a pratiche più diffuse e contrarie a questo tifo critico (l’esplicito supporto a calciatori accusati di comportamenti razzisti o di violenze nei confronti delle proprie partner, la difesa di proprietà che praticano sportwashing etc etc). Capire quanto questo modello sia effettivamente traducibile nella pratica del tifo è un elemento che la filosofia dello sport dovrebbe studiare nei prossimi anni per comprendere se sta indicando una strada percorribile o se, come alcune teorie normative sul valore della partigianeria,52 per difendere una forma di tifo desiderabile non la sta idealizzando fino a trasformarla in qualcosa di completamente diverso e del tutto impraticabile.
Lo sport e l’inclusione delle donne
Analizzare il valore del tifo e il significato del tifo ci ha permesso di mettere in luce come all’interno della filosofia dello sport le questioni ontologico-metafisiche siano strettamente legate a quelle etiche. Questo aspetto viene confermato da uno dei dibattiti più caldi e rilevanti degli ultimi anni che riguarda l’inclusione delle donne all’interno delle pratiche sportive. Se questo tema originariamente poneva questioni di carattere etico-politico rispetto a quali politiche dovessero essere realizzate per assicurare un’inclusione non solo formale ma anche sostanziale delle donne, esso ha recentemente richiesto di definire quali persone possano partecipare alle competizioni femminili e come si debba garantire un’equa competizione tra tutte le parti coinvolte. Cerchiamo di chiarire questi aspetti.
lI rapporto tra le donne e lo sport è storicamente difficile. Fin dall’invenzione a fine Ottocento degli sport moderni, le donne sono state escluse e trascurate. Per fare solo qualche esempio: la partecipazione alle Olimpiadi era originariamente vietata alle donne, le quali hanno rappresentato meno del 30% degli atleti olimpici fino ad Atlanta 1996; alle donne fu permesso partecipare alla maratona solo nel 1972 perché si credeva che non fossero fisicamente capaci di correrla; è stato negato loro il diritto di giocare a calcio nel Regno Unito (e in altri Paesi) per molti decenni del ventesimo secolo (nel Regno Unito, dal 1921 al 1970) nonostante la sua popolarità: negli anni 1900-1920 nel Regno Unito si contavano 150 squadre femminili e decine di migliaia di spettatori per alcune partite. In questo contesto storico di forte diseguaglianza, in anni recenti si è infiammato il dibattito sul diritto delle donne trans e delle donne con differenze dello sviluppo sessuale (DSD) come Caster Semenya di partecipare nelle categorie femminili sportive. Questi due gruppi di donne vanno tenuti distinti, in quanto considerazioni pro e contro l’inclusione di ciascun gruppo non si applicano necessariamente all’altro. Ad esempio, Bowman-Smart et al. propongono una difesa filosofica del diritto di atlete DSD basato in parte sul fatto che a tali donne è stato assegnato il sesso ‘femmina’ alla nascita e che sono cresciute come bambine – tale considerazione non può certo applicarsi alle donne trans.53 Il trend recente da parte delle organizzazioni governative sportive di sport specifici è di un incremento delle restrizioni per questi gruppi, nonostante il Framework del Comitato Olimpico Sportivo (2021) incoraggi tali organizzazioni a non presumere che atleti DSD e trans abbiano necessariamente un vantaggio sportivo, ad aspettare evidenza scientifica adeguata a riguardo, e a permettere agli atleti di partecipare in base al genere auto-identificato a meno di violazioni di un principio di equità (fairness). Proprio l’inclusività di questo Framework è stata oggetto di un recente confronto all’interno della letteratura filosofica.54 Cerchiamo adesso di analizzare le principali posizioni.
Pike ha dato inizio a una recente serie di articoli specificamente sull’inclusione delle donne trans nelle categorie femminili fornendo, in particolare, una giustificazione filosofica per la decisione presa da World Rugby nel 2020 di escludere le donne trans dalle categorie femminile del rugby di alto livello.55 Tale giustificazione è basata sul suo ‘argomento lessicale’ in base al quale permettere alle donne trans, che di media sono fisicamente più forti e veloci delle donne cis, di partecipare nella categoria femminile significherebbe diminuire il livello di sicurezza della categoria, dato il più alto rischio di infortunio. Sebbene quindi permettere anche alle donne trans di giocare nelle squadre femminili incrementerebbe il livello di inclusione di questo sport, questo non è accettabile perché la sicurezza ha priorità lessicale sull’inclusione. Quando esiste, come in questo caso secondo Pike, un conflitto nel rugby tra sicurezza e inclusione, tale conflitto va risolto a favore della sicurezza. È bene mettere in evidenza come la priorità della sicurezza sia basata su fattori specifici del rugby che è uno sport di contatto, con il placcaggio come parte essenziale. Visto insomma che il rugby deve permettere già per sua natura un discreto certo livello di rischio, la sicurezza è un valore particolarmente importante, e nello specifico più importante dell’inclusione.
Burke concorda con Pike che ad alto livello l’esclusione delle donne trans è giustificata, ma sostiene che le ragioni dell’esclusione debbano essere diverse: non perché la sicurezza precede lessicalmente l’inclusione, ma in quanto tale inclusione supporterebbe narrative problematiche.56 Secondo Burke, ad alti livelli il successo sportivo di una donna trans nella categoria femminile verrebbe percepito come supporto per lo stereotipo che le donne trans batteranno sempre le donne cis. Visto che l’obiettivo dell’inclusione delle donne trans è anche quello di superare simili pregiudizi, sarebbe contradditorio adottare questa politica e, quindi, l’esclusione ad alto livello è giustificata per ragioni politiche. Giustificare l’esclusione per queste ragioni permette a Burke di sostenere che vi sono casi in cui le atlete trans possono partecipare a pieno titolo insieme alle donne cis. Nello specifico, Burke sostiene che a livello amatoriale e ricreativo le donne trans verrebbere più spesso battute da donne cis, ledendo quindi lo stereotipo problematico. Per questo motivo, la loro partecipazione a questi livelli non è solo ammessa ma da facilitare. Questo aspetto permettere a Burke di sottolineare come non vi debba essere una contrapposizione tra donne trans e cis ma sia anzi da facilitare un’alleanza politica tra loro nello sport per superare quell’egemonia maschile che ha storicamente reso la vita difficile sia per le donne cis che trans.
Imbrisevic critica la posizione di Burke sull’esclusione delle donne trans dagli alti livelli sportivi, poiché a sua vista è una forma di ‘patriarchia mascherata’ che asseconda percezioni e stereotipi anti-femministi piuttosto che combatterli.57 Inoltre Imbrisevic accusa Burke di presumere illegittimamente che le decisioni delle associazioni sportive debbano provenire da una posizione politica femminista. Berg propone una lente informata da teoria non-ideale (ispirata da Charles Mills) e studi culturali per interpretare il dibattito tra Pike/Imbrisevic e Burke.58 Tale lente è attenta al sessismo implicito nelle presunte giustificazioni delle regole che escludono le donne trans e al fatto che lo sport, in quanto prodotto culturale, riflette implicitamente valori non-oggettivi, soggetti a cambiamento. In tal modo, questa lente permette una posizione più liberale riguardo all’inclusione delle donne trans. Luzzi propone obiezioni all’argomento lessicale di Pike e suggerisce revisioni alla posizione di Burke che gli permetterebbero di rispondere adeguatamente alle critiche di Imbrisevic.59 Ciononostante, Luzzi sostiene che la soluzione alla questione dell’inclusione delle donne trans non può essere raggiunta solo tramite argomentazione filosofica, ma richiede una presa di posizione politica.
Un altro articolo recente significativo nel dibattito sull’inclusione delle donne trans è Torres et al.,60 che si ispira a Iris Marion Young (1980) nel proporre come criterio di eligibilità a fianco di ‘classici’ criteri fisiologici (ad esempio, sesso assegnato alla nascita) l’esperienza corporea di ciascun atleta, che dipende da due fattori: dal livello di immersione culturale dell’atleta nello sport e dall’influenza che i ruoli di genere hanno avuto nello sviluppo delle loro capacità fisiche. Questo criterio fenomenologico viene criticato da Martínková et al. in quanto difficile da mettere in pratica.61 L’implementazione di tale criterio per giustificare l’inclusione delle donne trans violerebbe principi di categorizzazione quali la facilità di categorizzazione, la verificabilità e la valutazione di ciascun atleta attraverso gli stessi criteri, in quanto Torres et al. sembrano proporre questo criterio esclusivamente per le donne trans.
In un altro filone del dibattito, Martínková et al. invocano la distinzione tra sesso e genere per sostenere che le organizzazioni governative sportive hanno spesso confuso i due concetti. Ne è evidenza il linguaggio di tali organizzazioni, che spesso utilizzano il termine di genere ‘donne’ per riferirsi alla categoria di competizione, ma che nei regolamenti propongono come criteri di esigibilità fattori chiaramente fisiologici (ad esempio, livelli di testosterone) che presumibilmente riguardano il sesso. Inoltre, tali regolamenti spesso utilizzano ‘donna’ e ‘femmina’ in modo intercambiabile. Secondo gli autori, tale confusione va chiarificata: il sesso, e non il genere, è rilevante allo sport, e le organizzazioni governative sportive devono adattare il loro linguaggio di conseguenza e insistere su criteri fisiologici. Luzzi propone un’ulteriore motivazione di natura morale al bisogno di chiarezza: confondere sesso e genere causa ‘misgendering’, ossia l’attribuzione del genere sbagliato a particolari atleti trans e non-binari.62 Non solo: anche la chiarificazione proposta da Martínková et al. porta ad attribuzioni di sesso erronee ad atleti particolari (‘missexing’). Per questa ragione le categorie sportive andrebbero chiamate con nomi che non comportano alcuna attribuzione diretta di genere o sesso.
Se quelli che abbiamo analizzato fino ad ora sono i temi classici della filosofia dello sport, vi sono ambiti un po’ più di frontiera che non sono ancora centrali ma risultano sempre più rilevanti e toccano discipline emergenti: gli e-sports e gli sport da combattimento. Analizziamo con maggiore attenzione.
Gli e-sports sono un fenomeno in forte sviluppo soprattutto tra le persone più giovani e in letteratura ci si confronta per capire se possano essere considerati sport a tutti gli effetti oppure debbano essere esclusi. Secondo Jim Parry non è in alcun modo possibile sostenere che i videogiochi, per quanto siano a tema sportivo, siano degli sport dal momento che non soddisfano le caratteristiche che un’attività sportiva deve avere.63 Per sostenere una simile posizione l’autore difende l’idea che solo gli sport olimpici o che possono aspirare ad essere sport olimpici siano sport a tutti gli effetti.64 Questo naturalmente porta a delle esclusioni eccellenti come nel caso degli sport automobilistici, ma una simile conseguenza è accettabile perché nel caso di queste attività il contributo umano è maggiormente limitato rispetto agli sport olimpici. A conferma di questo aspetto viene citato da Parry il fatto che nella Formula 1 o nella MotoGP (le classi regine in ambito automobilistico e motociclistico) esistono due classifiche distinte per i piloti e i costruttori. Questo rafforza l’idea che vi sia una responsabilità condivisa nel risultato che non è paragonabile a quella di altri sport (anche nel ciclismo atlete e atleti utilizzano un mezzo meccanico ma non si pensa di indicare quale sia la bici migliore). Per fare chiarezza l’autore afferma che uno sport è tale se è un’attività umana competitiva di abilità fisiche istituzionalizzata e governata da regole. Gli e-sports non possono essere considerati come sport perché sono competitivi e richiedono un certo grado di abilità, ma queste sono molto limitate e codificate oltre al fatto che l’impatto delle attività fisiche sul risultato è molto ridotto. Ancora più che nel caso degli sport motoristici è limitato il ruolo delle persone e, quindi, non si sta parlando di attività sportive a tutti gli effetti. Questa conclusione viene criticata da Michael Naraine il quale afferma che l’analisi di Parry è problematica perché: 1) veicola l’idea che gli e-sport vogliano essere riconosciuti come sport olimpici quando spesso avviene il contrario; 2) dà una lettura molto tradizionale e conservatrice di cosa sia uno sport.65 Cerchiamo di chiarire questi aspetti. In primo luogo, Naraine mette chiaramente in evidenza come non sia corretto sostenere che gli e-sports cercano una forma di legittimazione venendo riconosciuti come sport olimpici quando sono invece le diverse federazioni olimpiche e non che si avvicinano agli e-sports per intercettare il pubblico giovane che li gioca e li segue.66 In secondo luogo, viene sottolineato come gli sport, anche quegli olimpici, siano in continua evoluzione e la definizione di Parry risulti così rigida da escludere anche sport che ormai sono diventati olimpici.67 Viene, infine, chiarito come anche mantenendo questa definizione si può mostrare come gli e-sport siano sport perché hanno regole istituzionalizzate, vengono praticati da persone e richiedono abilità. L’esclusione degli e-sports è quindi del tutto ingiustificata.68
Se negli ultimi anni gli e-sports hanno avuto un forte sviluppo, soprattutto tra le fasce più giovani, lo stesso si può dire degli sport da combattimento e, in particolare, le arti marziali miste (MMA dall’acronimo inglese Mixed-Martial-Arts). Per quanto ci siano stati articoli che hanno analizzato il legame tra queste discipline e le filosofie orientali o che hanno cercato di difendere il valore estetico e formativo degli sport di combattimento, la questione trattata con maggiore forza è l’ammissibilità morale dell’MMA e i vincoli che si possono porre a chi la pratica.69 Dal momento, infatti, che questi sport sono particolarmente violenti (prevedono soffocamenti e altri colpi che non sono ammessi nelle arti marziali), è da più parti sostenuto che la pratica dovrebbe essere significativamente limitata. Questo non significa bandirli per legge, ma intervenire sui regolamenti così da ridurre i danni che le atlete e gli atleti si possono infliggere oltre naturalmente ad escludere i minori così da tutelare la loro salute.70 Cerchiamo di analizzare questi aspetti più nel dettaglio.
Nicholas Dixon ha criticato la ammissibilità morale delle MMA evidenziando come violino il rispetto che le persone, in quanto persone, devono reciprocamente avere perché chi pratica questo sport ha come scopo quello di fare male al proprio avversario.71 Anche se le atlete e gli atleti si espongono volontariamente a questo tipo di rischi, questo non li rende meno problematici e permette quindi forme di paternalismo che limitano la diffusione di simili pratiche. Mentre, secondo Dixon, è possibile immaginare che ci siano forme di allenamento al combattimento che sono orientate al rispetto reciproco perché le persone che si allenano lo fanno per migliorarsi reciprocamente, non è pensabile che questo tipo di rispetto caratterizzi atlete e atleti durante un incontro visto che vorranno vincere. La proposta di Dixon è critica nei confronti di tutti gli sport da combattimento, ma è particolarmente significativa nei confronti delle MMA che ammettono forme di lotta maggiormente violente. Dixon sa che la sua posizione potrebbe essere criticata evidenziando come l’MMA non sia l’unico sport in cui si danneggiano gli avversari, visto che in tutte le attività di contatto c’è questo tipo di rischio o che uno sport come il ciclismo si basa sull’idea di sfiancare i propri avversari resistendo più di loro al dolore e alla fatica. Secondo Dixon, però, questi sport non sono in alcun modo paragonabili perché solo le MMA hanno come obiettivo quello di danneggiare l’avversario, mentre nel caso degli altri sport questo è un effetto collaterale che infatti viene regolato (negli sport da contatto, i contatti vengono regolati proprio per impedire che le persone si facciano male). Per quanto questa risposta possa sembrare convincente Alexander Pho e Benjamin A. White sostengono che la posizione di Dixon sia problematica.72 Nel caso del ciclismo, per esempio, è possibile immaginare che le atlete e gli atleti mettano in atto strategie volte a esporre le loro controparti a rischi (un attacco in discesa con conseguenti cadute). Una volta indebolito questo elemento della critica di Dixon è possibile sostenere che anche le sue obiezioni alle MMA siano rigettabili. Per quanto Marc Ramsay sia d’accordo con Pho e White che la posizione di Dixon è troppo restrittiva, reputa che la loro sia troppo permissiva.73 In base a questi ultimi, infatti, a legittimare le MMA basterebbe il fatto che le persone acconsentano a queste pratiche e si espongano al rischio in modo volontario. Questo argomento risulta, però, problematico perché legittimerebbe anche gli scontri tra gladiatori qualora questi ultimi vogliano combattere in un’arena.74 Secondo Ramsay, quindi, bisogna riconoscere che l’MMA espone a rischi diversi e per questo richiede forme di regolamentazione, ma comunque riconoscere che non sono ammissibili solo quelle pratiche sportive orientate al pieno rispetto reciproco visto che diversi sono gli sport che non soddisfano il requisito kantiano difeso da Dixon.
La filosofia dello sport, come abbiamo avuto modo di esplorare, affronta questioni fondamentali che vanno ben oltre i confini del gioco, sfociando in dibattiti etici, politici e sociali cruciali per la nostra società contemporanea. Il dibattito sull’inclusione delle donne evidenzia quanto lo sport sia un terreno su cui si combattono battaglie fondamentali per l’eguaglianza e il riconoscimento dell’identità individuale. La questione della partecipazione delle donne trans e delle atlete con differenze nello sviluppo sessuale non è solo una questione di equità competitiva, ma riflette dibattiti sociali e politici sulla definizione di genere e sul rispetto delle minoranze. Allo stesso tempo, questo dibattito si collega strettamente alla natura stessa dello sport: se lo sport è definito dalle sue regole, queste regole non sono neutre ma riflettono e influenzano la società che le produce.
Il futuro dei giochi, con le riflessioni utopiche di Bernard Suits, amplia la nostra comprensione del ruolo dello sport nella vita umana. Non è soltanto competizione, ma anche ricerca di significato e realizzazione personale. I giochi del futuro immaginati da Suits, in una società liberata dal lavoro e dalle necessità materiali, pongono la domanda fondamentale su quale valore intrinseco possa avere lo sport per una vita umana autenticamente realizzata. In questo scenario, si comprende meglio il legame tra sport e benessere, tra attività ludica e sviluppo della persona. Il dibattito intorno al doping e al tifo sottolineano, invece, le sfide etiche e politiche che sono al centro dello sport: quali sono i requisiti di equità che una pratica sportiva deve praticare e quali i vincoli a cui è sottoposto chi segue con passione lo sport. Questa panoramica permette di mettere in evidenza come affrontare filosoficamente lo sport significa affrontare temi che hanno un impatto diretto sul modo in cui viviamo, ci relazioniamo e costruiamo la nostra società.
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1 Del Bò, Santoni De Sio, La partita perfetta; Isidori, Reid, Filosofia dello sport; Bastianon, Del Bò, La neutralità dello sport; Sbetti, Giochi di potere; Bartezaghi, Chi vince non sa cosa si perde.
2 Findler, “Climbing high and letting die”; Findler, “Risky rescues revisited”; Reichling, “Reply to Findler”.
3 Robb et al., “Life outside the diamond is a wrench”; McQueen, “The parental dilemma”; Rosenberg e Sailors, “What money can buy”; Johnson e Taylor, “Spilled milk and burned toast”; Johnson, “Three kinds of competitive excellence”; Leota e Turp, “Gamesmanship as strategic excellence”; Cartlidge, “Gamesmanship in Professional Darts”; Devine, “Elements of excellence”.
4 Kolbinger, “The phenomenon of trivial offenses”; Hemmingsen, “Cheaters never prosper?”; Hemmingsen, “Code is law”; Matz, “The real ethical problems”; McRae, “A functional analysis of cheating”; McRae, “Why the rules do not prohibit cheating in sports”.
5 Evans e McNamee, “Sports betting, horse racing and nanobiosensors”; Lis-Clarke e Walsh, “At Odds?”.
6 Suits, The Grasshopper: Games, Life and Utopia.
7 Consigliamo vivamente la lettura di questo eccellente libro, un misto di rigoroso trattato filosofico, favola esopica e dialogo socratico pieno di giochi di parole, esempi fiabeschi, strati narrativi e colpi di scena. In particolare, il capitolo finale sul ruolo centrale dei giochi in un mondo ipertecnologico senza lavoro merita rinnovato interesse, dati i progressi recenti dell’intelligenza artificiale che avvicinano il mondo reale a questa ‘utopia’. The Grasshopper è probabilmente il miglior libro di filosofia analitica sconosciuto alla maggior parte dei filosofi analitici contemporanei.
8 Wittgenstein, Philosophical Investigations, 66-71.
9 Suits, “Tricky Triad”; Suits, “The Trick of the Disappearing Goal”; Suits et al. Return of the grasshopper.
10 Suits, Grasshopper.
11 D’Agostino, “The ethos of games”.
12 Russell, “Are rules all an umpire has to work with?”; Simon et al., Fair Play: the Ethics of Sport.
13 Hemmingsen, “Mapping the terrain of sport”.
14 Hemmingsen, “Towards a value neutral definition of sport”.
15 Huizinga, Homo ludens.
16 Duncan, “The spirit of play”.
17 Mareš e Ryall, “Playing sport playfully”.
18 Simon, “Internalism and internal values in sport”.
19 Flynn, “Athletic skill and the value of close contests”.
20 Pho, “A Confucian mutualist theory of sport”.
21 Rust, “The intelligibility and adequacy of late stage utopian games”; Kobiela, “The paradox of the perfect game”; Kolers, “Magnificent Utopian games”.
22 Yorke, “Endless Summer”.
23 ‘Grasshopper’ significa ‘cavalletta’ in inglese; ma nella versione italiana della favola esopica cui si ispira Suits, l’insetto contrapposto alla formica – che lavora per accumulare cibo tutta l’estate e sopravvive l’inverno – è la cicala – che invece canta d’estate e si trova fatalmente impreparata per l’inverno. Perciò abbiamo scelto quest’ultima come traduzione di ‘grasshopper’, sebbene non corrisponda alla traduzione letterale.
24 Kolers, “Magnificient Utopian Games”.
25 Kobiela, “The paradox of the perfect game”.
26 Lopez Frías, “Does play constitute the good life?”; Lopez Frías, “Psychoanalyzing the Grasshopper”; Mareš, “The Role of sport in a good life”.
27 Altri contributi in questa area sono i seguenti: Lopez Frías, “Ants”, offre un’antropologia Suitsiana per difendere Suits da alcune critiche provenienti dalle scienze sociali; Tillman, “Easy games are still games for Suits”, sostiene che i giochi facili non rappresentano un problema per la definizione di Suits, nonostante alcuni critici abbiano sostenuto l’esistenza di un forte legame tra la concezione Suitsiana dei giochi e la difficoltà (‘challenge’). Altri articoli trattano la riabilitazione del tedio nel mondo utopico di Suits (Russell 2022), analisi Suitsiane dei rischi per l’autonomia dei giocatori (Burke, “’A vision of paradise lost’”), l’idea di metagioco (Hemmingsen, “What is a metagame?”) e discussioni etimologiche (Bai et al., “The etymological evolvement and redefinition of ‘game’”), psicoanalitiche (Lopez Frías, “Psychoanalyzing the Grasshopper”) e fenomenologiche (Tillman, “Suits and the phenomenology of games”) del concetto (Suitsiano) di gioco.
28 De Hon et al., “Prevalence of doping use”. Questa stima, insieme ad altre in questo ambito (Elbe e Pitsch, “Doping prevalence”; Ulrich et al., “Doping”) è basata sulla tecnica di risposte randomizzate: la domanda che chiede se il rispondente si dopa è presentata contemporaneamente ad una domanda irrilevante la cui frequenza di risposta affermativa è conoscibile. Al rispondente viene chiesto di rispondere o all’una o all’altra domanda sulla base di una randomizzazione il cui risultato solo il rispondente conosce. Tale tecnica permette di stimare rigorosamente la proporzione di rispondenti che si dopano lasciando sempre al rispondente la possibilità di sostenere che la propria risposta affermativa riguardava la domanda irrilevante.
29 Gordon e Dodds, “High altitude, enhancement, and the ‘spirit of sport’”.
30 Morrison e Moore, “Is WADA creating and the prosecuting thought crimes?”; Morrison, “Anti-Doping Policy, Health, and Harm”.
31 Pitsch e Gleaves, “If you’re not first, you’re last”.
32 Kayser e De Block, “Would relaxation of the anti doping rules lead to red queen effects?”; Petersen, “Are you game theoretically?”.
33 Altman, “Reframing the debate over performance enhancing drugs”..
34 Thau, “Rethinking the unfair advantage argument”.
35 Peterseon e Lopez Frías, “Promoting fairness in sport through performance enhancing substances”.
36 Archer and Wojtowicz, Why It’s OK to be a Sports Fan.
37 Lasch, La cultura del narcisismo.
38 Dixon, “The ethics of supporting sports teams“.
39 Borge, The philosophy of football; Wildman, “Don’t stop make believing”.
40 Arielli, “Reality, fiction, and make believe in Kendall Walton”.
41 Kung e Klein, “The puzzle of sports fandom”.
42 Walton, “It’s Only a Game”, 77.
43 Archer e Wojtowicz, “It’s much more important than that”.
44 Archer e Wojtowicz, Why It’s OK to be a Sports Fan.
45 White e Ypi, The meaning of partisanship.
46 Rosenblum, On the side of the angels; Biale, Interessi democratici e ragioni partigiane.
47 Davis, “A partisan’s paradox”; Davis, “The purist/partisan spectator discourse”.
48 Muirhead e Rosenblum, A lot of people are saying.
49 Archer e Mills, “Foul weather fandom”.
50 Archer, “Fans, crimes and misdemeanors”.
51 Fruh, Archer, Wojtowicz, “Sportswashing”.
52 Biale, “Il valore di una leale partigianeria”; Biale, “A reflexive account of intra party deliberation”.
53 Bowman-Smart et al., “World Athletics regulations unfairly affect female”.
54 Pike, “Why ‘meaningful competition’ is not fair”.
55 Pike, “Safety, fairness, and inclusion”.
56 Burke, “Trans women participation in sport”.
57 Imbrišević, “Patriarchy in disguise”.
58 Berg, “Non-ideal theory, cultural studies, and the transgender inclusion debate”.
59 Luzzi, “On the justification for World Rugby’s ban on trans women”.
60 Torres et al., “Beyond physiology”.
61 Martínková et al., “Sex and gender in sport categorization”.
62 Luzzi, “Conflating and misgendering”.
63 Parry, “E-Sports are not sport”; Parry, “Esports will not be at the Olympics”.
64 Parry e Giesbrecht, “Esports, real sports and the Olympic Virtual Series”.
65 Naraine, “Actually, esports is sport”.
66 Abanazir, “Institutionalism in e-sports”.
67 Lebed, “Dialectics in Transformations of Professional Sport”.
68 Abanazir, “Of values and commercialization”.
69 Lewandowski, “Between rounds”; Andersen, “Sport and self-love”; De Donato, “Embodied Wisdom”; Turp, “Meaning and morality in boxing”.
70 Artis, “Children and mixed martial arts”; Knox and Anderson, “Kid’s cage fighting”.
71 Dixon, “A moral critique of mixed martial arts”.
72 Pho e White, “A critical note on a purported disanalogy”.
73 Ramsay, “The shared innocence of cycling”.
74 Ramsay, “The line of permissibility”.