https://doi.org/10.36253/rifp-4465
Uno sguardo sui classici
La libertà oltre il liberalismo: una pressoché ignota intervista di Benedetto Croce all’Herald Tribune di New York
Freedom beyond liberalism: a virtually unknown interview with Benedetto Croce in the New York Herald Tribune
Université de Strasbourg, France
Abstract. The present article publishes and comments on an almost unknown interview with Benedetto Croce that was originally conducted in Italian in June 1930. The interview was significantly abridged when it was published four years later. The philosopher was in the midst of an unfinished reflection on the nature of freedom in relation to the various forms of modern liberalism. From his perspective, the notion of a federal Europe represents a contemporary manifestation of the liberal spirit.
Keywords: theory of freedom, liberalism, nationalism, Europeanism.
Riassunto. L’articolo pubblica e commenta un’intervista di Benedetto Croce, pressoché sconosciuta nell’originale italiano, concessa a un quotidiano americano nel giugno del 1930 che la pubblicò in forma molto abbreviata quattro anni dopo. Il filosofo è nel pieno di una riflessione, ancora non conclusa, sulla natura della libertà nel suo nesso con le varie forme del liberalismo moderno. Un’Europa federale gli appare la nuova possibile incarnazione di quello spirito liberale che aveva già trovato espressione nella genesi degli stati nazionali del XIX secolo.
Parole chiave: teoria della libertà, liberalismo, nazionalismo, europeismo.
Contents
in ricordo di Piero Craveri
Per quanto brillantissimo conversatore in cerchie amicali, Benedetto Croce non amava l’improvvisazione orale in pubblico, e quando doveva prendere la parola per lo più leggeva un testo preparato. Non dissimilmente, nelle interviste che gli accadde di rilasciare chiedeva che gli si ponessero domande scritte, alle quali poi rispondeva per iscritto. E da sagace utilizzatore di tutti i mezzi di comunicazione disponibili, l’esercizio in genere gli riusciva piuttosto bene, ossia l’intervista aveva quella parvenza di dialogica oralità richiesta per il pubblico della stampa periodica. Le circostanze potevano però essere varie, e magari capitargli che, spazientito dall’inettitudine del giornalista, l’intervista finisse per condurla lui stesso, scrivendo domande e risposte; oppure che, per sentirsi porre le domande alle quali reputava opportuna una propria risposta, ne confezionasse una del tutto fittizia. Sono questi peraltro, rispettivamente, i casi di due delle sue interviste che più suscitarono polemiche nel dibattito politico dei primi anni del ventesimo secolo: quella sulla “mentalità massonica” e l’altra sulla “morte del socialismo”.1
Non sempre Croce si preoccupò di raccogliere nelle serie delle proprie ‘pagine sparse’ le interviste che aveva rilasciato: ciò, forse, perché le giudicava poco rilevanti, o perché non le aveva viste pubblicate, perdendo magari le tracce del manoscritto di cui non aveva salvato copia. Così accadde, ad esempio, per un’importante intervista a un giornalista che volle interrogarlo appena sceso dal motoscafo americano che, nel settembre del 1943, lo condusse in salvo nella Capri sotto il controllo alleato, precedendo di poco il commando tedesco che avrebbe voluto rapirlo per portarlo nel Nord d’Italia: il giornalista rientrò negli Stati Uniti con l’autografo di Croce, ma poi non lo pubblicò.2
È in parte diversa la vicenda del testo che pubblico qui. Privo di qualsiasi elemento di contestualizzazione, fu pubblicato nell’originale italiano nel 1967 in un volume curato dalla Fondazione Croce che ebbe scarsissima circolazione, mentre una traduzione inglese, alquanto abbreviata e semplificata, dal titolo Croce on liberty, comparve con grande rilievo domenica 18 febbraio 1934 sull’Herald Tribune di New York, occupando una pagina e mezza pagina del giornale, con il corredo di un ritratto a matita.3 Le cose andarono così. Tra fine maggio e i primissimi di giugno del 1930 Croce ricevette la scrittrice e giornalista americana Alice Rohe che voleva intervistarlo, ma dopo una conversazione che non dovette essere particolarmente lunga, chiese, al suo solito, che le domande gli fossero inviate per iscritto. Ciò che la giornalista, rientrata a Roma, fece in una lettera del 5 giugno. Qualche giorno dopo, l’8, Croce annotò nel suo diario di aver “abbozzato la risposta ad alcuni quesiti per una intervista, fattami da una giornalista americana”. Una bella copia dovette quindi essere spedita alla giornalista, mentre nel suo archivio rimase la bozza dattiloscritta con numerose correzioni e integrazioni autografe.4
Non sono in grado di spiegare il ritardo di quasi quattro anni nella pubblicazione sull’Herald Tribune, anche se non dovettero esservi estranee ragioni di opportunità politica, stante il grande risalto che la Rohe dà all’antifascismo di Croce, ricordando fin dal sottotitolo la devastazione squadrista della sua casa, avvenuta alcuni anni prima. E a tal proposito, la giornalista si sofferma con larghezza sulle difficoltà per farsi condurre dal filosofo: l’impiegato dell’albergo la sconsiglia di andarvi perché pericoloso, il primo tassista si rifiuta e il secondo infine accetta seppur riluttante. In effetti l’articolo è in parte occupato dal racconto della visita fatta dalla Rohe a casa Croce, con una presentazione al pubblico americano dell’uomo e della sua eccezionale casa-biblioteca, e in parte (senza ovviamente dichiararlo) dalla traduzione del testo che Croce stesso le aveva inviato, operando diversi tagli e semplificazioni. Qui dunque si ripubblica il pressoché ignoto testo italiano che Croce approntò scrivendo non solo le risposte, ma anche le domande, le quali a loro volta non riprendevano che parzialmente quelle rivoltegli per lettera dalla giornalista: cade per esempio la domanda relativa alla questione femminile, argomento per il quale Croce non aveva interesse specifico, ma se ne aggiungono, come vedremo, altre assai significative.5
All’altezza del febbraio 1934 ciò che si leggeva sull’Herald Tribune poteva essere considerato una ripresa o una sintesi (certo molto semplificata) di posizioni teoriche, storiografiche e politiche già svolte da Croce in scritti pubblicati, e in particolare nella Storia d’Europa nel secolo decimonono, uscita all’inizio del 1932 e disponibile in traduzione inglese già l’anno successivo per i tipi della newyorkese Harcourt and Brace. Se tuttavia si tiene conto che il suo testo è del giugno del 1930, allora esso offre una testimonianza assai interessante di quel che si stava battendo nel laboratorio crociano, e che del tutto acquisito ancora non era.
Da alcuni anni in effetti il filosofo napoletano aveva avviato una diretta riflessione teorica sulla libertà e sul liberalismo: sulla libertà nella sua dimensione spirituale, e sul liberalismo come specifica dottrina dell’epoca moderna. E quindi la sua meditazione si era estesa allo storicismo inteso come consapevolezza del nesso tra l’eterna dimensione spirituale della libertà e i sistemi politici che nel corso della recente storia europea si erano fregiati del nome di liberalismo, con la crisi che ora li investiva e si mostrava generalizzata. Avviata per lo meno nel corso del 1924, con gli Elementi di politica, proprio quando in Italia l’orizzonte della libertà politica si restringeva, e il suo avvenire si faceva sempre più incerto anche in Europa, tale meditazione pervenne al traguardo della massima trasparenza teorica nel saggio Principio, ideale, teoria. A proposito della teoria filosofica della libertà, scritto per l’editore americano nel gennaio del 19406. In quelle pagine, che sono di particolare nitore e felicità letteraria, Croce giungeva al pieno possesso della teoria, come la definiva, metapolitica della libertà; una teoria in forza della quale libertà, umanità, moralità sono altrettanti sinonimi di quanto vi è di più umano nell’umano.
In un percorso al quale appartengono alcuni dei vertici della sua meditazione – dalla già ricordata Storia d’Europa nel secolo decimonono a La storia come pensiero e come azione, del 1938 – si erano intrecciate e reciprocamente alimentate la riflessione teorica, l’indagine storiografica, nonché, e forse in primo luogo sebbene vi appaia implicita, la lotta politica. Sempre meglio Croce era giunto a definire il proprio storicismo nel nesso che lo stringe alla concreta vita della libertà; e, in parte modificandone il senso, aveva fatto sua la celebre definizione hegeliana della storia come storia della libertà; della storia, quindi, come autentico orizzonte nel quale la libertà si rende concreta pluralizzandosi in istituti sempre nuovi e tali per cui alla libertà non si può assegnare un traguardo da raggiungere una volta per tutte, fosse pure quello al quale erano pervenuti gli stati nazionali a regime costituzionale retti con sistemi rappresentativi, per non dire dell’irenico e astorico eden comunistico. La libertà insomma come ideale di perpetua liberazione e l’unico che affronti sempre l’avvenire e che non pretenda di concluderlo.
Era una meditazione, infine, quella svolta da Croce lungo il quindicennio che separa l’instaurazione del regime fascista dalla nuova guerra mondiale, che nell’Europa coglieva l’orizzonte in cui si erano fin lì realizzate le forme più alte di libertà. Fin lì: cioè storicamente e senza quindi poter escludere, e anzi dovendo ammettere, che la libertà potesse trovare nuovi e diversi orizzonti nei quali esprimersi. Il che era evidente, appunto, dalla crisi dei contemporanei sistemi liberali, che almeno in un caso, quello italiano, aveva subito un vero e proprio collasso. Per Croce infatti appariva innegabile che l’Italia caduta nella dittatura fascista era pur stata una nazione provvista di istituzioni liberali, le quali tuttavia, nel momento cruciale, non avevano saputo difendersi dalle pulsioni autoritarie che la insidiavano. Di qui era sorta in lui l’urgenza di una rinnovata indagine sulla libertà e la sua essenza, e sul legame che essa stringe con le realtà in cui di volta in volta si rende concreta.
È proprio nella parabola di questa complessa e fin drammatica meditazione che si situano alcuni degli aspetti più interessanti del testo che qui si pubblica, soprattutto quando si faccia attenzione alle domande che la giornalista non aveva poste, e che Croce formula per poter dire ciò che gli stava a cuore. In effetti, il dubbio che si presentava al profondo conoscitore della storia italiana indagata nelle epoche di decadenza e di torpore politico e civile – Croce aveva appena pubblicato la Storia dell’età barocca in Italia e si apprestava a riunire i suoi saggi sulla letteratura italiana del Seicento –, il dubbio, che dunque meritava di essere avanzato e discusso, era se nelle viscere della storia contemporanea non si stesse forse preparando una forma diversa e più alta di libertà; una forma che magari poteva pure avere il volto dell’autoritarismo e comportare la negazione delle classiche libertà del liberalismo europeo del XIX secolo, ma che tuttavia era portatrice di una libertà meglio adatta all’uomo moderno, e con ciò di una più giusta e piena umanità. Di qui la prima domanda non formulata dalla giornalista: “non parrebbe cosa impossibile – lasciando da parte le vuote affermazioni verbali, le cattive dottrine e gli spropositi – che le odierne reazioni contro la libertà e le libertà, contro la libertà di stampa, di associazione, di propaganda, i parlamenti, la democrazia e via dicendo, rappresentassero appunto l’acquisto o la tendenza all’acquisto di una migliore libertà, di una libertà da raggiungere per nuove vie, ma nella quale l’umanità si esalterà e si nobiliterà: di una libertà, per così dire, contro il liberalismo”.
Il dubbio che chiedeva di essere discusso era di carattere metodico, anzitutto; ed era imposto, per così dire, dai limiti intrinseci allo sguardo di chi, vivendo nel proprio presente, e a maggior ragione in un presente di crisi, inevitabilmente non coglie tutto quel che in esso si prepara; e quindi, nel caso specifico, in quel torbido avvio del quarto decennio del ventesimo secolo, temesse di non riuscire a vedere come, pur entro forme di vita politica e civile che rinnegano le libertà classiche del liberalismo, si stesse elaborando, magari oscuramente e con aspro travaglio, una nuova libertà, “una libertà, per così dire, contro il liberalismo”. Detto altrimenti, per Croce bisognava sgomberare il campo dal dubbio, a priori ben legittimo, che, magari inconsapevolmente e al di là delle semplicistiche parole d’ordine, come l’assolutismo delle monarchie nazionali aveva rappresentato un progresso di civiltà e dunque di libertà contro l’ormai opprimente e sterile feudalesimo, così del pari dietro i sistemi illiberali odierni, dal comunismo bolscevico al fascismo (per non dire di altre meno robuste opposizioni alla libertà di origine letteraria o confessionale), si stessero preparando forme più elevate di libertà. A tal proposito egli rinviava a un suo saggio di un paio d’anni prima, Contrasti d’ideali dopo il 1870, dove quel dubbio era stato discusso a fondo, pervenendo infine alla risposta che no, nelle loro varie incarnazioni i regimi autoritari e illiberali del presente, con i sistemi di pensiero da cui erano ispirati, non celavano affatto le premesse di un’inedita, superiore e più giusta libertà e, per quanto in germe, di una forma nuova di umanità; e che pertanto a chi nel nome dell’‘uomo nuovo’ imponeva la soppressione delle classiche libertà liberali (di associazione, di espressione, di stampa, di religione, ecc.), bisognava opporsi e replicare che la via imboccata era quella della più tetra tirannide. Il che per altro verso non toglieva a giudizio di Croce, e anzi ovviamente implicava, che i sistemi liberali ereditati dalla storia ottocentesca non fossero passibili di critica, e non meritassero di essere riformati a fondo e in molti aspetti, dalle “superstizioni pseudoliberali”, che “coprono talvolta interessi illegittimi o diventati illegittimi”, alle “tirannie dei partiti e gli intrighi dei politicanti”.7
E qui giungeva la seconda domanda non formulata dalla giornalista, e che non era meno pungente per lo storicismo militante che Croce intendeva dovesse essere il suo. Se il liberalismo aveva fallito in Italia e appariva in crisi altrove, insidiato da tanti nemici – dai feroci nazionalismi e imperialismi al cupo e duro statalismo comunistico, dai torbidi sogni dei nichilisti e dei confusi seguaci di Nietzsche al neocattolicesimo pronto a patteggiare con tutte le autorità pur di mantenere la sua presa sulla società – non poteva però aver fallito, pena il venir meno dell’umanità a sé stessa, la libertà come principio animatore della coscienza morale, come esigenza di perpetua emancipazione, come svolgimento e arricchimento e infinita costruzione di quanto è umano nell’umano. Così Croce era condotto a domandarsi dove oggi stesse per l’uomo europeo la battaglia da combattere, la concreta frontiera della libertà verso la quale dirigersi e il vessillo ideale capace di riunire gli uomini di buona volontà. E allora si chiedeva, o faceva finta di farsi chiedere dalla giornalista: “Ma credete voi che vi sia ora qualche idea più particolare e qualche motto d’ordine, intorno a cui possano stringersi gli sforzi degli uomini migliori d’Europa?”. Con la risposta che segue e che qui si legge. Ed è questa, salvo errore, la prima volta che sotto la sua penna il tema di un’Europa unita risuona con tanta forza e franchezza, con altrettanta, si direbbe, fede di quella che di lì a due anni si udrà nelle pagine finali del suo ultimo grande cimento storiografico, la Storia d’Europa nel secolo decimonono.
Insomma, il compito che Croce assegnava a sé stesso in quegli anni non era solo di dare una teoria filosofica della libertà, che ne ravvivasse la consapevolezza negli animi di coloro presso i quali essa si era illanguidita e addirittura persa, ma anche di indicare o provare a indicare in quale battaglia, nel contesto presente, la libertà potesse farsi concreta. Così come nel corso del XIX secolo si era potuta incarnare nella lotta all’assolutismo, nell’affrancamento dei popoli dai domini stranieri, nella creazione degli stati nazionali e dei parlamenti rappresentativi, nell’allargamento degli scambi materiali e spirituali tra gli stati, ora la battaglia aveva il nome di un’Europa sovranazionale.
12 giugno 1930
con una giornalista americana
Fu pubblicata con ritardo nei giornali americani8
Appunti per un’intervista
– Volevo domandarvi di spiegarmi le cause delle tendenze reazionarie che si avvertono nel mondo di oggi, e di cui si vedono anche talune odiose manifestazioni in America; volevo domandarvi quale paese giudicate oggi il più libero, e quale, nel corso della storia umana, vi pare che abbia fatto maggiori progressi verso la libertà e civiltà.
– Quante varie domande, e quale imbarazzo sarebbero per me e per chiunque dovesse soddisfarle con poche e rapide sentenze! Ma mi permetterete che, senza rispondere a esse una per una e nei particolari, io vi faccia osservare che tutte si aggirano sul tema della libertà. Come dice il proverbio italiano, la lingua batte dove il dente duole. È infatti questo il punto di riferimento di tutte le preoccupazioni, di tutti gli sforzi, di tutti i conflitti odierni. E voi certamente sapete perché.
– Perché?
– Per una ragione molto semplice e molto elementare. Perché il cuore della storia umana è la libertà, e tutto ciò che nel mondo si è prodotto di vivo e sano è prodotto dalla libera inventiva, è creazione della libertà spirituale. Tutte le età più splendide della vita dei popoli confermano questa semplice verità. Tutte; anche quelle che si chiamano assolutistiche; almeno per chi non guarda alla storia in modo superficiale e fermandosi alle apparenze o adoperando modelli fissi, desunti da una sola epoca e perciò arbitrari. Per intendere la storia, per riconoscere da per ogni dove l’opera della libertà, bisogna osservare ciò a cui un nuovo ordinamento politico segue e si contrappone. Così l’assolutismo monarchico dei secoli decimosesto e decimosettimo, mettendo fine alla invecchiata, sterile e opprimente feudalità, segnò un progresso relativo di libertà: progresso che rifulse più chiaro quando quell’assolutismo chiamò intorno a sé la scienza e la cultura della nuova classe intellettuale e si fece assolutismo illuminato: dal quale, per un ulteriore progresso, uscirono poi le monarchie costituzionali. Nel primo medioevo, la feudalità stessa era stata una garanzia di maggiore libertà, proteggendo i deboli e la loro vita e il loro lavoro contro la violenza e il brigantaggio. Le forme storiche vitali nascono sempre a questo modo: come quelle che, nelle date condizioni dei tempi, rappresentano la maggiore libertà, la maggiore possibilità di salute e svolgimento e di dignità umana.
– Ma contro questo che voi dite stanno quelle teorie dei nostri tempi, che celebrano invece il contrario della libertà, la norma che venga dall’alto, la disciplina sul modello militare, la sudditanza verso lo Stato e simili. Che cosa voi ne pensate?
– Penso che ideali di questa sorta sono, in alcuni intellettuali, reminiscenze di concezioni chiesastiche, della Chiesa che sola possiede la verità e guida gli uomini nelle vie segnate per renderli degni della beatitudine celeste. In altri nascono da un letterario disprezzo verso gli uomini e verso i valori e la serietà della vita umana, da un cinismo o pessimismo che si compie nel non meno letterario sogno del superuomo. Ma, nei più, sono concetti di semplicisti, che immaginano che si possano regolare le società umane come si regola (quando si riesce, ché non riesce sempre) la marcia di un reggimento; e ignorano la virtù creatrice dei contrasti e delle gare. E in altri ancora, più pratici, quelle teorie coprono interessi particolari ed egoistici; e in altri, infine, sono effetti di smarrimenti e di paure innanzi ai pericoli, reali o immaginati, che correrebbe la società. È impossibile, in ogni caso, riportare l’origine intellettuale di coteste teorie a una severa meditazione della realtà e delle sue leggi e la loro origine mentale a un impeto generoso dell’animo. Nascono da piccolezza di cervello e da angustia di cuore.
– Credete che vi siano cause che concorrono a spiegare la diffusa depressione mentale e l’abbassamento intellettuale, che voi notate come predisposizione agli sconoscimenti e rinnegamenti della libertà?
– Non vi pare che c’entri per qualcosa la guerra che ha falciato il fiore della gioventù europea, la più ardita, la più generosa; e che, d’altra parte, ha per lunghi anni disabituati dal pensiero e abituati alla credulità, a dire e a udire parole senza senso, affermazioni false, spropositi di ogni sorta? Non ero io il solo che, durante la guerra, si domandasse che cosa sarebbe accaduto per effetto della distruzione, che improvvidamente si veniva facendo, di quelle attitudini alla riflessione e alla critica, di quella ripugnanza alla violenza, di quella gentilezza e finezza di discernimento e di sentimento, che erano state coltivate con infinite cure in lunghi anni di pace e che erano tesori non certo inferiori ai tesori economici che sono stati distrutti. Ora, in ogni parte del mondo, si avverte il vuoto, la rottura della tradizione, il disorientamento, e la mancanza di gioia: dico di quella gioia che è interiore serenità e fiducia, e non della chiassosa allegria, perché questa non manca. Non manca, ma non serve.
– Vi concedo che le teorie e gli ideali antiliberali siano assurdi e che ciò che ora si mormora o si grida, in ogni parte del mondo, contro la libertà sia, sotto l’aspetto della dignità umana, cosa empia e sacrilega. Ma, fermandoci a quello che voi dicevate or ora, non parrebbe cosa impossibile – lasciando da parte le vuote affermazioni verbali, le cattive dottrine e gli spropositi – che le odierne reazioni contro la libertà e le libertà, contro la libertà di stampa, di associazione, di propaganda, i parlamenti, la democrazia e via dicendo, rappresentassero appunto l’acquisto o la tendenza all’acquisto di una migliore libertà, di una libertà da raggiungere per nuove vie, ma nella quale l’umanità si esalterà e si nobiliterà: di una libertà, per così dire, contro il liberalismo.
– Accetto tale formulazione del problema, che è anche la mia. Ma questa formulazione ci trasporta dal terreno ideale e teorico al terreno storico, e va risoluta con l’osservazione storica. Io, per mio conto, ho fatto questa indagine in vari miei lavori, e tra l’altro in un articolo che pubblicai due anni or sono nell’Esprit international, che è organo della fondazione Carnegie e vi ha gran parte il vostro illustre presidente della Columbia University, Nicolas Murray Butler. Mi sarebbe difficile riassumere quello scritto, che era esso stesso molto condensato. Permettete che vi rimandi ad esso. S’intitola: Contrasti d’ideali politici in Europa dopo il 1870.9
– Quale era la tesi generale di quello scritto?
– Questa: che tutti gl’ideali proposti contro quello della libertà, esaminati a fondo l’uno dopo l’altro, si dimostrano o fantastici o vuoti o artificiosi, e sono venuti al mondo coi segni della senilità, laddove quello liberale è sempre giovane o (che è il medesimo) capace di continui ringiovanimenti; e che l’opposizione contro di questo è da spiegare altrimenti, cioè non con la forza di altri ideali che siano sorti e che abbiano validità e superiorità, ma con le empiriche difficoltà che l’ideale liberale deve ora superare e che, più presto o più tardi, supererà. Esso parve che avesse ottenuto il definitivo trionfo nella prima metà o nei primi sessant’anni del secolo decimonono, col moto delle indipendenze e unità nazionali, con le costituzioni dappertutto diffuse; ed era animato da un entusiasmo e da una sicurezza, che aveva del giovanile, dell’ingenuo, quasi che il cammino gli fosse ormai aperto libero innanzi. Pareva non accorgersi dei due ostacoli nei quali presto si sarebbe incontrato, assai più complicati e più gravi di quelli offerti dai vecchi regimi assolutistici: gli ostacoli che venivano dalle due forze crescenti della plutocrazia e del moto proletario e dei loro conflitti. Certo non mancarono taluni che di ciò scorsero i segni annunziatori e s’impensierirono per l’avvenire, come il Tocqueville. Gli ostacoli si svilupparono sempre più, e seguì il contrasto dell’ideale liberale col bismarkismo, col marxismo, con l’imperialismo e nazionalismo e via dicendo; e questo contrasto si fece più acuto nei primi anni dopo la guerra. Ma, non perché une lotta sia aspra, chi sente di rappresentare la parte migliore, gl’interessi dell’umanità e della civiltà, deve cedere ed adorare il non adorabile Belial. Bisogna invece chiamare a raccolta tutte le forze per ristabilire la vita di libertà o per rafforzarla in modo conforme ai tempi.
– In quale modo e con quali mezzi bisognerà svolgere quest’opera?
– Ciascuno come può, con le forze che ha a sua disposizione: come, del resto, si fa, e si deve far sempre, in ogni opera di bene. Bisogna stillarsi il cervello e tendere la volontà. I malvagi sono così ricchi d’invenzioni: perché non dovrebbero essere altrettanto industriosi e feraci d’invenzioni i buoni? D’altra parte, non c’è programma al mondo che possa porre termine per sempre alla lotta, perché la vita stessa è lotta. Vivere militare est.
– Ma credete voi che vi sia ora qualche idea più particolare e qualche motto d’ordine, intorno a cui possano stringersi gli sforzi degli uomini migliori d’Europa?
– Ce ne sono di certo, e, per esempio, una di queste idee, che sta passando dalle lontane visioni dei profeti ai propositi e tentativi pratici, – una idea che, invece di perdere terreno, ne guadagna di anno in anno e si fa sempre più familiare alle menti e vicina agli animi, – è quella della unione degli Stati europei. A mio avviso, essa è di quelle che possono ora dar più ampio respiro alla libertà ed è atta a purificare, innalzare e infiammare i petti meglio dei vari nazionalismi e imperialismi, che forse sono ora così freneticamente eccitati sol perché sono moribondi. La grande guerra, che è sembrata sterile di grandi effetti, che è parsa deludere tutte le speranze e i sogni delle democrazie dell’Intesa, apparirà ai posteri assai feconda, se avrà maturato questa nuova coscienza e volontà europea.
– Ancora una domanda. I vostri molti ammiratori in America si sono meravigliati che voi, nella vostra recente Storia d’Italia, vi siate fermato al 1915. Potreste fornirmi qualche schiarimento in proposito?
– Lo schiarimento è già dato nella prefazione del libro, dove è detto che mi sono arretato a quell’anno, perché “il periodo che si apre con l’entrata dell’Italia nella guerra, per ciò stesso che è ancora aperto, non è di competenza dello storico, ma del politico”, e che io “non vorrò mai confondere l’indagine storica con la polemica politica, la quale si fa, e si deve certamente fare, ma in altro luogo”.
– Ma ciò è parso fosse detto per ragioni di prudenza, e qualche giornale inglese e americano lo ha interpretato a questo modo.
– Dovrei protestare contro questa interpretazione, che mi fa torto. Sento troppo i doveri dello scrittore per fare calcoli di prudenza, e, si mi mettessi a farne, temo che mi accadrebbe come al millepiedi della favoletta tedesca, il quale, invitato a considerare come si muove la sua gamba trecentocinquantacinque quando egli muove la trecentocinquantaquattro, si arresta, riflette, non sa come rispondere, s’impaccia e rimane immobile: il suo giuoco ha perso la spontaneità. Dunque, si tratta di ben altro: si tratta di una mia ferma convinzione metodologica, che cioè la storia non si possa raccontare in modo intelligente se non dei periodi che hanno un principio, un mezzo e un fine; e l’occhio sagace dello storico riconosce questi periodi conchiusi (relativamente conchiusi). Ciò che è in corso non è materia di contemplazione e d’indagine storica, perché non è un tutto che possa guardarsi come tale. Ci viviamo dentro e dobbiamo fare in esso la nostra parte e battagliare con gli altri uomini per portarlo a compimento. È chiaro?
– Mi pare di comprendere, ma vi pregherei di chiarire meglio.
– Tanti anni fa, misi questa verità sotto la seguente forma popolare: – Se voi mi recitate sette od otto versi di un sonetto e chiedete il mio giudizio sul sonetto, io vi pregherò di andare innanzi fino al quattordicesimo ed ultimo verso, perché l’ultimo verso dà il tocco definitivo al primo, e può finanche cangiarne profondamente il senso. Del resto, anche coloro che ora reggono le pubbliche cose in Italia, – e che si sono compiaciuti di definirmi sarcasticamente un “imboscato della storia”,10 perché mi sono fermato col mio racconto al 1915, – non si stancano di ripetere che “la rivoluzione, cominciata con la guerra, è sempre in corso”. Si lasci dunque che faccia il suo corso, e non si pretenda che io scriva la storia di un corso che è ancora in corso. È questione, mi pare, di buon senso; e io procuro, nei nostri assai agitati tempi, di conservare questo prezioso dono, che si congiunge assai bene col sentimento della libertà, che è anche essa, in fondo, cosa di buon senso.
Bibliografia
Borsari, Silvano. L’opera di Benedetto Croce. Napoli: Nella sede dell’Istituto, 1964.
Croce, Benedetto. Cultura e vita morale. Intermezzi polemici. A cura di Maria Antonietta Frangipane. Napoli: Bibliopolis, 1993.
Croce, Benedetto. “Contrastes d’idéaux politiques depuis 1870.” L’Esprit international 1, n. 4 (1927): 451-62.
Croce, Benedetto. Epistolario. Scelta di lettere curata dall’autore 1914-1935. Napoli: Nella sede dell’Istituto italiano per gli studi storici, 1967.
Croce, Benedetto. Il carattere della filosofia moderna. A cura di M. Mastrogregori. Napoli: Bibliopolis, 1991.
Croce, Benedetto. Etica e politica. A cura di Alfonso Musci. Napoli: Bibliopolis, 2015.
Cutinelli-Rendina, Emanuele. “Un inedito di Benedetto Croce del settembre 1943.” Nuova Antologia 134, n. 1 (1999): 5-9.
Sasso, Gennaro. “Benedetto Croce e il liberalismo (Considerazioni e appunti).” In Gennaro Sasso, Filosofia e idealismo, vol. V, Secondi paralipomeni: 579-630. Napoli: Bibliopolis, 2007.
1 Si leggono ora in Croce, Cultura e vita morale, 141-56.
2 Fu da me ritrovato alla New York Public Library e pubblicato: cf. Cutinelli-Rendina, “Un inedito di Benedetto Croce del settembre 1943”.
3 L’intervista, non segnalata nella classica bibliografia crociana (Borsari, L’opera di Benedetto Croce), è presente nelle miscellanee in cui il filosofo archiviava la stampa periodica che lo riguardava: Archivio Fondazione Benedetto Croce, Miscellanea di scritti concernenti Benedetto Croce, vol. 50, n. 146. Il dattiloscritto originale (cf. la nota successiva) fu invece messo a stampa, come dico a testo, in un volume di limitata circolazione, e comunque da decenni esaurito, con cui l’Istituto italiano di studi storici, fondato da Croce stesso negli ultimi anni della sua vita, apriva la serie dei carteggi del filosofo: Croce, Epistolario I, 156-62.
4 Archivio Fondazione Benedetto Croce, Napoli, serie Carteggi, sottoserie per anno e per corrispondente, 1930, n. 399 (la lettera della Rohe si trova nella medesima collocazione).
5 Queste le domande della Rohe:
(1) Can you explain the reason for reactionary world tendencies today, notably with regard to the suppression of freedom of thought and expression in American (book and play censorship, the lynching of negroes, shooting of working men and women strikers (Carolina) and the enforcement of Fundamentalism in Tennessee?
(2) What country do you consider the freest today?
(3) What country, in the life of human history, has made most progress towards true liberty and culture?
(4) In which of your works can I find a passage embodying your principle that no human being lacks the moral sense? If the passage is not too long for you to quote, may I ask you to do so?
(5) In what country has woman attained to the greatest freedom of expression as a useful and constructive member of society?
(6) Does her struggle for economic and cultural equality matter?
(7) Your many admirers in America are wondering why you did not carry your recent History of Italy beyond 1915. Is it possible for you to give them an answer?
6 Con il saggio di Croce l’editore Harcourt and Brace apriva infatti il volume The Roots of Liberty, della serie Freedom. Ora, nell’originale italiano, lo si legge in Croce, Il carattere della filosofia moderna, 103-21. Per una discussione del liberalismo crociano, che mi è stata particolarmente presente, rinvio a Sasso, “Benedetto Croce e il liberalismo”.
7 Ora in Croce, Etica e politica, 285-98, dove è presentata come l’autocritica che il liberalismo ottocentesco era venuto operando quella che è in realtà la critica crociana: “Così, in economia, doveva finire e finì il semplicismo liberistico, che si era convertito in una credenza di teologico ottimismo delle armonie; nei rapporti internazionali si scorsero i limiti nei quali urtava il moto delle nazionalità tendenti a raccogliersi in stati, e s’intese che la politica, del pari romantica, della restaurazione e del mazzinianesimo doveva fare i conti con la realtà, e riimparare qualcosa della vecchia politica ribattezzata Realpolitik; delle formazioni statali si apprese che l’unità nazionale statale poteva talvolta presentarsi disgiunta dal conseguimento del regime liberale, e l’uno o l’altro fatto procedere ecc.” (293). Può essere interessante notare che in tutte le edizioni di questo scritto che precedono l’ultima, del 1945, Croce aveva scritto di “superstizioni pseudoliberistiche”, e non di “superstizioni pseudoliberali”. La variante meriterebbe un commento a parte che non può essere fornito qui.
8 Annotazioni autografe di Croce. Nel trascrivere il testo, non segnalo quanto è correzione o integrazione manoscritta.
9 Ora in Croce, Etica e politica, 285-97. Il saggio comparve dapprima in francese sul periodico della Fondazione Carnegie (non segnalato in Borsari), e in italiano l’anno successivo negli “Atti dell’Accademia di scienze morali e politiche”.
10 Era stato lo stesso Mussolini in Parlamento, dopo la pubblicazione della Storia d’Italia dal 1871 al 1915, a definire così Croce.