Introduzione al tema
Giustizia e generazioni future: sfide e paradigmi teorici
Justice and Future Generations: Challenges and Theoretical Paradigms
1 Università del Piemonte Orientale, Italy
2 University of York, UK
Abstract. What do we we owe to future persons if we are to build a society in which all people are treated as free and equal? Answering this question requires rethinking both theories of justice and theories of democracy. This is because while it seems plausible to hold that a just society should not privilege the interests of present persons alone, this intuition raises difficult questions. How can future people be represented in present decisions? Should their interests even be taken into account, given the deep uncertainty of the future? How can we treat as equals individuals who do not yet exist and may not even exist in the future? This special issue of the Rivista Italiana di Filosofia Politica aims to address these and related questions.
Keywords: democracy, future generations, equality, intergenerational justice, longtermism.
Riassunto. Quali obblighi abbiamo nei confronti delle persone future, se vogliamo davvero realizzare una società in cui tutte le persone siano trattate da libere ed eguali? Affrontare questa question richiede di ripensare sia il dibattito sulla teoria della giustizia che quello relativo alla teoria della democrazia. Per quanto, infatti, possa sembrare intuitivo sostenere che una società giusta non dovrebbe considerare esclusivamente gli interessi delle persone presenti, l’elaborazione di tale intuizione solleva interrogativi complessi: come è possibile garantire che persone future abbiano una voce in capitolo nelle attuali decisioni? È giusto dare peso a questi interessi visto che il futuro è molto incerto? Come possiamo trattare come eguali individui che non solo non esistono qui ed ora ma potrebbero non esistere in futuo? Questa sezione speciale della Rivista di Filosofia Politica si propone di affrontare queste sfide.
Parole chiave: democrazia, generazioni future, ugualianza, giustizia intergenerazionale, longtermismo.
Index
2. Il futuro e la giustizia a lungo termine
2.1. Giutizia distributiva e generazioni future
2.2. Eguaglianza relazionale e generazioni future
3. Giustizia intragenerazionale
3.1. La giustizia in una società che invecchia
3.2. Una giustizia bidimensionale
4. Per una giustizia tra le generazioni
Per decenni il dibattito sulla giustizia sociale si è focalizzato prevalentemente sul presente, interrogandosi su quali obblighi una società giusta abbia nei confronti dei suoi membri, quali siano i beni che devono essere distribuiti, e se la giustizia si possa ridurre a una questione strettamente distributiva.1 Se inizialmente questo modello è stato criticato per il suo riferimento esclusivo agli stati nazionali trascurando i doveri di giustizia a livello globale, prospettive più recenti ne hanno evidenziato un’altra limitazione fondamentale: l’attenzione esclusiva verso i bisogni e gli interessi della generazione presente.
È sempre più evidente infatti che le sfide a cui le società contemporanee devono far fronte (cambiamento climatico, invecchiamento della popolazione e crisi demografica, gestione dei flussi migratori) avranno un impatto molto significativo sulla vita e le opportunità delle future generazioni.2 In molti casi, anzi, saranno maggiormente toccati gli interessi di queste ultime rispetto a quelli di coloro che prendono la decisione, mettendo quindi in evidenza come sia necessario superare una prospettiva “presentista”, orientata esclusivamente al “qui ed ora”.
Se vogliamo davvero realizzare una società in cui tutte le persone siano trattate da libere ed eguali, dobbiamo quindi capire quali siano i nostri obblighi verso il futuro e come sia possibile assicurare una voce anche a coloro che ancora non sono presenti nelle nostre società. Questo cambiamento di prospettiva richiede di modificare radicalmente sia il dibattito sulla teoria della giustizia che quello relativo alla teoria della democrazia. Se entrambi si basano sull’idea che le persone devono essere trattate come eguali, il modo in cui l’uguaglianza politica e quella sociale vengono declinate dipende dalla presenza delle persone a cui questo status deve essere riconosciuto. Parlare di giustizia oltre i confini del presente, quindi, richiede una revisione del significato e degli obblighi che lo status di eguali implica. Per quanto, infatti, possa sembrare intuitivo sostenere che una società giusta non dovrebbe considerare esclusivamente gli interessi delle persone presenti, l’elaborazione di tale intuizione solleva interrogativi complessi: come è possibile garantire che persone ancora non presenti abbiano una voce in capitolo nelle attuali decisioni? È giusto dare peso a questi interessi visto che il futuro è molto incerto? Come possiamo trattare come eguali individui che non solo non esistono ma potrebbero anche non esistere in futuro?
Rispondere a queste e altre domande è l’obiettivo di questa sezione speciale della Rivista di Filosofia Politica. Prima di introdurre i singoli contributi, intendiamo tracciare le principali linee del dibattito contemporaneo sulla giustizia inter-generazionale e intra-generazionale focalizzandoci su due aspetti: le generazioni oggetto della teoria e il tipo di giustizia difesa.
2. Il futuro e la giustizia a lungo termine
Mai prima d’ora, nella storia dell’umanità, le azioni presenti hanno avuto conseguenze tanto profonde e di così ampia portata sul futuro a lungo termine. Dai rischi esistenziali come una guerra nucleare o il disallineamento dell’intelligenza artificiale, fino al cambiamento climatico e alla perdita di biodiversità, le scelte intraprese oggi potrebbero determinare non solo il benessere, ma anche l’esistenza di innumerevoli persone future. Una guerra nucleare su larga scala, ad esempio, causerebbe la morte di milioni di persone, impedirebbe la nascita di generazioni future e comprometterebbe l’ambiente naturale per secoli. Al contrario, promuovere uno sviluppo economico sostenibile contribuirebbe a preservare le condizioni ecologiche, sociali e materiali necessarie affinché le persone in un futuro anche molto remoto possano prosperare e condurre una vita soddisfacente.
Alla luce di ciò, molti filosofi hanno sostenuto che “positively influencing the longterm future is a key moral priority of our time”.3 Questa prospettiva, nota come longtermismo (longtermism), si fonda sull’idea che il presente e il futuro lontano abbiano un’eguale importanza morale, e che la vastità temporale e demografica delle generazioni future conferisca un peso normativo significativo alle nostre scelte attuali.
Tuttavia, l’idea che le generazioni future debbano essere oggetto di considerazione morale solleva una questione teorica centrale: come possono i principali paradigmi della giustizia rendere conto degli obblighi che abbiamo nei confronti delle generazioni future? Nel rispondere a questa domanda, è utile distinguere tra due paradigmi della giustizia che dominano il dibattito contemporaneo in filosofia politica.
Il paradigma distributivo concepisce la giustizia in termini di allocazione equa di beni fondamentali, come ad esempio denaro, welfare, utilità, risorse, capacità, o opportunità. Secondo questa prospettiva, una società giusta è una società in cui ciascuno dispone di una quantità eguale (o sufficiente) di tali beni.4 L’accento è posto sul risultato distributivo: quello che conta, dal punto di vista della giustizia, è l’equa ripartizione di ciò che ha valore per la vita delle persone.
Il paradigma relazionale, invece, rifiuta l’idea che la giustizia consista in una configurazione distributiva ideale. Come afferma Elizabeth Anderson, una società giusta è “a social order in which persons stand in relations of equality, […] a democratic community, as opposed to a hierarchical one”.5 Secondo questa prospettiva, ciò che è rilevante non è principalmente quanto gli individui possiedono, ma come si relazionano tra loro: se sono riconosciuti come eguali e se possono partecipare da pari. In un quadro egualitario relazionale, dunque, la giustizia richiede l’eliminazione delle gerarchie di status che attribuiscono posizioni di inferiorità o superiorità a determinati gruppi o individui.6
Nei due paragrafi successivi, prenderemo in esame le difficoltà teoriche e normative che il paradigma distributivo e quello relazionale incontrano nel giustificare l’estensione dei principi di giustizia a individui che non sono ancora presenti nella nostra società.
2.1. Giutizia distributiva e generazioni future
Una prima risposta alla sfida del longtermismo proviene dal paradigma distributivo, secondo il quale la giustizia richiede che non vi siano diseguaglianze ingiustificate nella distribuzione di beni fondamentali tra le persone presenti e quelle future – o, quantomeno, che alle generazioni future sia garantito un livello sufficiente di tali beni. Tuttavia, l’estensione intertemporale dei principi distributivi solleva difficoltà teoretiche significative.
In primo luogo, le teorie distributive della giustizia intergenerazionale si confrontano con un problema di natura epistemica relativo al contenuto specifico dei doveri di giustizia. La difficoltà principale è che non siamo in grado di determinare con sufficiente precisione quali saranno gli interessi fondamentali delle persone che vivranno in un futuro remoto, poiché non disponiamo di informazioni attendibili su ciò che esse vorranno o riterranno importante. Inoltre, anche qualora potessimo ipotizzare con una certa plausibilità tali interessi, resta incerto come soddisfarli. L’imprevidibilità dell’evoluzione tecnologica, sociale ed ecologica rende estremamente difficile valutare l’impatto delle azioni (o inazioni) presenti sulle condizioni di vita delle generazioni future. Alla luce di ciò, risulta complesso stabilire con precisione sia quali beni dovremmo trasmettere alle generazioni future, sia come potremmo garantirli.7
Tuttavia, le difficoltà più profonde non sono di natura espitemica, bensì metafisica. Quando si tratta di giustizia tra generazioni non contemporanee, emergono infatti questioni che mettono in discussione i presupposti stessi delle teorie distributive. Probabilmente, la difficoltà più nota è rappresentata dal “problema della non identità”.8 Per illustrare in modo concreto la natura di questa sfida, consideriamo il seguente esempio:
Le persone presenti sono consapevoli del fatto che, se non adottano misure adeguate, il cambiamento climatico avrà effetti devastanti sulla vita delle persone che vivranno tra duemila anni. Immaginiamo che debbano scegliere tra due politiche: politica X prevede l’allocazione di risorse significative per mitigare gli effetti del cambiamento climatico. Politica Y, al contrario, utilizza quelle stesse risorse per ottenere benefici minimimi per le persone presenti.9
Ora, pochi negherebbo che se le persone presenti optano per la politica Y violano un fondamentale dovere di giustizia che hanno nei confronti delle generazioni future, dal momento che scegliere di ottenere benefici minimi oggi a scapito della protezione delle persone future dagli effetti catastrofici del cambiamento climatico appare moralmente impermissibile.
Tuttavia, questa intuizione si scontra con un problema fondamentale. Come molti filosofi hanno notato, l’esistenza delle persone future dipende dalle decisioni presenti: la scelta della politica Y, con tutte le sue conseguenze economiche ambientali e sociali, non incide solo sulla qualità della vita futura, ma determina anche quali persone verranno effettivamente a esistere. Se invece fosse stata adottata la politica X, quelle stesse persone non sarebbero mai nate: altri individui avrebbero preso il loro posto. Ma allora come possono quelle persone del futuro lontano avanzare una legittima rivendicazione nei confronti delle persone presenti per non aver adottato la politica X, se la loro esistenza dipende proprio della decisione di adottare la politica Y? Questo è il problema della non identità: se un’azione determina l’identità di una persona futura (e la vita che essa conduce è nel complesso degna di essere vissuta) allora non sembra possibile affermare che tale persona sia stata vittima di un’ingiustizia.
Si potrebbe obiettare che il problema della non identità non colpisce teorie consequenzialiste impersonali della giustizia distributiva, le quali valutano le azioni esclusivamente in base ai loro effetti aggregati. Secondo questo approccio, non conta migliorare la condizione di individui specifici, ma massimizzare il valore complessivo del mondo, indipendentemente da chi verrà effettivamente a esistere. Come osserva Parfit, tali visioni non si fondano sulla “person affecting intuition”, secondo la quale “what is bad must be bad for someone”,10 ma adottano una prospettiva impersonale, secondo la quale dovremmo preferire l’esito che produce il maggior benessere totale, a prescindere dei beneficiari.
Tuttavia, la prospettiva impersonale affronta a sua volta un’altra sfida teorica importante. Se ciò che conta è esclusivamente il benessere aggregato, allora una riduzione della quantità della vita all’interno di una popolazione potrebbe essere compensata, dal punto di vista morale, da un aumento sufficientemente ampio del numero degli individui esistenti. Questo porta alla cosidetta “conclusione ripugnante” (repugnant conclusion),11 secondo cui un mondo affollato da miliardi di persone con vite appena degne di essere vissute è preferibile a un mondo popolato da un numero inferiore di individui che vivono esistenze pienamente soddisfacenti.12
In sintesi, le teorie distributive affrontano sfide complesse quando cercano di estendere i loro principi alle generazioni future. Le difficoltà espitemiche legate all’incertezza degli interessi e dei bisogni futuri si sommano a quelle metafisiche, come il problema della non identità, che mette in crisi la possibilità stessa di attribuire torti intergenerazionali in termini comparativi. Anche le risposte impersonali, benché capaci di eludere questo problema, finiscono per generare paradossi teorici altrettanto problematici. Ciò dimostra che offrire una convincente teoria distributiva di quello che dobbiamo alle generazioni future è un compito arduo.
2.2. Eguaglianza relazionale e generazioni future
Quali sono, invece, le implicazioni del paradigma relazionale rispetto alla questione della giustizia intergenerazionale? Come abbiamo osservato precedentemente, secondo questa prospettiva, ciò che conta non è tanto che le persone godano di una quantità eguale (o sufficiente) di beni di valore, quanto che si relazionino tra loro come eguali. In un ordine sociale giusto, secondo la concezione relazionale dell’eguaglianza, gli individui devono essere liberi da relazioni di dominazione, subordinazione o esclusione, e devono potersi riconoscere reciprocamente come membri alla pari di una comunità democratica.
Ma in che modo questa concezione della giustizia può essere estesa a individui che non sono ancora presenti e con i quali, almeno apparentemente, non sembriamo poter intrattenere relazioni sociali rilevanti? Una teoria relazionale della giustizia intergenerazionale deve affrontare almeno due difficoltà principali.
La prima riguarda il contenuto stesso degli obblighi relazionali nei confronti delle generazioni future. Il paradigma relazionale definisce l’ingiustizia come l’instaurarsi di relazioni di inferiorità di status che sembrano richiedere l’interazione tra persone coesistenti. Per esempio, un agente A domina un soggetto B quando A detiene un potere arbitrario di interferire con le scelte di B.13 Ma in che senso le persone presenti possono dominare quelle future, se, quando queste ultime verranno in esistenza, le prime non saranno più in vita, e quindi non avranno alcuna possibilità di interferire con le loro decisioni? In questo senso, non sembra quindi possibile replicare tra generazioni non contemporanee la dinamica relazionale tipica dei casi paradigmatici di dominio tra coesistenti.14
Analogamente, è ampiamente riconosciuto che le persone abbiano un diritto fondamentale a non essere sminuite, umiliate o trattate con disprezzo, in quanto tali trattamenti compromettono il rispetto di loro stesse e minano la loro capacità di riconoscersi come eguali. Tuttavia, mentre è plausibile sostenere che generazioni future abbiano diritto a condizioni sociali che permettano loro di sviluppare un adeguato senso di rispetto per sé stessi – come istituzioni giuste e un livello sufficiente di risorse – appare concettualmente incoerente attribuire loro un diritto a non essere umiliate dalle persone presenti, poiché questo tipo di ingiustizia richiede un’interazione diretta tra agenti coesistenti. In altre parole, non sembra concettualmente coerente sostenere che le persone presenti possano umiliare individui che verranno in esistenza in un futuro remoto, in quanto l’umiliazione implica una forma di interazione sociale che presuppone la coesistenza. Di conseguenza, obblighi relazionali fondati su dinamiche di riconoscimento diretto e interazione reciproca, come il dovere di non umiliare o non disprezzare, non sembrano essere immediatamente applicabili nel contesto della giustizia tra generazioni contemporanee.
Questa analisi suggerisce che ciò che significa relazionarsi come eguali con persone attualmente presenti non coincide, né può essere semplicemente esteso, a ciò che potrebbe significare relazionarsi come eguali con persone che esisteranno in un futuro remoto. Se vogliamo mantenere l’ambizione normativa del paradigma relazionale, è dunque necessario ripensare la natura stessa delle relazioni giuste in un contesto in cui i soggetti coinvolti non coesistono e non possono interagire direttamente.
La seconda, e forse più profonda, sfida che una teoria relazionale della giustizia intergenerazionale deve affrontare riguarda la giustificazione stessa dei doveri di giustizia nei confronti delle persone future. Il paradigma relazionale, infatti, non si limita a proporre una concezione alternativa della giustizia, ma implica anche una tesi giustificatoria: i doveri di giustizia sorgono solo tra soggetti all’interno di relazioni sociali effettive.15 Per esempio, secondo questa prospettiva, non vi sarebbe nulla di ingiusto nel fatto che esistano diseguaglianze tra esseri umani e abitanti di un pianeta remoto, come Saturno, proprio perché tra loro non intercorre alcuna relazione sociale.
Se si accetta questa premessa, tuttavia, emerge una difficoltà strutturale: in che senso possiamo dire che le persone presenti siano in relazione sociale con coloro che vivranno tra cento, cinquecento o duemila anni? In altri termini, se l’instaurarsi di una relazione sociale è condizione necessaria per la nascita di obblighi di giustizia, allora il paradigma relazionale sembra strutturalmente inadatto a giustificare doveri nei confronti delle persone future.
Diverse strategie teoriche sono state proposte per rispondere a questa sfida. Alcuni autori hanno cercato di mostrare che, contrariamente all’apparenza, esiste un senso rilevante in cui le persone presenti e quelle future possono essere considerate in una relazione sociale: ad esempio, attraverso la progettazione di istituzioni durature o la trasmissione culturale e simbolica intertemporale.16 Altri, invece, mettono in discussione la premessa stessa, negando che l’esistenza di una relazione sociale sia una condizione necessaria per l’applicabilità della giustizia. Una simile posizione, però, comporta una revisione significativa del paradigma relazionale: abbandona infatti la tesi giustificatoria secondo cui i doveri di giustizia sorgono esclusivamente all’interno di relazioni sociali, mantenendo solo la tesi normativa circa il contenuto della giustizia, ossia che una società giusta è una in cui gli individui si relazionano tra loro come eguali. Infine, una terza posizione riconosce la difficoltà come insormontabile, e conclude che l’eguaglianza relazionale non può estendersi alle generazioni future: essa fornisce dunque una teoria parziale della giustizia, limitata al dominio delle relazioni tra coesistenti.17
In sintesi, senza una chiara giustificazione del modo in cui possiamo essere in relazione sociale con individui che ancora non esistono, resta incerto se, e in che misura, il paradigma relazionale possa rendere conto dei nostri doveri di giustizia verso il futuro remoto. Chiarire se e come tali relazioni possano essere concepite rappresenta quindi una sfida cruciale per l’estensione intertemporale dell’eguaglianza relazionale.
3. Giustizia intragenerazionale
Le riflessioni sulla giustizia intergenerazionale si sono inizialmente concentrate quasi esclusivamente sulle generazioni non contemporanee, indagando gli obblighi che una società ha nei confronti di individui che non sono ancora nati. Tuttavia, negli ultimi anni, a fronte del progressivo invecchiamento della popolazione e dei problemi che questo determina, si è sviluppato anche un dibattito rispetto ai doveri di giustizia tra generazioni contemporanee che si trovano in fasi diverse della vita. All’interno di queste due aree si sono sviluppate proposte relative alla giustizia sociale e politica. Da un lato, si è cercato di definire come sia possibile assicurare un sistema sociale ed economico che tratti persone appartenenti a diverse generazioni in modo equo e garantisca loro opportunità di realizzare i propri piani di vita. Dall’altro, si è cercato di capire come sia possibile assicurare una voce su questioni così importanti per la loro vita a persone che appartengono a generazioni diverse.
3.1. La giustizia in una società che invecchia
Se il dibattito fino ad ora analizzato si è concentrato prevalentemente sulla giustizia nei confronti delle generazioni future, le società contemporanee si trovano oggi ad affrontare un’altra sfida che solleva questioni di giustizia molto significative: l’invecchiamento della popolazione e il conseguente squilibrio demografico. L’aumento dell’aspettativa di vita insieme al calo della natalità modifica la quota relativa di adulti anziani e giovani nella popolazione, alterando la struttura sociale e mettendo a rischio la sostenibilità dello Stato sociale.
Per offrire qualche dato indicativo: nel 2021, la percentuale di popolazione con più di 60 anni nel Regno Unito e in Italia era rispettivamente del 19% e del 24%.18 Nel frattempo, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, gli anziani costituiscono già il 30% della popolazione giapponese. A livello globale, si prevede che il numero di anziani raddoppierà entro il 2050 (2,1 miliardi), con un numero di persone sopra gli 80 anni che raggiungerà i 426 milioni.19
Questo mutamento demografico impone una riflessione sugli obblighi di giustizia tra generazioni contemporanee. Molti economisti hanno da tempo messo in evidenza come vi sia un problema di equità nei trasferimenti pubblici tra giovani e anziani perché i baby boomers hanno goduto di uno stato sociale troppo generoso e come sia ora necessario correggere questo stato di cose migliorando la condizione economica dei giovani.20 Sebbene questa posizione sia stata contestata da prospettive maggiormente critiche, che ne hanno sottolineato la matrice ideologica neo-liberale e l’intento di creare un conflitto tra generazioni del tutto inesistente, è innegabile che vi siano degli squilibri che devono in qualche modo essere affrontati.21 Occorre, infatti, chiarire se sia giusto garantire a tutte le generazioni un minimo livello di benessere e una condizione di eguaglianza di opportunità, oppure se ci si debba focalizzare sulle fasce di età facendo in modo che una persona non scenda mai nella sua vita al di sotto di questo livello. Rispondere a queste domande, e altre connesse, è ovviamente complicato dal fatto che è difficile fare stime rispetto al futuro o anche solo confrontare le condizioni di benessere di persone appartenenti a generazioni diverse che sono stati giovani/anziane in periodi profondamente differenti.22
Oltre alle questioni distributive, l’invecchiamento della popolazione solleva problemi politici legati all’asimmetria numerica tra giovani e anziani. Numerosi studi empirici indicano che questi spostamenti demografici eserciteranno un’influenza sulla rappresentanza politica e sul potere elettorale, generando così uno squilibrio di potere intergenerazionale. Come evidenziato da Tremmel et al. (2015), “by constituting a smaller share of the population and the electorate year by year, the younger generation will witness the decline of its societal, economic and political power”.23
Le democrazie liberali si trovano, quindi, ad affrontare un significativo divario di rappresentanza intergenerazionale dovuto all’invecchiamento della popolazione, in cui i politici tendono a privilegiare gli elettori più anziani e le possibilità di far sentire la voce politica dei giovani sono ingiustamente ridotte.24 L’invecchiamento della popolazione è, in primo luogo, un fenomeno quantitativo: un maggior numero di persone anziane si traduce in un maggior numero di voti, e dunque in una maggiore influenza elettorale. Al contrario, i dati suggeriscono che le fasce demografiche più giovani mostrano una partecipazione elettorale ridotta, attribuibile a molteplici fattori, tra cui la sfiducia nelle istituzioni democratiche e nei politici e i comportamenti politici divergenti caratteristici delle giovani generazioni.
Questa dinamica contribuisce a rafforzare la voce politica degli individui più anziani, generando così un maggior grado di reattività da parte dei politici nei confronti dei bisogni e delle preferenze di questo gruppo di età. Sembra quindi evidente che se una società liberal-democratica vuole trattare tutte le persone come libere ed eguali, dovrà elaborare strategie istituzionali e normative per affrontare le asimmetrie demografiche tra giovani e anziani, al fine di garantire che la giustizia (distributiva e politica) sia sempre assicurata.
3.2. Una giustizia bidimensionale
Le teorie della giustizia tra generazioni coesistenti si sono originariamente incentrate sull’equità distributiva e si sono divise tra quelle prospettive che hanno confrontato segmenti di vita simultanei o quelle che hanno preso in considerazione l’intera vita degli individui. Nel primo caso, l’attenzione si concentra sulla distribuzione di beni e opportunità tra gruppi di età, confrontando ciò che ricevono gli anziani con ciò che ricevono i giovani in un momento specifico. Nel secondo caso, invece, confrontiamo i beni e le opportunità nell’arco dell’intera vita degli individui, giustificando trasferimenti differenziati alle diverse età degli individui, purché la somma totale dei benefici e delle opportunità nell’intero corso della vita degli individui corrisponda al principio distributivo favorito dalla teoria.25
Questa seconda prospettiva ha il vantaggio di riconoscere che le esigenze delle persone variano nel tempo, consentendo di ricevere maggiore sostegno nei momenti di maggiore bisogno (ad esempio nella vecchiaia) e contribuire di più in altri momenti (come nella maturità lavorativa), secondo una logica di reciprocità e pianificazione individuale. Tuttavia, questo approccio deve affrontare un’importante obiezione: esso risulta compatibile con condizioni di profondo svantaggio o oppressione a patto che siano temporanee e condivise da tutti nel corso della vita. Il problema è ben illustrato dall’esempio della “città ineguale” originariamente sviluppato da Dennis McKerlie26 e recentemente ripreso da Juliana Bidadanure:
Consider a city where elderly people live in miserable and overcrowded retirement homes with little prospect for happiness, while younger people live in lovely affluent residences. The older residents enjoyed the same happy lifestyles in their past, and the younger residents will end up in the same miserable homes themselves when they grow old.27
Dal momento che queste condizioni di svantaggio si alternano tra diverse fasce di età, non vi sono differenze tra gli archi di vita delle persone e, quindi, questa condizione non deve essere considerata ingiusta. Per superare questo problema Norman Daniels, adottando una prospettiva Rawlsiana, ha proposto di applicare il meccanismo del “velo d’ignoranza” alla distribuzione tra età: se una persona dovesse scegliere senza conoscere la propria età attuale, opterebbe per una distribuzione che ganratisca sempre un livello minimo di risorse e opportunità, evitando che si cada sotto una soglia critica in qualsiasi fase della vita. Secondo Daniels, una tale struttura garantirebbe una forma di giustiza intertemporale compatibile sia con le esigenze dei giovani che con quelle degli anziani, in particolare, rispettando il principio di efficienza intergenerazionale: allocare più risorse a chi ha davanti una vita più lunga.28
Juliana Bidadanure ha, però, sottolineato come questa conclusione non sia così facile da sostenere: anche un approccio che voglia assicurare il minimo potrebbe accettare che alcune persone siano oppresse in una certa fase della loro vita a patto che questa condizione sia vissuta da tutti. Non è, infatti, detto che questa condizione di oppressione metta in discussione il soddisfacimento dei bisogni minimi delle persone. Per superare questa impasse Bidadanure ha quindi suggerito che sia necessario integrare al modello strettamente distributivo un elemento relazionale in base al quale: “Inequalities between young and old are unjust when they constitute or enable relationships of inequality, such as exploitation, segregation, stigmatisation, marginalisation, and domination”.29
Secondo questa prospettiva, la dimensione relazionale della giustizia deva essere riconosciuta sempre a ogni persona in ogni momento e quelle disuguaglianze che mettono in discussione questo principio devono essere subito contrastate senza aspettare che vengano compensate nell’arco della vita di una persona. Questo ci permette di sottolineare come quando è in gioco l’uguaglianza relazionale, l’unica prospettiva che conta è quella dei gruppi di età e non della vita intera.30 Alcuni tipi di disuguaglianze tra gruppi di età, riguardanti la mancanza di rispetto e di riconoscimento, non possono essere compensati in una fase successiva o precedente della vita. I soprusi subiti in gioventù non sono annullati da uno status sociale più elevato una volta raggiunta la maturità; allo stesso modo l’umiliazione o l’emarginazione delle persone anziane non può essere giustificata da una precedente posizione sociale elevata. Essere trattati e considerati alla pari vale per ogni singolo momento della vita e non ammette compromessi tra le diverse fasi della vita individuale. Una plausibile teoria della giustizia sociale tra generazioni coesistenti in una società che invecchia ha, quindi, una natura bidimensionale: richiede di riconoscere a tutte le persone indipendentemente dalla loro età una piena eguaglianza relazionale e impone poi di assicurare una certa equità distributiva che permetta di avere sempre i propri bisogni fondamentali soddisfatti ma tolleri delle differenze distributive tra fasce di età diverse.
Le asimmetrie numeriche tra giovani e le altre fasce di età non sollevano soltanto questioni di giustizia distributiva, ma anche sfide profonde per il funzionamento democratico delle nostre società. Il dinamismo e la capacità della democrazia di affrontare i cambiamenti e le sfide attraverso un approccio lungimirante e di dare voce a una pluralità di persone e prospettive sono le sue caratteristiche più salienti. Tuttavia, una democrazia che invecchia, in cui i giovani sono una minoranza numerica e hanno un impatto limitato sul processo decisionale, è caratterizzata da un conservatorismo che guarda al passato e mina la capacità dei sistemi democratici di fornire risposte innovative alle sfide politiche attuali. Per rivitalizzare la democrazia diversi autori hanno sostenuto la necessità di affrontare e superare lo squilibrio politico sperimentato dai giovani e garantire che essi possano effettivamente influenzare il processo decisionale.
Per quanto questa posizione possa apparire intuitivamente convincente, una più attenta analisi ne può mettere in luce i problemi. In primo luogo, non ci sono dati chiari rispetto al fatto che i giovani abbiano posizioni più progressiste e aperte rispetto alle persone delle altre fasce di età, come invece questa prospettiva assume. In secondo luogo, questa prospettiva assume una giustificazione meramente strumentale dell’inclusione politica per cui questa deve essere garantita al fine di realizzare altri obiettivi. In una democrazia è però fondamentale che i cittadini abbiamo piano controllo sulle decisioni che le riguardano perché sono co-autori di tali decisioni e le devono riconoscere come proprie.31
Anche se la distribuzione numerica tra le diverse fasce d’età non è mai stata considerata un problema significativo, è altrettanto corretto affermare che non si sono mai verificate asimmetrie così rilevanti tra coloro che sono giovani e quindi soggetti da tempo al processo decisionale collettivo e il resto della popolazione. È inoltre importante notare che una società che invecchia si trova in una situazione paradossale in cui coloro che dovranno sostenere le decisioni prese dalla comunità politica per più tempo sono anche i meno propensi a far sentire la propria voce e a vedere i propri interessi e preferenze riflessi in queste scelte.32
Sebbene questo non sia un motivo sufficiente per sostenere che ci troviamo di fronte a una forma di ingiustizia politica, è comunque un elemento che mette in luce una questione critica che deve essere valutata. In una società in cui i giovani costituiscono una minoranza significativa è incline a marginalizzare questi interessi. Data la loro mancanza di influenza sul processo decisionale, è molto probabile che il loro punto di vista su questi temi non emerga a livello pubblico e di conseguenza i loro interessi non si riflettano nelle scelte politiche. In questo contesto, la limitata influenza effettiva che i giovani hanno sul processo decisionale limita la capacità di questi ultimi di seguire i loro interessi,33 minando così uno degli ideali fondamentali della democrazia, ovvero l’eguaglianza politica tra tutti i cittadini.
Ciò è ulteriormente rafforzato dal fatto che i giovani sono spesso considerati pubblicamente privi della capacità di assumersi responsabilità e di prendere decisioni politiche, venendo così infantilizzati.34 Se la democrazia si basa sull’idea che tutti i membri del demos debbano essere considerati agenti politici in grado di prendere decisioni che valgono per sé e per gli altri, dei sistemi democratici che escludono sistematicamente le persone più giovani non riconoscono a pieno questa capacità agenziale trattandoli come soggetti che devono seguire le decisioni prese da altri.35 Le attuali democrazie non riconoscerebbero insomma le persone più giovani come pari rafforzando una forma di ageismo che è presente anche in altri ambiti (si pensi, ad esempio, al modo in cui le rivendicazioni dei più giovani in ambito lavorativo vengono descritte come richieste di persone viziate).
Per superare questo problema il dibattito teorico ha avanzato diverse proposte, tra cui: i) abbassare il limite minimo di età per votare); ii) garantire che i voti dei giovani abbiano un impatto più forte sul processo decisionale (voti ponderati in base all’età); iii) garantire delle quote che assicurino la presenza di giovani nei diversi organi.
Prima di analizzare queste proposte è bene rigettare quella che potrebbe sembrare la più efficace: togliere il diritto di voto alle persone che hanno superato una certa età.36 Anche se strumentalmente questa può apparire una posizione in grado di dare maggiore voce ai più giovani non può che essere esclusa da una prospettiva democratica. Se l’obiettivo è quello di garantire che tutte le persone abbiano pieno controllo sulle decisioni della comunità politica a cui appartengono, non si può escludere da questa comunità nessun individuo.
Il controllo democratico potrebbe, però, essere assicurato abbassando l’età minima per votare così da far partecipare più persone al processo elettorale.37 L’abbassamento dell’età di voto non solo riduce l’asimmetria numerica tra i giovani e gli altri gruppi di età, ma rafforza anche l’esercizio della partecipazione politica da parte dei giovani. In assenza degli intermediari politici che socializzavano i cittadini alla partecipazione politica (i partiti di oggi sono ben lontani dai partiti di massa degli anni Cinquanta), le persone che iniziano a votare non sono educate alla partecipazione politica. Al contrario, il diritto di voto viene riconosciuto in una fase della vita ricca di cambiamenti (ingresso nel mondo del lavoro, iscrizione all’università, maggiore mobilità) e non facilita la creazione di reti sociali e politiche. Anticipare il diritto di voto all’età scolare porrebbe rimedio a questo problema e renderebbe la partecipazione politica una pratica che i cittadini sentono propria e che poi esercitano nel tempo.38
Sebbene l’abbassamento dell’età di voto riduca la differenza di influenza politica che le diverse fasce d’età possono esercitare, non può comunque garantire la piena uguaglianza tra loro, in quanto lascerebbe i giovani in minoranza numerica e solo aumentando l’impatto del loro voto potrebbero avere una reale possibilità di influenzare il processo decisionale e vedere rappresentati i loro interessi. Questo si può ottenere migliorando l’impatto che i giovani hanno sui processi decisionali o rimodellando il bacino dei rappresentanti piuttosto che quello degli elettori. Di conseguenza, si potrebbe pensare che la questione della rappresentanza giovanile debba essere affrontata differenziando il peso dei voti dei cittadini in base alla fascia d’età di appartenenza, dando maggior peso ai voti dei giovani, in uno schema di voto plurale basato sull’età. Van Parijs suggerisce, ad esempio, un voto in più a persone sotto i 60 anni e un peso di 2 al voto dei diciottenni (peso che si riduce dell’1% ogni anno).39 Per quanto questa posizione corregga la maggiore influenza delle persone più anziane sul processo elettorale, è stata criticata evidenziando come apra alla possibilità di giustificare un voto pesato per ogni categoria svantaggiata e metta quindi in discussione la natura egalitaria della democrazia.40
Per ovviare in parte a questo problema alcuni autori hanno messo in evidenza come ciò che deve essere in realtà modificata è la capacità dei sistemi politici di dare visibilità agli interessi dei più giovani e questo può essere ottenuto includendoli negli organi rappresentativi attraverso quote di età.41 Quest’idea deriva direttamente dalle discussioni sulle quote di genere ed etniche: i giovani sono strutturalmente emarginati in modo analogo nel processo decisionale politico e le quote giovanili sono quindi uno strumento per garantire che i loro interessi siano presi in considerazione nei parlamenti e per aumentare la rappresentanza simbolica riconoscendo pubblicamente il pari valore politico dei giovani, il che potrebbe avere un impatto positivo sull’inclusione sociale dei giovani. Equiparare i giovani alle minoranze storicamente oppresse solleva qualche perplessità perché tutti ricadono in questa categoria e non solo una parte della popolazione e lo svantaggio a cui si è sottoposti è temporaneo e non protratto per tutta la vita. Proprio la mancanza di continuità temporale mette in evidenza lo specifico svantaggio a cui i giovani sono sottoposti: i sistemi politici registrano gli interessi dei gruppi stabili nel tempo perché questi possono politicizzare tali interessi e contestare i rappresentanti politici se non dovessero considerarli. Visto che si è giovani per poco tempo, gli interessi di questo gruppo non vengono in alcun modo registrato a meno di non trasformare radicalmente il sistema democratico dando un po’ meno peso al voto e garantendo più spazio a forme di innovazioni democratiche che diano voce anche a quei gruppi che non sono stabili nel tempo ma hanno interessi specifici come appunto i giovani.42 Questo conferma ancora di più come una prospettiva che prenda davvero in considerazione le questioni di giustizia tra le generazioni richiede una radicale trasformazioni delle istituzioni politiche e sociali e un ripensamento delle categorie filosofiche che abbiamo fino ad ora usato per criticare, valutare e guidare tali istituzioni.
4. Per una giustizia tra le generazioni
I contributi raccolti in questa special issue ampliano, articolano, e rafforzano molti dei punti emersi nelle sezioni precedenti. Ciascun saggio affronta un aspetto distinto del problema della giustizia tra generazioni, sviluppando strumenti concettuali e proposte istituzionali per superare le sfide poste da questa complessa questione.
Per garantire una forma di giustizia orientata al futuro, Tiziana Andina sostiene che sia necessario transgenerazionalità, definendolo come relazione tra generazioni attraverso la trasmissione di conoscenze, abilità e pratiche necessarie alla sopravvivenza sociale. Tale relazione è sociale e istituzionale, ed è cruciale per la stabilità delle società. Andina enfatizza la struttura asimmetrica di tali relazioni, poiché le azioni di una generazione hanno conseguenze irreversibili sulle generazioni successive, creando così responsabilità morale verso chi non può reciprocamente influire sulla generazione precedente. Questa prospettiva transgenerazionale si pone anche come rimedio ad alcuni rischi intrinseci della democrazia liberale, come il populismo e la miopia politica, invitando ad adottare strumenti concettuali per gestire le conseguenze future delle decisioni politiche attuali.
Gli articoli di Fabian Schuppert e Nunzio Alì e Diana Piroli raccolgono questa sfida e propongono due varianti del sufficientarismo come paradigma normativo per la giustizia intergenerazionale.
Schuppert difende una forma di sufficientarismo intergenerazionale basato sui bisogni essenziali, quale criterio fondamentale di giustizia tra generazioni. I bisogni fondamentali sono caratterizzati da urgenza morale, semplicità definitoria e validità interculturale e temporale. Tuttavia, Schuppert riconosce che tale approccio, se troppo minimalista (limitato alla pura sopravvivenza), risulta insufficiente per garantire dignità e giustizia future. Accogliendo le critiche di autori come Boss, che sottolineano la necessità di pluralità nelle modalità di soddisfazione dei bisogni, l’autore propone una concezione moderatamente esigente, che includa anche autonomia e benessere basilare. Così facendo, il sufficientarismo intergenerazionale riesce a garantire un ampio spettro di beni e opportunità ai futuri individui.
Alì e Piroli, invece, sostengono una versione istituzionale del sufficientarismo come risposta all’impatto che il cambiamento climatico antropogenico ha sulla ingiustizia intergenerazionale e la stabilità delle istuzioni politiche future. Secondo Alì e Piroli, che sviluppano in modo molto originale l’idea rawlsiana di struttura di base della società, è fondamentale garantire alle future generazioni la possibilità di istituire e preservare istituzioni giuste e stabili. Dal momento che il cambiamento climatico rischia di mettere in discussione questo legittimo obiettivi, gli autori sostengono politiche climatiche ambiziose e distributivamente eque, capaci di prevenire catastrofi e rafforzare la democrazia.
Infine, Zuccarelli e Santi Amantini evidenziano come per garantire una giustizia tra le generazioni si debba anche affrontare il tema della giustizia tra diversi gruppi di età che vivono contemporaneamente nelle società che invecchiano. In particolare, il loro articolo sviluppa una prospettiva intersezionale, che analizza come la discriminazione per età (ageismo) si intrecci con discriminazioni basate su altre categorie sociali, specialmente il genere. Le autrici mostrano come l’infantilizzazione, una forma di ageismo che nega maturità e autonomia, colpisca giovani e anziani, ma con modalità particolarmente severe per le donne, soggette a forme specifiche di ageismo di genere. Questo fenomeno, particolarmente evidente nel contesto lavorativo, genera ingiustizie relazionali, ostacolando il riconoscimento dell’uguale dignità morale. Sebbene la discriminazione basata sull’età sia spesso considerata meno grave perché temporanea (tutti attraversiamo diverse età), un’analisi intersezionale rivela che gli oneri di tale discriminazione non sono equamente distribuiti: alcune persone (donne, minoranze) risultano infatti molto più vulnerabili e soggette a trattamenti degradanti rispetto ad altre.
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1 Rawls, Una teoria della giustizia; Young, Le politiche della differenza.
2 Gosseries, What is Intergenerational Justice?
3 MacAskill, What We Owe, 2. Si vedano anche Greaves, Barret, e Thorstad, Essays on Longtermism; Mogensen, “Moral Demands”; Ord, The Precipice.
4 Arneson, “Equality and Equal Opportunity”; Cohen, “Currency of Egalitarian Justice”; Dworkin, “What is Equality?”; Nussbaum, Frontiers of Justice; Sen, “Equality of What?”.
5 Anderson, “Point of Equality?”, 313.
6 Floris, Una società di eguali; Floris, “The Invisible Social Class”; Lippert-Rasmussen, Relational Egalitarianism; O’Neill, “What Should Egalitarians Believe?”; Scheffler, “What Is Egalitarianism?”; Schemmel, Justice and Egalitarian Relations; Wolff, “Fairness, Respect, and the Egalitarian Ethos”.
7 Ferretti, “Present Risks, Future Lives”; Finneron-Burns, What We Owe to Future People.
8 Kumar, “Wronging Future People”; Parfit, Reasons and Persons.
9 Floris, “Intergenerational Moral Inequality”
10 Parfit, Reasons and Persons, 321.
11 Parfit, Reasons and Persons, 381.
12 Arrhenius, Ryberg e Tännsjö, “The Repugnant Conclusion”.
13 Pettit, Republicanism.
14 Analogamente, Simon Caney osserva che relazioni ingiuste basate su minaccia o punizione – in cui un agente A condiziona il comportamento di B minacciando una sanzione se B non compie una certa azione – presuppongono una sequenza di azioni e reazioni che richiede contemporaneità tra i soggetti coinvolti. Caney, “Justice and Future Generations”. Cfr. Hemmerich, “Intergenerational Domination”.
15 Lippert-Rasmussen, Relational Egalitarianism; Miklosi, “Varieties of Relational Egalitarianism”.
16 Karneien, “Rawls and the Future”; Sommers, “Relational Equality across Generations”.
17 Lippert-Rasmussen, “Relational Egalitarians Think of Social Relations?”; Schemmel, Justice and Egalitarian Relations, 294.
18 OCSE.
19 OMS.
20 Thompson, Selfish Generations?; Willets, The Pinch; Becket, What Did Baby Boomers Ever Do for Us?
21 Macnicol, Neoliberalising Old Age.
22 Se prendiamo il caso dei baby boomers sembra evidente che abbiano beneficiato, almeno nei paesi più ricchi, di uno sviluppo economico molto significativo e di un sistema di Welfare particolarmente generoso. È anche vero, però, che hanno mediamente iniziato a lavorare prima delle persone appartenenti alle generazioni successive, che le donne all’interno di queste generazioni hanno avuto molte meno opportunità delle donne delle generazioni successive e che durante la loro infanzia hanno beneficiato di meno risorse di quelle a cui hanno avuto accesso i millennials o la gen Z. Fare, quindi, confronti rispetto al benessere e alle opportunità di questi gruppi risulta particolarmente difficile.
23 Tremmel et al., Youth Quotas, 1.
24 Mycock e Tonge, The Party Politics.
25 Bisogna qui fare un chiarimento relativo al termine generazione, che può riferirsi a gruppi di età, cioè a coloro che sono giovani, maturi e anziani nello stesso momento, oppure può indicare le coorti di nascita, cioè le fasce di popolazione nate in un determinato momento. Mentre si attraversano diverse età durante il ciclo di vita, quindi si passa dal gruppo dei giovani a quello degli adulti e a quello degli anziani, si appartiene alla stessa coorte per tutta la vita. Le teorie che si focalizzano sull’intera vita sviluppano una prospettiva della giustizia cortale, mentre le prospettive che analizzano la giustizia tra fasce di età considerano esclusivamente queste ultime come unità di analisi. Per un’analisi del dibattito si veda Daniels, Justice between Age Groups; Daniels, “Am I my parents keeper?”; Daniels, Justice between Adjacent Generations; Floris e Spotorno, “What Does It Mean to Be Moral Equals?”
26 McKerlie, “Justice young and old”, 6.
27 Bidadanure, Making Sense of Age Group Justice, 241.
28 Daniels, Justice between Age Groups; Daniels, Am I my Parents Keeper?; Daniels, Justice between Adjacent Generations.
29 Bidadanure, Justice Across Ages, 123.
30 Galeotti, Challenges of Ageing Societies.
31 Lafont, “Democracy shortcuts”.
32 Angell, Increase Young People’s Voting Power.
33 Pettit, On the People’s Terms.
34 Bidadanure, Justice Across Ages.
35 Biale, Interessi democratici.
36 Van Parijs, Disfranchisement of the Elderly
37 Cook, Against Minimum Voting Age; Lau, Two Arguments for Child; Peto, Voting Age to 16.
38 O’Neill, Voting Age to 12
39 Van Parijs, Disenfranchisement.
40 Poama e Volacu, Too Old to Vote?
41 Bidadanure, Justice across Ages.
42 Biale e Zuccarelli, Empowering the Young.